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STUDI

INTORNO

ALLA STORIA DELLA LOMBARDIA

NEGLI ULTIMI TRENT'ANNI

E DELLE CAGIONI

DEL DIFETTO D'ENERGIA DEI LOMBARDI

_Manoscritto in francese di un Lombardo
voltato in italiano da un Francese_

PARIGI

1847

PARTE PRIMA

Chi abbia scorsa la Lombardia nella prima parte di questo secolo, chi abbia studiato la storia d'Italia, chi abbia militato al fianco degl'Italiani negli eserciti imperiali, ed in ispezieltà veduti i ventisettemila o che soldati partiti dall'Alta Italia o dal reame di Napoli perire tutti nelle gelide pianure della Russia o nei flutti della Beresina, spirare da valorosi con la spada in pugno, senza gemiti nè omei, cadere aggelati nell'atto di locarsi tra le file, oppure percossi da accêtta nell'inchiodare l'ultimo cannone da essi colà trascinato, se oggidì scendesse di nuovo dall'Alpi, crederebbe a stento al testimonio degli occhi suoi propri, e si persuaderebbe forse di essere sceso frammezzo ad un popolo ignoto e nuovo per lui. Che avvenne egli mai in Lombardia da trent'anni a questa parte? Gl'Italiani e i Lombardi al par degli altri, sono stati in ogni tempo pur troppo agitati ed irrequieti. Leggi gli storici dell'Italia, e ti si pareranno dinanzi fazioni senza numero che cozzano fra loro; capi-parte che s'attraversan l'un l'altro, si scontrano a mezza la via, e a vicenda si tolgono amici, fautori e sussìdi; città che sollevansi contro i loro signori, e agevolmente discaccianli, chiamandone altri in loro vece, od ingegnandosi di farne senza, col governarsi a comune; signori discacciati che non di rado vengono richiamati prima di avere avuto tempo d'uscire da un angusto territorio; giurati loro nemici che fanno sacramento di servirli, mentre i loro successori escono dalla porta opposta a quella per cui i primi rientrano nella città capitale. Il papa, l'imperatore, il re di Francia, e in séguito anche il re di Spagna, quei quattro grandi indirizzatori di tutti i moti italici, da cui traevan profitto, si spartivano a vicenda le città e le province italiane; ned io saprei se si possa in tutta quanta la Penisola trovare una città che non abbia, ed anche con breve intervallo di tempo, aperto le sue porte, e accolto con tripudio pria questo, poi quello dei detti prìncipi. Non intendo già, nel dettar queste linee, a fare un elogio del carattere italiano. Potrà esso venir tacciato d'incoerenza, di leggerezza, di soverchia ambizione, di incostanza, d'infedeltà e simili vizi. Ma almeno non gli si può apporre l'inerzia, l'immobilità, la stupidità, la meticolosità, l'indifferenza per le cose politiche. E per non parlare qui d'altri che dei Lombardi, e della loro condotta nel tempo preceduto ai trent'anni ultimi scorsi, dirò ch'essi mai non cessarono di spiegare quell'operosità un po' irrequieta cui sono naturalmente disposti.

Dotato da Luigi XII d'una costituzione assai simigliante a quella onde godono a presente la Francia e l'Inghilterra, giacchè essa conferiva la potestà legislativa a due camere, la più alta delle quali era la sola di cui il principe eleggesse i membri; il ducato di Milano si serbò, più che tutti gli altri Stati italicii, in possesso del dritto e del costume di dirigere l'andamento del suo proprio governo. Gli Spagnuoli sminuirono le prerogative delle camere, senza però annichilarle, e Giuseppe II, ad esempio de' suoi predecessori, a pochissimo le ridusse. Ma questo principe, benefattore della Lombardia, in quanto l'arricchì del bel sistema d'amministrazione interna e di divisione territoriale, che con lievi modificazioni la regge pur ora, lasciolle inoltre una indipendenza assai grande; cui l'aristocrazia lombarda, la quale era allora in possesso di tutte le alte cariche dello Stato, sapea far rispettare, con commendevole e rara energia. Ricordasi tuttora in Milano una sovragiunta d'imposta che l'imperatore volea far riscuotere sopra non so qual reddito in Lombardia; e si rammenta che il conte Melzi, che allora teneva un ragguardevole posto nello Stato, si oppose risolutamente a questa novella imposta, e non avendo potuto indurre i Milanesi a ricusarla, partissene subito per a Vienna, ove fu più avventurato, e ottenne la rivocazione dell'ordine dato. E sì che di già in quel tempo le idee che addussero la rivoluzione francese ferveano in Italia, e fra i promotori di esse annoveravansi parecchi autorevoli membri dell'aristocrazia milanese, filosofi, leggisti, istorici, poeti. Aveva il Parini in un poema satirico, diviso in quattro parti, il Mattino, il Mezzogiorno, la Sera e la Notte, vôlto spiritosamente in beffa i rancidi e alquanto buffi costumi della eletta società. Gli è certo che l'aristocrazia italiana, erede ad un tempo dei costumi francesi, spagnuoli ed austriaci, ch'essa del resto aveva fusi insieme, facendosi così un carattere suo proprio e per certi rispetti originale, porgea molta materia ai sarcasmi del Parini. Allato ai personaggi gravi e studiosi che amministravano le cose dello Stato, una moltitudine di giovani signori e di giovani dame, tutti intenti agli amori ed ai piaceri, spendevano il loro tempo a visitarsi a vicenda ed a dir male del prossimo. Eranvi mariti che presentavano alle loro consorti il cavaliere servente, cui destinavano essi medesimi a compier l'ufficio indicato dal suo nome. Poche mogli inoltre teneansi paghe del cavaliere dato dal marito, e la maggior parte di esse si sarebbero vergognate di non trarsi dietro al passeggio e in casa delle loro amiche e al teatro un numeroso codazzo che rendesse testimonianza della possa dei loro vezzi. Era il codazzo composto per l'ordinario da un patito, o, per meglio dire, da parecchi patiti; perocchè come l'indica il nome (soffrente o sofferto) il patito era un amante sfortunato e universalmente noto per tale; eravi pure (e pur troppo dobbiam confessarlo) l'amante, se non che il buon costume d'allora portava ch'ei fosse unico. Avrei torto davvero se dimenticassi i galanti, che potevano essere non men numerosi che i patiti, e fra i quali annoveravansi parecchi abatini. Eran questi, per lo più, giovani cui non garbava applicarsi stabilmente, o che appartenevano a più dame; oppure, come ho detto, erano anche abatini, fratelli minori dei più grandi signori, che del sacerdozio non avean altro che l'abito nero, del letterato, che l'abilità di porre insieme malamente delle rime, e dell'uomo mondano, che la permissione di seguir da pertutto la dama eletta, di portarle attorno in braccio il cagnuolo prediletto, e di sopportarne umilmente le capresterie.

Cosiffatti costumi eran tali invero da eccitare il disprezzo e l'indignazione degli uomini di cuore e d'ingegno, che, nati nell'ordine privilegiato, aborrivano i privilegi, ed esposti a perdere tutto ove si mandassero ad atto le dottrine dell'uguaglianza, adoperavano pure con quanta autorità potevano a propagarle e ad inculcarle. La brigata chiamata il Caffè, e composta dei tre fratelli Verri, del marchese Beccaria, di Paolo Frisi, del Longhi, del Visconti e di molti altri, rappresentava il partito delle nuove idee. I vecchi dignitari dello Stato e la gioventù effemminata rappresentavano quello dei vecchi pregiudizi. E, come immancabilmente doveva accadere, i primi volgevansi verso la Francia, gli altri strettissimamente all'Austria aderivano. Quando gli eserciti francesi scesero il pendío italico delle Alpi, furono accolti con gran tripudio da una gran parte della popolazione, e appena s'accorsero dell'esistenza dei malcontenti, che se ne stavano quatti all'oscuro. Fuvvi in Lombardia un governo rivoluzionario, composto d'Italiani; fuvvi un Comitato di pubblica salvezza; e se non vi accaddero le sanguinose scene del 2 d'agosto e del 5 di settembre, non deesi ciò attribuire all'indifferenza popolare, ma sì al carattere benigno degl'Italiani, ed in ispezieltà dei Lombardi.

Vi fu veramente la sommossa di Pavia, che diede luogo al saccheggio di quella città; fatto sanguinoso e superfluo, che dagli avversari de' Francesi fu loro per un lungo tempo rinfacciato. Videsi in Milano e in tutta la repubblica Cisalpina un sentimento quasi universale di dispetto pel piglio un po' tracotante con cui il Primo Console e poi l'Imperatore faceva introdurre le riforme inviate di Francia nella costituzione della repubblica. Imponendo queste riforme a forza, quando non poteva farle accettare volonterosamente dalla contrada, egli facea precedere la promulgazione di quei novelli statuti da annunzi di protestazioni di riconoscenza e di giubilo, cui poneva in bocca dei popoli ricalcitranti. Furonvi in Lombardia nel 1809, al tempo della sollevazione del Tirolo a pro dell'Austria, molte congiure fra i nemici occulti della Francia e i perturbatori del Tirolo; ma queste nimicizie, questi contrasti sono cose, per così dire, da nulla in paragone delle guerre di rivoltosi che insanguinarono il mezzodì dell'Italia per tutto il tempo che durò la dominazione francese, o poco meno.

I due partiti rimasero per lunga pezza a fronte l'uno dell'altro; e mentre i difensori delle idee novelle si strignevano attorno ai Francesi, offrendosi loro devoti; i fautori dell'antico reggimento carteggiavano con Vienna, e speravano tutto dal tempo e dall'impetuosità dei loro avversari. Il broncio italiano non potrebbe tuttavia durar gran fatto; perocchè quegli che tiene il broncio condannasi da sè a non far nulla, e l'Italiano, poco contemplativo, vuole anzi tutto e ad ogni costo operare. A poco a poco i malcontenti si ammansarono, e negli ultimi anni del regno napoleonico in Italia le nobili case lombarde che non erano rappattumate col governo, e i capi delle quali non tenevano una carica di qualche fatta, erano assai poche. Tutta quanta l'amministrazione, tranne pochissime eccezioni, era affidata a' nativi, e gli uffizi dell'esercito italico erano per la massima parte dati ad uomini italiani. Con tuttociò l'entusiasmo col quale i Francesi erano stati accolti in Italia, era spento. I filosofi amici dell'eguaglianza dolevansi che non uno dei pregiudizi da loro aborriti fosse stato distrutto. La disuguaglianza fra' varii ordini di cittadini sussistea come in addietro, e se più agevol cosa era omai l'aver posto negli ordini privilegiati, ne conseguiva soltanto che, siffatta disuguaglianza non movendo più a sdegno il popolo come pria, trovavasi perciò stesso più sodamente fondata. Gli antichi amministratori del paese agevolmente riconoscevano essere le imposte divenute più gravose, e la novella interna amministrazione essere più dispendiosa, in onta che le entrate dello Stato non fossero accresciute se non transitoriamente e per poco, dal concorso di gente straniera venuta di Francia in Lombardia. Nè tralasciavano essi di notare che questi stranieri, poveri per lo più, anzichè arrecarvi un aumento di capitali, venivano ad arricchirsi; dal che conchiudevano che, sebbene il danaro girasse più rapido di pria d'una in altra mano, non erane perciò accresciuta la quantità. E come mai avrebb'essa potuto venire accresciuta intanto che nè il traffico nè l'industria aveano avuto giammai stimolo, soccorso od impulso veruno? Le genti pie e di austere massime non entravano nel palazzo del vicerè senza provare un certo quale segreto raccappriccio; chè di bocca in bocca correano novelle di donne sedotte, di zitelle a forza stuprate, di mariti o di padri maltrattati od anche uccisi. Le incestuose tresche della famiglia de' Buonapartidi parevano constatate. Gli stessi sollazzi con cui il vicerè argomentavasi di trarre alla sua una parte del popolo, a male volgeano per lui. Andavano subito fuori le voci: che in un tal ballo in maschera erano comparse vestimenta indecenti; che in una partita di caccia una coppia notoriamente adultera era per più ore scomparsa, e al suo ritorno era stata con istomachevoli acclamazioni salutata.

Tutte queste incolpazioni, quantunque certamente esagerate, non erano al tutto destituite di fondamento. I princìpi per cui era stata addotta la rivoluzione francese vedeansi ormai riguardati come massime di utopisti, e chi si fosse provato a ricordarne uno solo, quand'anche fosse stato un eroe, si sarebbe veduto riguardato come un pazzo, e un pazzo pericoloso. La contrada gemea sotto il peso delle imposte, che il governo non si curava di proporzionare ai sussidi di quella: le disonestà, infine, della corte delle Tuilerie e dell'altre da essa dipendenti non erano in tutto sogni della calunnia. Se non che sarebbe stata giustizia l'avvertire che i re legittimi non erano stati nemmen essi esemplari di puro e casto costume; sarebbe stata giustizia lo sceverare in quei racconti il vero dall'esagerato; come pure il porre nella lance del pubblico giudizio le virtù degli uni qual contrapeso de' vizi di alcuni altri. E se un tal genere di ricompenso fossesi ammesso, Milano avrebbe avuto, anzi che no, a lodarsi della famiglia del suo principe; chè la perfetta bontà della viceregina, la principessa Amelia di Baviera, la sua carità, inesauribile del pari che la sua pazienza, la sua rigida pietà, come i candidi e severi suoi costumi, doveano preponderare d'assai su quelle certe leggerezze di cui il principe Eugenio era di certo incolpato, e fors'anco colpevole.

Fra questa generale mala contentezza ebbe principio la spedizione contro la Russia. Meglio che vensettemila uomini partirono dalla Lombardia, entrante l'estate dell'anno 1812, sotto il supremo governo del vicerè, e quello secondario del generale di divisione Pino. L'esercito italico era giunto il 1° di luglio oltre il Niemen, e il vicerè si rallegrava in vedendolo, alla distanza di seicento leghe dall'Italia, in buona ordinanza e in florida salute. Ma ben presto cambiavasi l'aspetto delle cose. Le pugne continue e il freddo, che di giorno in giorno ingagliardiva, addecimavano le schiere italiane, a tal che il 13 di settembre, quando il generale Pino, che era rimasto al suo posto poco stante da Mosca, giunse con la sua divisione in quella città di già data alle fiamme, il numero delle soldatesche ch'ei comandava era ridotto da quattordicimila a quattromila. Eppure questa stessa divisione Pino fu quella che pochi giorni di poi si avventò con cieco impeto contro un polso di Russi che avevano discacciato i Francesi dalle occupate alture, e che, signoreggiando così la pianura, tribolavano l'esercito nel suo passaggio. Ripresero gl'Italiani quelle alture, ma la gloria d'impadronirsi d'un luogo ond'erano stati discacciati i Francesi, costò loro ben caro. Il freddo, la fame, la fatica e gli agguati dei Russi faceano ogni giorno perire i migliori dei nostri soldati. Gli uni s'allontanavano dalle file in cerca di cibo, e, soprapresi dai Russi, erano trucidati; altri sostavano un istante onde ricuperare con un po' di riposo le forze, e il freddo che li coglieva, non concedea più loro di risorgere. Era duopo passare a guado i fiumi, e immergersi talvolta nell'acqua fino al mento, e tirarsi dietro i carri di munizioni ed i cannoni, pei quali erano venuti meno i cavalli. Era forza sopratutto camminare di notte tempo, a fine di deludere la vigilanza nemica. Gli ufficiali ch'ebbero parte in quella spedizione ricordano tuttora che un giorno in cui il vicerè era accorso per mettersi alla testa della guardia regale italiana, egli vide repentinamente diradarsi le file di quella, e la confusione regnare per un istante in tutto il corpo. Appressatosi maggiormente, gli fu subito chiara la cagione del fatto; ed era che trentadue granatieri della guardia stessa erano tutti ad un tratto stramazzati a terra, morti dal freddo. Si narra di ufficiali superiori, i quali, scortati soltanto da una dozzina o che d'uomini, si videro assaltati nella meschina capanna in cui riposavano, da parecchie centinaia di Cosacchi, i quali non osando superare a viva forza gli steccati che la capanna circondavano, ritraevansi sull'alture vicine, donde minacciavano poi o di abbruciar la capanna, o di far fuoco sopra chiunque ne uscisse.

È noto ad ognuno come l'esercito italiano giugnesse alla sera sulle rive della Beresina, e come assai piccolo fosse il numero di quelli che si trovarono in grado di ubbidire agli ordini ricevuti e di passare la sera stessa il fiume. È noto altresì che il ponte fu rapito dall'impeto dell'acque nella susseguita notte, attalchè gl'Italiani s'avvidero, appena ridesti, che l'ultima speranza di salvezza era loro tolta. Non si perderono d'animo tuttavia; chè subito soldati ed ufficiali del corpo del genio e dell'esercito tutto si posero alacremente all'opera per costruire un nuovo ponte, benchè i lavori erano continuamente interrotti dal fuoco dei Russi, i quali senza posa tribolavano quel non più esercito, ma turba d'uomini estenuati e cadenti. Ei fu sulle rive stesse della Beresina, e in quella che si dovea tentare il passaggio, che il Ciavaldini, soldato del traino, inchiodò l'ultimo cannone che rimanesse agl'Italiani, dicendo: «Tu non ci puoi più servire; ma almeno non servirai ad altri contro di noi».

Poco stette l'imperatore a partirsene alla vôlta della Francia, lasciando a Murat il governo dell'esercito; ma questi non tardò molto a seguire l'esempio del suo signore, addossando al principe Eugenio l'imperiale vicariato. La partenza di quei due, che meriterebbe fors'anco il nome più tristo di abbandono, finì di gettar lo sgomento e la confusione fra le grame reliquie del grand'esercito. Gli ufficiali e soldati facevano a gara nell'abbandonare le insegne; o, per dir meglio, non fuvvi più corpo d'esercito, e i pochi soldati che giunsero a salvamento, fuggirono sbrancati, senz'armi, e quasi senza vestimenta, e, che fu più funesto, senza veruno indirizzamento. Giunto a Marienwerden, rassegnò il vicerè gli uomini che lo seguivano, e non ne trovò che dugentotrentatrè, di cui cenventuno ufficiali e centododici sottufficiali o gregari. Ad Heilsberg fece batter di nuovo la chiama per rassegnare le truppe, ma non vide sfilare altri alla sua presenza che quei dugentrentatrè passati di già a rivista in Marienwerden. Scrisse allora al ministro di guerra del reame d'Italia, esser l'esercito d'Italia ricisamente ridotto a quei duecentotrentatrè uomini; che tuttora sperava giugnessero due altre colonne, di cencinquanta all'incirca ciascuna; ma non rimanere altro certamente dei ventitremila trecentonovantasette soldati partitisi da Milano la primavera trascorsa. La perdita non fu però ad ogni modo tanta quanta supponevala il vicerè; conciossiachè, oltre a quei trecento ch'erano da lui aspettati, altri ancora raggiugnessero le file; per modo che il numero de' guerrieri italiani scampati dall'eccidio può essere determinato in un migliaio all'incirca.

Se una tanta sciagura doveva alienare i Lombardi dall'imperatore, più ancora conferirono ad esacerbare viemaggiormente gli animi in quell'occasione la condotta e le parole del vicerè. Nel carteggio di lui con quei della sua famiglia o con gli ufficiali dello Stato, ne' suoi manifesti, ne' suoi bandi cotidiani, trapela ad ognora quel sentimento fatale di soprastanza di cui un Francese stenta sempre moltissimo a sceverarsi inverso all'estrano. Eransi partiti i Lombardi dal loro bel paese, abbandonando il mite loro clima, rinunziando ogni conforto, ogni agio della vita, correndo ad esporsi ai più crudeli stenti, alle fatiche, ai geli, ai patimenti, alla schiavitù e alla morte, e tutto ciò per una causa tutt'altro che propria, e dalla quale non aspettavano alcun pro per la patria loro. Non era egli in debito di dar loro alcuna testimonianza di benivolenza, colui pel quale sagrificavano volonterosi persino le vite, e il quale avea di già acerbamente delusa la loro speranza, col non mai adempire la promessa loro fatta della nazionale independenza? L'Italia, la cui esistenza come Stato independente era mallevata dal trattato di Lunevilla, avrebbe potuto, senza parer troppo esigente, riguardarsi come lesa nei suoi diritti dalla Francia, e contro di essa chiarirsi; eppure, non che astenersene, consentiva a servirla, e faceale omaggio, non solo delle sue ricchezze, ma e del sangue generoso de' giovani suoi figli.

Pareva il vicerè ignaro affatto delle vere relazioni che tra la Francia e l'Italia passavano. Non avvisava la spedizione di Russia come una guerra sanguinosissima, da cui l'Italia non s'aspettava alcun pro, e cui essa accorreva con tutte le sue forze, unicamente per la migliore satisfazione della Francia; parea quasi ch'egli la tenesse per una festa, o in certo qual modo, uno spettacolo, nel quale i Francesi teneansi certi di fare comparsa immensamente avvantaggiata, mentre gl'Italiani, gente disadatta e balorda, eranvi ammessi alla coda de' Francesi, solo perchè non se l'avessero troppo a male, e per effetto della graziosa condescenderza de' Francesi medesimi. Buon pro per l'onore italiano che i fatti parlano alto abbastanza di per sè, e rendono onoratissima testimonianza della bravura e della gagliardia delle soldatesche italiche. Nè il vicerè stesso ricusava loro le lodi; ma in quel tuono con cui pronunziavale, eravi alcunchè di offensivo. Il tale corpo non mancò di coraggio, il tale altro si è diportato valorosamente, oppure si è mostrato degno di marciare a fianco dei Francesi, il tale ufficiale ha dato saggio di buon senno e di sangue freddo. Sono questi, in vero, elogi; ma chi non iscorge a prima vista che le parole, verbigrazia, di sangue freddo e di buon senno sono le più rimesse onde si possa far uso per designare il merito militare? Chi non s'avvisa che se un Francese, e non un Italiano, fossesi dovuto rimeritar di lode, sarebbero stati, invece di quei vocaboli, usati quelli d'intrepidità e di genio? Bastava dare una guardata ai bullettini del grande esercito, e paragonarli ai bandi fatti dal principe Eugenio all'esercito d'Italia, per vedere, dall'un de' lati, l'espressione quasi poetica d'una fiducia e d'un'ammirazione sconfinata, e dall'altro, freddi complimenti per una condotta affatto inaspettata. Eppur queste schiere italiane erano quella medesime da cui il maresciallo Macdonald ricusava di separarsi, perchè, a sua detta, la loro intrepidità, il loro ardore, la loro obbedienza riuscivangli troppa preziose; quelle dêsse che il generale Foix paragonava a lioni, che il maresciallo Suchet agognava di tener seco in Spagna, e delle quali l'imperatore stesso, parlando nel campo di Torgau col generale Fontanelli, diceva: «Con centomila soldati pari ai vostri, Eugenio sarebbe di già sul Danubio». Io cito questi varii, eppure uniformi giudizi per dar a divedere che il tuono freddo e un cotal poco disdegnoso del principe Eugenio, era effetto de' suoi privati sentimenti, ned era in verun modo giustificato dalla condotta delle truppe italiane.

La durezza di cuore è meno offensiva del disprezzo, ma però spiace talmente, che difficil cosa ella è il rimanere affezionato inverso a quegli che la dimostra. Fa stomaco il modo con cui il vicerè ragguagliava il conte Fontanelli, ministro di guerra, del quasi totale eccidio dell'esercito italico. Un capitano, per vero dire, non piange i soldati che gli cadono a fianco, perocchè lo stesso destino gli è forse riserbato, e coll'intenerirsi sopra chi non è più, ei può temere d'apparir timoroso per sè medesimo. Ned io vo' punto che il principe Eugenio avesse recitata l'orazione funebre dei ventisettemila Italiani sepolti nelle pianure della Russia, nè pretenderei che a loro riguardo egli avesse spesa alcuna frase patetica, e detto altrimenti che: i ventisettemila uomini partitisi meco sono ridotti a dugentrentatrè; fate altre leve, e mandatemi gente abbastanza per surrogare gli estinti; ma vorrei sotto queste parole, asciuttissime in vero, travedere un'angosciosa commozione ch'egli tentasse di occultare. Mi si opporrà certamente che la scrittura non dà altro che le parole, e che sarebbe irragionevole il pretendere ch'essa disveli commozioni che lo scrittore non volle esprimere. Una tale opinione può essere savissima; io però forte mi attengo all'opinione contraria. Mi si dieno due scritti contenenti l'uno e l'altro le stesse parole; ma il primo de' quali sia stato vergato sotto l'impulso d'un potente, benchè represso, affetto, e il secondo, all'incontro, non sia altro che il resultato di un calcolo; e la lettura del primo mi commoverà, forse a mia insaputa, mentre dall'altro non sarò punto punto commosso. Non si dà forse persona, per quanto io avviso, la quale non abbia provato alcun che di simile a quello ch'io dico. Saravvi alcuno che, leggendo un qualsiasi racconto, non siasi sentito di repente commosso e quasi colpito nel cuore da una parola semplicissima in sè stessa, e che per la centesima volta fors'anco gli cade sott'occhio senza che mai gli abbia fatto dianzi un tale effetto?

Il comico o risibile non sembra esso, del pari che il patetico, connesso per un certo quale misterioso vincolo con una tal parola, espressa in quel tal momento, con quella tale giacitura? E ciò donde deriva? da che lo scrittore, commosso egli stesso o dal dolore o dall'allegria, imprime nella frase uscita allora allora dal suo cuore o dal suo spirito, una parte della disposizione che gli diede la forma. Questa frase ha ricevuto dal suo autore una fisionomia, la quale, simile in tutto alla fisionomia del volto umano, non potrebb'essere attribuita a causa veruna fisica e materiale.

Tornando al principe Eugenio, io dico che quegli il quale si è sentito commosso nell'intimo del cuore dal racconto delle sciagure provate dai nostri nella Russia, sente dileguarsi rapidamente la sua commozione al leggere le lettere e i rapporti del vicerè d'Italia, tranne che l'indignazione sottentri allora alla mestizia. Da siffatti documenti sarebbe impossibile il ritrarre che si tratti d'uomini estinti e di altri destinati a perir come quelli. Vi troviamo prescritto che nel numero uno vadano a fondersi i numeri due, tre, quattro, cinque, tanti insomma che valgano a formare un soddisfacente complesso; che un tale stato di ufficiali di un corpo sia conservato, in difetto del suo reggimento; e particolarmente e anzi tutto che altri uomini giovani e atanti sieno strappati dalle braccia di un vecchio genitore, d'una consorte, d'una famiglia bisognosa, per mandarli, lontan lontano dalla patria loro, a compire le vuote file, a saziar la vendetta e l'odio del nemico: e ciò a qual fine? A quello di servire all'ambizione d'un uomo e di un popolo stranieri entrambi dell'Italia; di sorreggere alcuni istanti di più uno stato di cose per cui l'ultim'ora dovea ben presto scoccare, e che null'altro avea fruttato agl'Italiani che menzognere promesse, e quindi speranze deluse.

Conferivano pure altre circostanze ad aggravar l'avversione de' Lombardi inverso al vicerè. E diremo anzi tutto, per non omettere di notare le più puerili, che vi conferivano i portamenti dei conti Paradisi e Vaccari, due dei principali sostegni del partito francese in Italia. Il conte Paradisi, di Modena, era un dotto, un bell'ingegno, uomo d'aspetto aggraziato, di nobili e affabilissimi modi, ricco assai, di nome chiaro e di grande autorevolezza. Non così ben nato, nè così dovizioso, nè dotato di tanta grazia come il conte Paradisi, il conte Vaccari, suo amico, ponea, per così dire, in comune con lui il suo capitale d'ingegno e il bel conversare, a tal che l'uno e l'altro formavano come il centro d'una eletta brigata in cui difficil cosa era l'ottenere l'accesso. Coloro cui piace segnare attorno a sè stessi come un cerchio cui a pochi è dato superare, non sanno di quant'ire contro di sè medesimi facciano sacco. I begl'ingegni sono sempre un po' mal visti dal vulgo; ma una brigata di begl'ingegni che tengasi a bella posta appartata per non mischiarsi con esso, dee tenersi certa d'incorrere pienamente nell'odio e nell'ira sua. In una città poco ragguardevole per ampiezza e per frequenza di abitatori, in un tempo di generale irritazione, e di effervescenza delle passioni politiche, ambiziose, egoiste, non v'è calunnia, non beffa, non ischerno da cui una brigata di begl'ingegni possa preservarsi. In Francia, ai tempi della Rivoluzione, al boia davasi il carico di disciogliere siffatte brigate. Nell'anno 1814, in Milano, quantunque le cose non paressero disposte per nulla onde dar luogo ad un sì tragico scioglimento, poco mancò tutta via che il conte Paradisi e i suoi amici non iscontassero con la vita il fio di aver voluto godere il poco grave diletto di mostrarsi da più di quei che li circondavano.

Il segretario degli ordini del principe Eugenio, per nome conte Méjean, erasi tirato addosso, più ancora che non avessero fatto i conti Paradisi e Vaccari, lo sprezzo e l'odio de' Milanesi. Era il Méjean francese, e godea dell'assoluta fiducia del vicerè; talmente che se non vi si fosse attraversato l'espresso e formale divieto dell'imperatore, sarebbe salito in pochi anni alle più eccelse dignità dello Stato. Coloro che hanno praticato costui quand'era in auge, accertano ch'ei non difettava di abilità; ma quanto alle doti del cuore, egli non gode di fama sì buona. Questo difetto era in lui ricompensato da un'ammirazione cieca per l'imperatore e pel vicerè; ammirazione di cui esagerava talmente l'impressione, che non potea non irritare così lo spirito un po' beffardo de' Lombardi. Io ho in questo momento sott'occhio una lettera del Méjean al Villa, prefetto di polizia in Milano, data da Mantova il dì 30 marzo 1814, nella quale egli sclama contro la voce che correa d'un armistizio pattuito fra il principe Eugenio, e i duci delle truppe nemiche, asserendo esser quella voce non solo falsa, ma destituita d'ogni verosimiglianza; chè niuno era, a sua detta, in grado di dover pattuire alcunchè di simile, e non avea nemmeno le facoltà necessarie a tal uopo. L'armistizio, che fu sottoscritto di fatti il 16 aprile susseguente, diè poi una formale smentita alle previsioni del conte Méjean; ma il poco intendimento ch'egli in quell'occasione appalesava è ancora scusabile a paragone di quello ch'ei mostra nell'istessa lettera quando si prova a far giudizio della difficile condizione in cui si trovavano posti i suoi signori. Dopo di essersi lagnato che le mosse delle truppe nemiche attorno a Lione intercettavano le comunicazioni, per modo ch'egli era ignaro della marcia dell'esercito imperiale, aggiunge le seguenti parole: «Ma esse non possono ritardarle più a lungo (le notizie di Parigi). E poi, chi sa se le mosse del nemico attorno a Lione non sieno volute dall'imperatore? Per quanto a me, non ne stupirei».

Nel conte Méjean poneva il principe Eugenio, siccome ho detto, la massima fiducia. Questo prototipo dei cortigiani, degli uomini saliti in alto da abbietta fortuna, che si ostinava a non tenere i successivi e prolungati rovesci degli anni 1813 e 1814, che per effetti dei sublimi, comunque incomprensibili, segreti concepimenti dell'imperatore; e che degli sgraziati eventi d'allora non trovava possibili che questi due scioglimenti: o una splendida e decisiva vittoria riportata dall'imperatore, o un accordo onorato di pace tra l'imperatore stesso e gli altri potentati; con istentato disdegno parlava dei timori di quelli fra' Lombardi ch'erano amici dei Francesi, e delle speranze di quegli altri ch'erano o partigiani dell'Austria o fautori dell'independenza italica; e faceasi dagli uni e dagli altri odiare, perchè si mostrava non mai dimentico di appartenere alla nazione conquistatrice e di trovarsi accasato presso la vinta.

Giova qui riferire un fatto il quale, benchè accaduto dopo i tempi di cui parlo, può tuttavia essere contemplato nell'enumerazione delle accuse fatte al vicerè. Offese questi sconsigliatamente il generale Pino, affidandogli un poco rilevante comando in una delle città della Romagna; e questa mortificazione del Pino fu, se non una delle cause, uno almeno dei pretesti della defezione di lui, della quale mi toccherà parlare in appresso. Basti qui avvertire che l'accordo fatto tra Murat e Pino non rimase a lungo occulto al generale Zucchi, che ne venne in cognizione per una lettera del re di Napoli al Pino, cadutagli nelle mani, dalla quale evidentemente appariva il tradimento di quest'ultimo.

L'involontario ribrezzo che ogni uomo onorato prova a bella prima contro una delazione qualsiasi, un sentimento forse di amicizia per un antico commilitone, la vergogna fors'anche di svelare il tradimento di un concittadino, congiunti probabilmente ad altri motivi ch'io ignoro, trattennero il generale Zucchi dal recare al vicerè la lettera venutagli in mano. Correva allora la metà di febbraio, e il principe Eugenio, aggiugnendo alla passata una nuova imprudenza, lasciava intanto il generale Pino senza ufficio e bisogna in Milano, dicendo aspettare buona occasione per valersi del senno di quel generale. Il carteggio di quell'anno tra il vicerè e il Pino, ben mostra da quale insaziabile cupidigia fosse roso quest'ultimo; perocchè, sebbene avesse un salario di 145,000 franchi all'anno, non cessava perciò dal chiedere continuamente danaro, e dal lagnarsi della misera condizione in cui diceva essere. Nel vicerè poi si scorge da quel carteggio una dispettosa impazienza delle importunità di quel soldato in alto salito, il quale con un'entrata di 145,000 diceasi povero e tacciava d'ingratitudine altrui. Prudentemente avrebbe allora adoperato il vicerè, se avesse dissimulato il disprezzo che in lui eccitavano le instanze del generale; ma conviene tuttavia confessare non esservi cosa più atta a stomacare un cuore retto ed onesto, che il vedere un uomo fortunato il quale si lagna del suo destino, frammezzo alle pubbliche calamità. Conturbato dalle dolenti parole che gli volgevano da ogni parte i parenti dei giovani soldati morti in Russia, non che quelli dei soldati più giovani ancora, ch'erano chiamati allora all'armi ed alla difesa della patria; testimonio degl'immensi sacrifici di sangue e di sostanze che l'Italia continuava a fare a pro dell'imperatore; consapevole della gravità delle circostanze e della condizione quasi disperata delle cose; temendo per la propria consorte, pei propri figli, per sè medesimo; con quale occhio poteva egli il vicerè leggere queste lettere in cui il Pino faceva continue istanze per nuove elargizioni a suo favore? Non è però dubbio che il tuono asciutto e alcun po' beffardo con cui il principe Eugenio raccomandava al ministro della guerra le domande del generale, non abbia conferito ad accrescere la stizza e il malumore di questi.

Mi fo ora a parlare di quei giorni che tennero dietro immantinenti alla ritratta dalla Russia. Già prima di quegli sciaurati eventi il conte Fontanelli, ministro della guerra, aveva avviato verso il Nord la brigata Zucchi. La divisione Palombini fu in appresso richiamata di Spagna, e contemporaneamente con le novelle leve s'incamminò per alla Russia. Ventottomila Italiani raggiunsero il vicerè in Alemagna, e formarono sotto gli ordini suoi una parte di quell'immensa linea militare che distendevasi dal Baltico all'Adriatico. L'esercito degli alleati, più numeroso dell'esercito imperiale, e schieratogli dinanzi, procedeva mentre l'altro indietreggiava. Entrambi giunsero a tal modo, da un canto, fino al Reno, e dall'altro, per a traverso le Alpi, fino all'Adige.

Ond'ecco il vicerè risospinto di posto in posto, di piazza in piazza, da Mosca a Verona. Le province venete erano invase dalle truppe austriache, quantunque Venezia reggessesi tuttora contro il blocco. La neutralità svizzera poco stette ad essere violata, per lo che i Francesi poterono giustamente temere d'essere assaliti a' fianchi come pure quasi alle spalle; il re di Napoli parea vacillante nella fede dell'alleanza, e il grido che corse bentosto della sua defezione non permetteva al vicerè di volgersi confidentemente a lui. Nè deesi poi sdimenticare che grande era la defezione nell'esercito italiano fra' soldati che appartenevano alle province occupate dall'Austria. Il desiderio di difendere o almeno di proteggere le proprie case, il timore di tirar rappresaglie addosso alle proprie famiglie col rimaner nelle file de' Francesi, si affacciavano allo spirito dei Veneti come tanti motivi più gravi e più sacri, che non fosse il debito di fedeltà ad una causa straniera e ad un padrone parimenti straniero.

Le avversità che parevano piovere sopra l'imperatore e i suoi, ridestarono nei cuori degl'Italiani certi pensieri che la sola necessità avea fino allora attutati. Non era dunque più invincibile l'imperatore; l'arte di far chinare dinanzi a sè ogni cosa era da lui perduta; non era più altro che un uomo col quale si potea trattare, e cozzare altresì con successo. Non appena entrò questa convinzione negli animi degl'Italiani, che parve infranto subitamente il giogo e con esso il vincolo che univa a forza tutte le volontà italiane; di modo che sursero, quasi per incanto, un gran numero di partiti. Dei quali sarammi concesso menzionar qui i principali.

Gli antichi partigiani di Casa d'Austria vedeano le truppe del discendente di Maria Teresa e di Giuseppe II giunte in distanza di due giornate di cammino dalla capitale, e andare intanto ritraendosi su tutta quanta la linea quelle dell'usurpatore. Sentivano spirare dal canto loro quel soffio misterioso della vittoria che dà animo anche ai meno intrepidi, e che, volgendosi all'uno o all'altro dei campi nemici, sembra, per così dire, diffondere anticipatamente lo sgomento in quello degli eserciti che dee andare in rotta, e la letizia del trionfo in quello che è destinato a riportarlo di fatto. Pei veri e fidi partigiani di Casa d'Austria, com'erano i conti Giuseppe Gambarana, Alfonso Castiglioni, Ghislieri, Giulio Ottolini, il marchese Maruzzi di Venezia e parecchi altri, la rivoluzione e la dominazione francese nel reame d'Italia non erano altro che accidenti, passeggera tempesta che il sole del governo austriaco dovea dissipare ben presto. Non toccava loro far altro che affrettare quell'avventurato ritorno, e perciò potea giovare l'addormentare quegl'indisciplinati ragazzi ch'eransi infiammati all'udire le voci di progresso, di libertà, d'independenza, di gloria, e che non ancora sapevano pregiare al giusto suo valore l'amministrazione quieta, regolare e inalterabile di Casa d'Austria. Scaltri erano questi Austriaci puri, nè la dissimulazione in politica era loro punto ripugnante. Perciò la vinsero.

Dopo il partito austriaco rimaso vincitore, io pongo il partito italico che avrebbe dovuto vincere, riserbandomi d'accennare in seguito i partiti di mezzo, talmente vicini fra loro da confondersi insieme. Il partito italico, denominato anche muratista, proponevasi di separar l'Italia dalla Francia, non meno che dalle potenze collegate, e farla stare e camminare da sè, col mezzo delle forze che già in essa esistevano e delle quali potea valersi in sull'atto. Queste forze ad ostro erano comandate da Murat, a borea dal principe Eugenio. Opportuna cosa è qui pertanto l'investigare sino a qual punto il re di Napoli e il vicerè d'Italia fossero meritevoli dell'assoluta fiducia degl'Italiani.

Per corto che fosse il senno del re di Napoli, i fatti avevano parlato a sì alta voce, ch'egli pure doveva averne inteso il linguaggio. L'imperatore stava per cadere; suoi vicari dovevano essi cader secolui, oppure tentare di reggersi da sè? Non era difficile cosa il dar risposta ad una tale domanda; e certo coloro che hanno rimproverato Murat di tradimento, si son mostrati a trafatto esigenti in fatto di fedeltà. L'imperatore, per vero, era il benefattore del re di Napoli; ma la caduta di questo re non poteva fare aiuto alcuno all'imperatore; che anzi solo col serbare la sua corona avrebbe potuto Murat in alcun tempo render servigi all'imperatore o ai membri della famiglia di lui. Nè già dovea Murat volgere l'armi sue contro il cognato, ma dichiarare soltanto, che col salire il trono di Napoli egli avea cessato di tenersi per un luogotenente dell'imperatore dei Francesi, ed erasi fatto italiano, e come principe italico voleva difendere la propria patria contro una novella invasione. Un suo accordo a tal uopo col principe Eugenio; l'uso fatto dall'uno e dall'altro delle loro forze congiunte per custodire i passi dell'Alpi; l'aperta chiamata fatta da loro pel concorso dell'Italia intiera alla difesa della causa italiana, ecco quel tanto che doveasi fare, e che ai due membri della famiglia imperiale, fra' quali era allora diviso l'imperio della Penisola, avrebbe fruttato la gratitudine e la devozione della massima parte degl'Italiani, ed una splendida condizione, e la reverenza di tutta quanta l'Europa. Ho detto già che Murat aveva inteso i dettami dei fatti accaduti, ma debbo aggiugnere che inteseli solo imperfettamente. Imperciocchè, se avvidesi esservi per lui in Italia un cómpito da eseguire, se addiedesi che l'ostinarsi a cadere con l'imperatore, per ciò solo che l'imperatore cadeva, era sciocchezza, anzi che fedeltà, andò poi errato grandemente nella scelta di un appoggio. Da vero soldato qual era, Murat non vedeva altro che l'esercito, cioè le truppe imperiali dall'un canto, e quelle delle potenze alleate dall'altro; e perchè le prime cancellavano, ne trasse ch'era forza volgersi alle seconde e riunirsi con esse. Quant'è alla Italia, non pareva essa altro a Murat che una sedia sulla quale desiderava sedersi egli stesso, e non già un corpo animato, una nazione investita del dritto e della facoltà di determinare il proprio destino. Tenendo ad accordi colle potenze alleate, Murat incorse la taccia d'essersi collegato coi nemici del suo cognato e del suo signore, e in vece di farsi il capo d'un partito ragguardevolissimo, che solo sarebbe stato degno del nome di partito italico, videsi fatto seguace di quella cieca fazione che si aspettava dalla grandezza di una delle potenze confederate il ritorno dell'età dell'oro.

Il principe Eugenio poi non dava rêtta ad altro che a' consigli d'una fedeltà affatto cavalleresca. Egli non si era mai anzi tenuto per altro che per un luogotenente dell'imperatore, e non aveva governata altrimenti l'Italia, che come una provincia dell'ampio impero francese. Ciò appunto aveagli alienato gli animi della massima parte degl'Italiani; ma per altra parte è debito di giustizia il dire che quel suo affetto alla Francia ed all'imperatore non si dileguò nemmeno di poi che la Francia fu invasa e l'imperatore balzato dal trono. Fintanto che la proposta di separarsi dall'imperatore e di stabilirsi in Italia, a lui giunse dal canto delle potenze alleate per mezzo del re di Baviera, suo suocero, il principe Eugenio sempre la ributtò. L'esempio di Murat preoccupavagli e angosciavagli l'animo. Ma non lo vinse. Però egli pure tenea per nulla l'Italia, e quando venne il giorno in cui diliberossi di farla sostegno a sè medesimo, era già troppo tardi e l'Italia aveala rotta affatto con lui. Avrò più sotto occasione di parlare delle disposizioni personali del principe Eugenio; e qui mi basta indicare i motivi che indussero i partigiani dell'independenza assoluta dell'Italia a volgersi verso Murat, e contro Eugenio. Il generale di divisione Pino e il crocchio militare che gli si stringeva attorno, dandosi l'aria d'un partito, e ch'era composto degli amici, dei congiunti e degli aiutanti di campo del generale stesso, non che il conte Luino, capo della direzione generale di polizia, e il generale Giuseppe Lecchi, si erano indettati col re di Napoli. Vedesi dalla prima qual potente alleato fossesi procurato il partito muratiano, tirando dalla sua il direttore della polizia. Imperocchè la polizia imperiale aveva gran parte nella condotta della cosa pubblica; lo spionaggio largamente spaziava; il segreto delle private corrispondenze era violato senza scrupolo; e le precauzioni ingiunte alla polizia e i mezzi ond'essa disponeva doveano indurre in timore che nulla di quanto riguardava lo Stato potesse ad essa rimanere lungo tempo celato. Ora che cosa doveva accadere quando il capo stesso della polizia era egli pure complice di una cospirazione? Doveva, giusta ogni probabilità, avvenire che la cospirazione ottenesse il suo intento; perciocchè l'indole stessa degli uffici affidati al capo della polizia richiedeva che la potestà di questo ufficiale fosse assoluta e disciolta da ogni sopravegghianza, o, per dirla in più precisi termini, che i suoi andamenti e la sua condotta rimanessero celati alla vista di tutti. Mi si risponderà per avventura, che il partito muratiano non potè conseguire l'intento suo, ad onta della cooperazione del capo della polizia; ma io farommi ad esporre più sotto le cagioni che vi si opposero, e dirò intanto, che questo partito dovea, per seguire l'intendimento degli stessi suoi capi, nulla tentare a Milano se non contro il governo del vicerè. Questo partito, simile in ciò a tutti gli altri che ferveano allora in Italia (tranne, ben inteso, il partito francese), indirizzava i suoi sforzi contro la potenza di già vacillante dell'imperatore e dei suoi luogotenenti. Tutti volevano aspettare il giorno dopo la vittoria per ravvisarsi, numerarsi, dividersi, combattersi, perseguitarsi e spegnersi vicendevolmente. Ben sapevano i partigiani dell'Austria che, atterrato il governo esistente, non si frammetterebbe più ostacolo tra l'esercito austriaco e Milano; e i partigiani di Murat si teneano certi dal canto loro, che, non appena fossesi avverata la rimozione e la ritirata del vicerè, il re di Napoli, accorrendo a marcia sforzata, avrebbe occupata la Lombardia, prima che gli eserciti delle potenze alleate avessero fatto alcun passo. Un terzo partito, di cui entrerò fra poco a parlare, voleva esso pure, ed anzi tutto, la caduta dell'ordine stabilito.

La Francia, o, per meglio dire, l'imperatore, e più ancora il vicerè avevano essi pure i loro partigiani, i quali, benchè uniti per la difesa d'una stessa causa, erano però mossi da diversi motivi. La massima parte dell'esercito aderiva pur sempre al suo capo, perchè questo capo avealo spesso condotto alla vittoria, perchè il reggimento imperiale era un reggimento militare, perchè i prìncipi locati dall'imperatore sui varii troni dell'Europa, ed anzi l'imperatore stesso, non eran altro che soldati saliti da basso in alto grado; il che dava ad ogni soldato una segreta speranza di grande avanzamento. L'esercito e il principe Eugenio erano stretti fra loro da quell'invisibile vincolo onde sono stretti gli uomini che hanno insieme tentato grandi fatti, e durato stenti, fatiche e pericoli. Camerati ei sono, e questo titolo è più sacro talvolta, che non sia quello di amico. Avea pure il vicerè alcuni partigiani fra i membri dell'amministrazione, e quelli in ispezieltà che appartenevano all'antico ducato di Modena e Reggio. Gli abitatori di quella provincia d'Italia, gente svegliata ed operosa, perspicace e risoluta, eransi mostrati, fin dai princìpi della potenza napoleonica, caldi fautori delle novelle idee che la rivoluzione francese portava inscritte nei suoi vessilli. Giustamente pregiati dall'imperatore, che travedere seppe, frammezzo alla effervescenza delle passioni liberali, il pratico senno ond'essi erano copiosamente forniti, e chiamati nei consigli imperiali, concorsero efficacemente i Modenesi alla creazione di quel codice che forma per avventura oggidì il più bel titolo per cui l'imperatore debba essere con grata ricordanza onorato dalla posterità. Lo scambievole affetto dei Modenesi e del governo franco-italico fu poi in seguito sempre fomentato da meriti e rimeriti; talmente che, in occasione delle turbolenze insorte nella seconda metà dell'aprile del 1814, i membri della così detta fazione estense furono quelli che con maggior calore sostennero fino agli ultimi istanti il principe di già vinto.

Meriterei la taccia d'ingiusto inverso alla mia patria se non confessassi che il partito eugeniano non constava già solo di militari devoti per istinto ai loro capi, a quella guisa che il cane al padrone, di ufficiali del governo, ed in ispezieltà di ufficiali modenesi. Eranvi, eranvi certamente uomini prescienti del prossimo avvenire, i quali, veggendosi presi di mezzo tra la potenza imperiale tentennante, e quella floridissima degli alleati, e volendo sfuggire alle strette della prima, del pari che a quelle della seconda, e perciò conoscendo il bisogno imperioso di reggersi da sè medesimi, temevano sopra ogni cosa quella diminuzione delle forze italiane che potea provenire dal porle in opera intestinamente, e quell'indebolimento dei vincoli che stringevano ancora la nazione italiana, il quale dovea derivare dalla introduzione di mutamenti nella costituzione dello Stato. Eranvi, certo, uomini di tal fatta, ed io ne conobbi parecchi, i quali dicevano: «La nostra presente condizione non è beata, e siamo vogliosi di migliorarla; ma per ottenere l'intento è forza accordarci con potentati che non potrebber vedere di buon occhio le nostre riforme. Ci troviamo perciò in grado di dover esigere date condizioni in ricompenso dell'appoggio che daremo a questo, anzichè a quell'altro sovrano. Ma qual è di loro cui sia più necessario il nostro appoggio, e che perciò più volonterosamente si adatterà alle riforme chiestegli da noi in iscambio? Non è egli il più debole? Ecchè? Dobbiamo ottener grandi concessioni, e ci faremo a chiederle al più forte, a quello che può agevolmente far senza di noi? Sarebbe questa una vera mattía, perciocchè, se imponesi la legge al debole, il forte l'impone egli stesso».

Questi erano sensi veramente assennatissimi; ma non il senno, bensì la passione, la sconsigliatezza informa i partiti. Mentrechè i varii partiti surti contro il governo viceregale, affaccendavansi, cospiravano e trascorrevano a maneggi che difficile si è il qualificare, gli assennati, di cui ho testè fatto menzione, non avean nemmeno pensato a numerarsi, a conoscersi, e tampoco a pigliare alcun provvedimento per far prevalere la loro opinione. Deploravano essi l'acciecamento dei loro avversari; sforzavansi di aprir loro gli occhi coi ragionamenti; erano ascoltati con deferenza, ed anche con reverenza, ma appena erasi dileguato nello spazio il suono della loro voce, le ree passioni, l'invidia, l'ambizione forsennata, i privati rancori, gli stolti e ridicoli divisi superavano agevolmente la sana e incontrovertibile argomentazione di quei veri politici.

Ho sin qui parlato di tre partiti, l'austriaco, l'italico, il francese, promettendo di far poscia cenno degli altri partiti di mezzo, che s'incrocicchiavano fra loro e per certi versi si confondevano. Cionnonpertanto, ho di già accennato, relativamente al partito francese, che questo pârtivasi in due categorie, l'una dei fidiservitori dell'imperatore o del vicerè, ufficiali di milizia o civili; l'altra degli uomini saputi ed illuminati, che comprendevano il gran pericolo che traevasi dietro il tentare un interno ravvolgimento mentre il nemico affacciavasi alle porte, risoluto d'aprirvisi il passo a forza. Gli altri due partiti suddividevansi anch'essi, come il francese, in due categorie. Ed anzi la seconda categoria del partito austriaco e quella del partito italico rassomigliavansi talmente, che facile era lo scambiarle l'una per l'altra. Ed ecco il come.

Il partito austriaco puro volea, per così dir, cancellare con un tratto di penna i quindici anni della dominazione francese; unire di nuovo la contrada all'impero austriaco; riporla in quelle medesime condizioni da cui tratta aveanla gli eserciti francesi; far giuramento di fedeltà al discendente di Maria Teresa e di Giuseppe II. L'esercito austriaco era accampato sulla riva manca dell'Adige; l'esercito italiano si rannicchiava, ned era fuor di ragione l'immaginarsi prossimo il dì felice in cui quest'ultimo avrebbe cessato di far contrasto ai progressi dell'esercito nemico. In espettazione di questo giorno bramato non v'era da far altro che rimanersi tranquilli, scavar sordamente le fondamenta del governo viceregale, e dargli poi l'ultimo crollo quando fosse prossimo alla caduta, e infine aprir le porte all'esercito austriaco allorchè non vi fosse più per custodirle l'esercito italiano. Ben sapeva questo partito quel ch'ei si voleva; e se procedeva a rilento, la via battuta da lui guidavalo però dirittamente alla meta.

Allato a questi amici sviscerati di Casa d'Austria eranvene altri più timidi, od alquanto imbevuti delle idee moderne, i quali professavano di non riguardare l'Austria altrimenti che come una delle nazioni collegatesi per restituire all'oppressa Europa la pace, concedendo ad ognuno degli Stati europei buone leggi, independenza e libertà. Era l'Austria, a detta loro, la naturale protettrice dell'Italia; e ad essa aspettavasi più specialmente il brigarsi delle cose italiane. Solo una strettissima lega con l'Austria potea dare all'Italia le forze necessarie per costituirsi e reggersi, e all'Italia giovava per avventura una certa quale lieve dependenza dall'Austria a fine di risarcirla dei danni cui soffriva cotidianamente pel pro dell'Italia. Non era infatti giustissima cosa il pagare, almeno in parte, le spese d'una guerra sostenuta dall'Austria coll'unico intento di liberare l'Italia? Non si doveva egli desiderare di essere sempre custoditi da quei soldati austriaci che erano gli autori della nostra liberazione, contro le nuove irruzioni che i Francesi potessero tentare? L'imperatore Napoleone stava per cadere dal trono, e dovendo il principe Eugenio essergli compagno nella caduta, era forza offerire a un altro principe la corona italica. Ora a chi mai poteva essere più degnamente offerta questa corona, che ad un principe di quella medesima stirpe che sì nobilmente portavala prima della conquista francese, a un consanguineo di quel generoso e clemente sire che mai non avea cessato dal riguardare l'Italia con paterna benivoglienza? Per tutte queste considerazioni, l'Italia potea sperare di dipendere in certo qual modo e in forza d'una maniera d'accordo, per così dire misto, dall'imperatore d'Austria; porre le sue piazze forti nelle mani di presìdi austriaci, pagare all'Austria un tributo stanziato dalla gratitudine, ed ubbidire a un principe della schiatta austriaca. A siffatte condizioni, accettevoli certamente dopo la sconfitta, ma non mai pría della pugna, i partigiani mitigati dell'Austria ristrignevano i loro desidèri. E se può allegarsi una qualche ragione in favor loro, questa si è che l'Italia, in fatto d'independenza e di libertà, era ancora a peggior partito condotta sotto il regno dell'imperatore Napoleone, che non sarebbe stata sotto l'imperatore d'Austria ove i loro disegni si fossero incarnati.

Eccomi ora a parlare del partito che cagionò realmente la perdita dell'Italia e che mirabilmente servì ai disegni dell'Austria. Fu esso il partito dei liberali italiani, partito che pretendeva l'onorato titolo di italico puro, e che assai poco differiva da quello degli Austriaci mitigati. Gli ambiziosi mal soddisfatti dell'esercito, i membri non meno ambiziosi dell'aristocrazia milanese, i quali, avendo eletto l'aringo delle cariche di corte, anzichè di quelle della milizia e del governo, vedeano indispettiti fioccar gli onori, il credito e le ricchezze sopra i guerrieri e sopra i primari ufficiali dello Stato, e rimanerne privi i cortigiani; parecchi giovani doviziosi, rosi da gelosia del favore che il vicerè ed altri ufficiali francesi godeano presso alcune dame; un numero assai ragguardevole di teste matte o poco sode, che si studiavano di parlare il linguaggio degli eroi d'Alfieri; e certe altre di quelle teste irrequiete e agitate cui pare sempre bello ciò che non è, e sfornito di ogni pregio ciò che è; tali erano gli uomini che componevano il partito italico sedicente puro, ma che meglio sarebbe stato chiamato il partito italo-austriaco. Eravi allora in Italia una potenza dileguantesi; eravi un'altra potenza che faceasi innanzi covidosa per coglierne il retaggio; e, infine, eravi un'altra potenza ancora, la quale, spiccatasi dalla prima per non lasciarsi trarre con essa nell'abisso, sforzavasi di resistere alla seconda, procurando di tirar dalla sua tutti gli avanzi dell'una che poteano scampar dalle mani dell'altra. A quale di queste tre potenze vorrassi credere che il partito di cui parlo abbia voluto attaccarsi? A nessuna. Acciecato da un ineffabile soverchio di superbia, entrò in isperanza di poter dare l'ultimo crollo al governo imperiale, di potere sdegnosamente ributtare le proposte di Murat, e di far testa all'esercito austriaco. E come sperava esso di potere impedire i progressi di quest'esercito? Voleva forse adoperare a quest'uopo le schiere francesi rimaste in Lombardia? No e poi no. Proponevasi di conseguire il suo intento con bei discorsi, con deputazioni pacifiche, coll'invocare quei dilicati sentimenti d'onore, di probità, di generosità, dai quali i Sovrani collegati, ed in ispezieltà l'imperatore d'Austria, dovevano certissimamente essere informati. E come mai darsi a credere che le truppe austriache volessero passare il Mincio e venire a Milano, quando i Milanesi, dolcemente sì, ma nobilmente le richiedessero di non farlo? A pensare solamente ad un tal fatto, richiedevasi un grado di perversità raro veramente, e i Sovrani alleati a buon diritto avrebbero potuto chiamarsi offesi di un tale sospetto!

Non è egli da stupire che non uno di questi pretesi uomini di Stato abbia posto mente alla forza onde ogni corpo costituito è di per sè dotato? che non uno abbia detto fra sè: «Tristo è il governo presente; ma tal quale esso è, dobbiamo sorreggerlo a tutta possa in questo momento, per ciò solo che esiste e che noi stessi non esistiamo, qual nazione, altrimenti che per esso, cioè a patto di avere un governo stabilito. Stringiamocegli intorno; sorreggendolo, dirigiamolo; parliamo in suo nome; operiamo parimenti in suo nome. Non concediamo che infrangasi il vincolo che ci tiene insieme uniti, che il nemico ci colga appartati gli uni dagli altri, nè che si giovi della caduta del governo esistente per imporcene un altro a suo senno?» Siffatte considerazioni non vennero in mente ad alcuno di quei liberali; adoperarono essi senza posa a gittar via le armi, a spianare le mura, ad atterrare le porte; scagliarono in mare l'ultima loro áncora di salute, e quando poi la tempesta venne ad infuriare, quando gli eserciti austriaci ebbero inondato il territorio, quando uscì fuor la parola che della Lombardia faceva una provincia austriaca, quando gli avanzi delle antiche e preziose libertà nazionali furono spietatamente annichiliti, allora parve che si ridestassero come da lungo sonno; volsero attorno stupidi sguardi, e gettarono profondi sospiri. Un tale rammarichio non era, invero, una sofficiente espiazione.