Opening the book…

Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli and the Online Distributed Proofreading Team at https://www.pgdp.net (This file was produced from images generously made available by The Internet Archive)

Il Processo Bartelloni.

DEL MEDESIMO AUTORE
(edizioni Treves).

La Principessa. 3.^a edizione. L. 1 -- La vita capricciosa. 3.^a edizione. 1 -- L'assassinio nel vicolo della Lima. 4.^a edizione. 1 -- I ladri di cadaveri (esaurito). La figlia dell'aria. 4.^a edizione. 1 -- Apparenze. Due volumi. 2.^a edizione. 2 -- La polizia del diavolo (esaurito). L'Istrione. 2.^a edizione. 1 -- La duchessa di Nala. 3.^a edizione. 1 --

Storia di un Cuore, di EMILIO CASTELAR, ridotta dallo spagnuolo da Jarro. 3.^a edizione. 1 --

Il Processo Bartelloni

ROMANZO

DI

JARRO

(Giulio Piccini)

Quarta Edizione
riveduta e corretta, dall'autore.

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI

1906.

PROPRIETÀ LETTERARIA

Riservati tutti i diritti.

Tip. Fratelli Treves.

IL PROCESSO BARTELLONI

I.

Il 2 decembre 1831, circa le dieci antimeridiane, i sei auditori della Rota Fiorentina, che formavano il Turno Giudicante sugli affari criminali, erano tutti congregati nella stanza in cui solevano tener consiglio.

Arrivati alla spicciolata, si eran messi a discorrer fra loro degli argomenti più estranei allo scopo pel quale si riunivano.

Un auditore raccontava che un suo bambino di tre anni aveva ruzzolato la scala: un secondo si lamentava del mal di capo: un terzo deplorava di non trovar rimedio alle sue insonnie. Non posso dormire, diceva, neppur all'udienza!

Dopo un quarto d'ora giunse il presidente.

Tutti gli mossero incontro per stringergli la mano e dargli il buon giorno.

Il presidente entrò sorridendo, fece riverenze a destra e a sinistra, e strinse con tutte e due le mani la mano che gli porgeva ciascuno degli auditori.

--Vostra signoria sta bene?--domandò l'auditore Lechini, un omettino di bassa statura, magrolino, sempre ligio, cerimonioso, e che faceva uno sforzo per non buttarsi in ginocchioni quando parlava col presidente, con gli alti magistrati della Consulta, o con qualche altro dignitario da cui dipendeva il suo avanzamento.

--Sto benissimo, caro Lechini,--rispose il presidente, gratificando di un sorriso speciale il suo prediletto.--Loro, signori, stanno tutti ottimamente, lo vedo!--continuò, volgendo attorno un'occhiata benevola e con un gesto di cordiale protezione.--Ci sono notizie da Pisa sulla salute di Sua Altezza la Granduchessa?

--Lo stato di Sua Altezza--rispose il Lechini, inchinandosi nel pronunziare la parola Altezza, e andando a cercare tra molte carte sopra una tavola la Gazzetta di Firenze, del giovedì--è sempre il medesimo. Ecco quello che dice il giornale.

Il presidente, sedutosi nella sua poltrona, faceva sembiante di prepararsi ad ascoltare con grande raccoglimento.

Il Lechini lesse, sotto la data di Pisa:

«Tutto quello che ha rapporto allo stato attuale della nostra adorabile Sovrana forma ora, può dirsi, la principale e più importante occupazione di tutta questa popolazione. Tra le altre pie funzioni dedicate a tale interessantissimo oggetto...»

Gli auditori, tutti in piedi, intorno al banco del presidente, ascoltavano attenti, o ne facevan sembiante, la lettura del giornale.

Quando l'auditore Lechini ebbe finito, il presidente esclamò:

--E' ammirabile in ogni circostanza l'esempio, che dà la famiglia regnante, di sentimento religioso... A proposito, Lechini, avete sentito la messa del maestro Andrea Nencini nell'Oratorio dei Preti di San Firenze?

--Sicuro, signor Presidente!--disse il Lechini--Anzi l'arcivescovo Minucci mi ha domandato notizie di lei.

--E' un buon lavoro questa messa?

--Stupendo!--rispose l'auditore--L'esecuzione poi magnifica... Il tenore Giovanni Duprez ci ha imparadisati. Anche il basso Domenico Cosselli ha fatto prodigi. L'orchestra del Teatro della Pergola è stata eccellente...

Il presidente della Rota, colto, ingegnoso, faceva pompa volentieri del suo gusto per la letteratura, per le arti, e in specie per la musica.

--Ho sentito sere sono--riprese il presidente--al Teatro degl'Infuocati una ragazza, che canta di contralto, in modo...--creda, Lechini....--da sbalordire.... Si chiama Clementina Vecchietti. E cantava quella bellissima aria del nostro Mercadante:

Ah! s'estinto ancor mi vuoi...

E il magistrato ripeteva l'aria a mezza voce, e con la mano destra batteva la misura sopra un bracciuolo della poltrona.

--Sembra che sia piaciuto molto il Torquato Tasso recitato dalla Compagnia Internari e Paladini... La Internari mi scrivono che nella parte della duchessa Eleonora è insuperabile.

--Ma l'autore del lavoro si è scoperto?

--Oh! si scopre facilmente l'autore di un lavoro che piace, anche se voglia sulle prime farsi pregare.... Si è quindi saputo subito che il Torquato Tasso è dell'autore della Monaca di Monza.

Fu picchiato alla porta.

--Entrate!--disse il presidente.

Un usciere entrò, portando una lettera, e la consegnò al presidente.

Il presidente l'aprì e lesse: «Vostra signoria è invitata ad assistere alla prima adunanza, che l'I. e R. Accademia dei Georgofili terrà domenica mattina, 4 decembre, a ore 10 e mezzo.»

La porta fu spalancata di nuovo con grande strepito ed entrò, tutto accigliato, e con mal garbo, l'auditore Pantellini.

Questo auditore rappresentava in tutte le discussioni la contradizione, l'opposizione.

Mentre l'auditore Lechini credeva suo obbligo di essere sempre dello stesso parere del presidente, l'auditore Pantellini si compiaceva di esporre sempre un parere contrario a quello del suo superiore.

--Buon giorno!--disse bruscamente, appena entrato, e come se avesse voluto addentare tutti i presenti. E, mentre posava il cappello sopra una sedia, guardava il Lechini con un piglio quasi stesse in forse di divorarlo.

L'auditorìno aveva paura delle violenze e delle escandescenze del suo collega, alle quali serviva spesso di bersaglio.

--Buon giorno, signor auditore!--rispose il presidente al saluto quasi minaccioso del collega.

Il presidente, che non si era mosso dalla poltrona, tendeva la mano al nuovo arrivato con fisonomia ilare e in atto di molta cortesia.

Il presidente apparteneva ad una famiglia nobile, frequentava i più eletti convegni della città, era uomo di squisita educazione, di animo mitissimo, di carattere amabile.

Mise la sua mano bianca, morbida, in quella ruvida e nervosa dell'auditore Pantellini: quindi, alzandosi, esclamò:

--Signori!... è tardi, dobbiamo entrare in udienza.

L'auditore Lechini corse al cordone del campanello e lo tirò.

Subito comparve un usciere.

--Andate ad avvertire il signor Avvocato Fiscale e il Cancelliere che il signor presidente vuol cominciare l'udienza...

L'usciere, che aveva lasciato la porta aperta, fece un cenno.

Altri due uscieri entrarono: e cavarono da due armadii le toghe dei magistrati.

--Il prigioniero è sceso?--domandò il presidente all'usciere capo, mentre questi gli legava con molta diligenza le facciòle.

--Sì, signor presidente: si trova nella stanza di custodia, accompagnato dall'agente Lucertolo che è ora di servizio alle carceri, e con il quale l'inquisito parla molto volentieri.

--L'Avvocato Fiscale, il Cancelliere sono già in sala d'udienza!...--disse, tornando con la toga già in dosso, e col berretto in mano, l'usciere, che era stato mandato a far l'ambasciata.

--Signori, sono pronti?--interrogò il presidente.

E visto che tutti avevano infilato la toga, aggiunse, rivolto al capo usciere:

--Dunque, possiamo andare!

--Prendete!--disse all'usciere l'auditore Pantellini, relatore nella causa, tendendogli, con un gesto molto brusco, un grosso fascio di fogli.

Pochi secondi dopo, i sei magistrati della Rota entravano nella sala d'udienza, preceduti dall'usciere, che alzando una mano verso il pubblico, gridava: abbasso i cappelli!

Gli auditori sedettero.

Il presidente scambiò un lieve saluto con l'avvocato fiscale, quindi rivolto al birro graduato, che stava dinanzi una porta chiusa, a sinistra della sala, vicino al banco dei magistrati:

--Fate entrare--gli disse--l'inquisito.

Ci fu un mormorìo di curiosità.

Subito entrarono un gruppo di birri e dietro di loro comparve, sereno, tranquillo, quasi sorridente, Nello Bartelloni, accompagnato da altri birri.

Da un'altra porta entrava nel medesimo istante l'avvocato Arzellini.

Prima di sedersi al banco della difesa, si tolse di capo il berretto nero, e s'inchinò rispettoso al Presidente e all'Avvocato Fiscale.

II.

La sala nella quale teneva le udienze la Rota Criminale fiorentina, al pianterreno, nel palazzo detto del Bargello, riceveva luce da finestre che davano sul cortile: era piuttosto oscura.

Vi si accedeva dalla porta, che è oggi quasi sulla cantonata di Via del Proconsolo e della piazza San Firenze. Allora quel tratto di via del Proconsolo si chiamava Via de' Librai: la porta era più bassa, adorna di fregi e di un gran cornicione, e in alto, posati su due aggetti, erano due leoni.

Sulla testa di questi leoni, in certi giorni solenni, si metteva una corona in ferro dorato.

Una scaletta segreta metteva in comunicazione gli ufficii della Cancelleria con la stanza del Soprastante alle carceri della Rota e per questa scaletta scendevano i prigionieri, condotti alle udienze, e passavano spesso anche i Cancellieri, recandosi a visitare i detenuti.

Un trabocchetto che, movendo da una gran sala del palazzo rasentava gli uffici della Rota Criminale e andava a finire nei sotterranei, dette in antichissimi tempi origine alle più cupe leggende.

La disposizione e l'ornamento della sala d'udienza poco differivano dal modo oggi per tal rispetto praticato.

I sei auditori sedevano dietro a un lungo banco coperto da un tappeto verde; a destra dei giudici sedeva l'Avvocato Fiscale, a sinistra il Cancelliere.

Dinanzi al banco dei giudici, più in basso, era il banco al quale sedevano gli avvocati, e dietro una lunga fila di sedie sulle quali prendevano posto gli attuarii, giovani, cioè, che nella Cancelleria facevano pratiche per abilitarsi alla magistratura, e altri giovani, che studiavano per diventare avvocati.

Un cancello di legno, alto quasi fino al collo di un uomo di ordinaria statura, spartiva la sala delle udienze dal posto riservato al pubblico.

La curiosità destata dal processo di Nello era acutissima.

Tutti volevano vedere il presunto assassino.

Un'ora prima che l'udienza cominciasse, la gente era entrata nella sala.

Alcuni venditori del Mercato avevano persino chiuso le botteghe per assistere all'interrogatorio di Nello, che doveva esser fatto dopo la lettura della relazione.

Uomini e donne erano lì pigiati e si alzavano in punta di piedi, e quelli rimasti indietro cercavano spingersi innanzi a furia di gomiti e d'imprecazioni. I due birri, che stavano di guardia alla porta della sala, ogni tanto facevano cenni con le mani, prima che cominciasse l'udienza, e il silenzio a un tratto si ristabiliva.

Poco dopo le vociferazioni, le esclamazioni d'impazienza ripigliavano, e i birri, chiamandoli per nome, minacciavano di far uscire i più rumorosi.

Due consiglieri di Stato, alcuni magistrati della Consulta, un segretario del ministro inglese, alcuni ragguardevoli personaggi dell'aristocrazia erano seduti nel posto riservato agli attuarii, e ai giovani avvocati.

Ogni tanto essi si volgevano indietro, come disgustati per gli acri odori che emanavano dalla folla dei mercatìni.

Nello aveva fatto atto di buttarsi a sedere, ma Lucertolo, afferratolo per un braccio, glielo aveva impedito.

--Devi stare alzato!--gli mormorò, digrignando i denti,--finchè il presidente non ti dica di sederti.

L'auditore Pantellini era occupato a mettere in ordine le pagine della sua relazione.

Il presidente richiese il cancelliere di adempiere alle solite formalità, e quindi, rivoltosi all'auditore Pantellini che gli sedeva a destra:

--Signor auditore!--gli disse a bassa voce,--può leggere la sua relazione!

Il pubblico s'impazientiva di non veder Nello.

Lucertolo, Zampa di Ferro, il Matto, Vendifumo, il birro più agghindato e più elegante della città, ritti e vigilanti attorno all'inquisito, ne toglievano la vista agli astanti.

L'auditore Pantellini cominciò a leggere con voce dura, e ogni tanto accompagnava la lettura con un gesto minaccioso e vibrato.

Il delitto del Vicolo della Luna era esaminato in tutti i suoi particolari.

L'auditore parlava della stanza misteriosa, della constatazione della ferita, dei precedenti di Nello.

Spesso il nome di un mercatìno, citato come testimone, pronunziato dal giudice in mezzo alla sua relazione, faceva scorrere un brivido, un sommesso mormorìo nella folla accalcata di là dal cancello.

La relazione, che leggeva l'auditore Pantellini, era imparziale, ma da essa la colpabilità di Nello risultava chiara, quasi indiscutibile.

I deposti di alcuni testimoni erano molto gravi: tutti i più piccoli precedenti del povero ragazzo presentati nel modo più odioso.

Esclamazioni di orrore si udirono nella sala, quando il giudice cominciò a parlare delle condizioni in cui era stato trovato il corpo del ferito in mezzo a una gora di sangue nella Piazza della Luna.

La sala, sempre scarsa di luce, appariva anche più buia per la giornata piovigginosa. Il giudice leggeva con accento quasi lugubre.

Le sue descrizioni brevi, evidenti, aumentavano l'atrocità della scena, che ricordava.

Quando egli cominciò a dire della ferita, per la quale l'assassinato aveva perduto il dono della parola, quando accennò ai lunghi mesi di acute sofferenze sopportate dal paziente, quando annunziò che, sebbene fosse stato necessario di fargli cambiar clima, e trasportarlo con ogni precauzione, come un moribondo, pure si avevano di lui notizie che tuttora inducevano a sperar poco della sua vita, quando accennò che la ferita era stata resa più larga e più dolorosa dal modo violento, brutale con cui l'assassino n'aveva tratto fuori il pugnale, da diecine di petti si alzò un grido di esecrazione!

Negli atti del processo non si trovava un solo argomento in favore di Nello, non ostante la buona volontà dell'auditore Nolmi, che lo aveva preparato: invece si accumulavano contro di lui le risultanze più compromettenti.

Come sa il lettore, l'auditore Francesco Nolmi aveva raccolto la convinzione morale che Nello non fosse colpevole, o per lo meno che la sua colpabilità fosse dubbia; ma il suo era sentimento, basato sopra osservazioni da filosofo, e sopra induzioni di una mente delicata, fondato su ingegnose, sottili ipotesi piuttosto che su fatti certi e positivi. Ora agli animi volgari doveva naturalmente sfuggire ciò che aveva colpito il magistrato, uomo dottissimo, e di grande intelletto. Non era già sfuggito anche a' suoi colleghi? E nel Turno di Revisione non era stato deciso di rinviare il processo alla Rota con due voti contro il suo?

La relazione volgeva al termine.

Lucertolo era tra coloro che l'ascoltavano più ansiosamente.

Di tanto in tanto, durante la lettura, egli faceva col capo un lieve cenno, appena percettibile, come se rispondesse a qualche suo interno ragionamento.

Il birro attento, trepidante, aveva aspettato di scorgere da un momento all'altro nell'arida relazione uno di quei tratti, che nella loro evidenza e semplicità bastano ad illuminare tutto un processo, che recano un raggio di verità nelle tenebre più intricate di un'istruttoria mal riuscita, che dimostrano ai veri intelligenti come il giudice abbia a traverso il fitto velo, che ingannevoli apparenze gli mettevano innanzi, veduta la strada da battersi e dalla quale i suoi colleghi, che l'hanno preceduto nelle ricerche, si sono allontanati.

Ma nulla di ciò traspariva da quella relazione.

Il giudice, severo, implacabile, seguiva le traccie del processo inquisitorio: non si alzava di una spanna dal terreno, che già aveva trovato battuto.

Spesso a certi punti della relazione, Lucertolo e Zampa di Ferro scambiavano sguardi significativi.

Allorchè il giudice arrivò al punto in cui sosteneva apertamente che Nello doveva aver commesso il delitto da sè solo, senza il menomo aiuto di complici, senza istigazione, secondo che si poteva con sicurezza inferir dagli atti del processo, Lucertolo battè un piede sul pavimento, facendo tal rumore, che molti torsero il capo verso di lui.

Accortosi, benchè troppo tardi, dell'imprudenza, il birro cercò di comporre la fisonomia ad una espressione di profonda concentrazione e di serietà.

Sebbene si sentisse mira agli sguardi di molti, non alzò gli occhi, non mosse ciglio, volendo dare ad intendere, o che non era stato lui che aveva battuto il piede in terra, o che aveva compiuto quell'atto inconsciamente.

Del resto, in quel momento, Lucertolo era bello a vedere. Ormai si teneva sicuro di non essere scoperto del furto da lui commesso nella camera della vecchia Tittoli, agonizzante: aveva ripreso tutta la sua maestà, tutta la sua alacrità e, a dire il vero, aveva speso una parte dei denari rubati a render più agevoli le indagini a cui si era consacrato.

L'amore dell'arte era potentissimo, radicato in questo poliziotto, che ad ogni costo, e pei fini da noi palesati, voleva far carriera e spingersi in alto.

Una prova del suo genio era stata quella di farsi mettere di servizio alle Carceri della Rota.

In tal guisa egli esercitava una duplice ed efficace sorveglianza.

Vegliava fuori su Bobi Carminati, ed entro le carceri si trovava di continuo in contatto con Nello.

Così egli non perdeva mai di vista i due punti estremi a' quali, secondo il suo pensiero, il delitto del Vicolo della Luna era strettamente collegato.

Ma Bobi Carminati, dopo pochi mesi, gli era sfuggito.

Audace sino alla temerità, non scaltro quanto Lucertolo, ma come lui arrischiato e avventuroso, Bobi Carminati lasciava il Corpo dei Pompieri, dove era inviso, e con una misteriosa protezione trovava nientemeno il modo d'entrare nella polizia.

Cinque mesi dopo il delitto, il pompiere Bobi Carminati era divenuto famiglio in uno dei sobborghi più lontani di Firenze, e sotto la dipendenza del Capitan Bargello di Brozzi.

Appena entrato nella milizia civile, appellativo ambizioso che il governo aveva dato ad una polizia sulla quale contava molto, e che guardava con occhio davvero paterno, il Carminati non fu più chiamato per nome, perdette anche il suo nomignolo di Marrone e ricevette un soprannome, ispirato dal suo truce aspetto, dai propositi feroci, che spesso teneva, il soprannome di Boia.

Quando si trattava di fare qualche spedizione penosa, di mettere un birro risoluto, che non scherzasse, alle calcagna di qualche manigoldo, il caporale diceva:--Ci manderemo il Boia!--E già Bobi Carminati era in pochi mesi divenuto lo spauracchio dei ladri campestri e dei rompicolli che infestavano le campagne.

Il disegno di Lucertolo si era dunque allargato.

La sua operazione diveniva più brillante, acquistava nuova importanza.

Non si trattava più per lui soltanto di scoprir l'innocenza di Nello, di scovar il vero autore dell'assassinio commesso sul pittore Gandi, ma si trattava eziandio di provare che l'assassino era un suo collega, di mostrare che la polizia degenerava, che andava troppo abbassandosi, raccogliendo i suoi agenti nella feccia dello stesso volgo.

Questo doveva, tornando in discredito di coloro che allora dirigevano la polizia, sempre più mettere in grido Lucertolo, procacciargli nome tra' suoi, poichè nei birri in quel periodo del 1831 era grande l'odio simulato verso gli altissimi capi della polizia: grande quasi quanto l'obbedienza, l'umiltà che ostentavano dinanzi ad essi.

Dieci minuti dopo che Lucertolo si era lasciato sfuggire l'improvvido atto d'impazienza, l'auditore Pantellini aveva finito di leggere la sua relazione.

L'accusa era formidabile, stringata, logica, convincente. Il rigido auditore aveva fatto un capolavoro. Nulla era sfuggito al suo acume; i più piccoli indizii, raccolti con abilità, accortamente disposti, acquistavano una forza indicibile. Il povero Nello era avvinghiato in una rete di ferro.

Durante l'esposizione dei fatti, così stringata e così inesorabile, il pubblico era rimasto di continuo perplesso, sospeso, agitato.

Tutti erano esasperati, irritati contro Nello e, dopo che l'auditore ebbe pronunziata l'ultima parola della sua relazione, vi fu un secondo di silenzio, di terribile e angoscioso silenzio.

Bisognava passare all'interrogatorio dell'inquisito,

I cuori battevano, tutti gli occhi erano rivolti verso Nello.

Lucertolo, cercato destramente il modo di parlare più volte solo con lui nella carcere, lo aveva, senza parere, o eccitar sospetti, preparato a questo interrogatorio.

Egli, dunque, ne aspettava più impaziente di ogni altro i risultati.

All'invito del presidente, Nello si alzò.

Pallido, e col labbro inferiore cadente, ma tranquillo, quasi sorridendo, fissava i suoi occhi nei giudici con una strana espressione.

Dopo averlo interrogato sulle generalità, il presidente gli disse.

--Come avete udito, voi siete accusato del delitto di tentato omicidio a scopo di furto nella persona del signor Roberto Gandi. Che cosa potete dire a vostra discolpa?

Il momento era solenne.

Tutti quelli che erano dietro la cancellata, allungavano il collo, si rizzavano sempre più in punta di piedi per veder Nello.

Quattro o cinque de' mercatìni più arditi si permisero alcune esclamazioni, proferite a mezza voce fra le più energiche del loro linguaggio, come se volessero indurre i birri che circondavano Nello a tirarsi in disparte e così dar modo al pubblico di sodisfare la sua curiosità di veder l'inquisito.

Ma Zampa di Ferro, il Matto, Lucertolo, si voltarono con certi ceffi, che consigliavano il silenzio a' più loquaci.

Le esclamazioni cessarono immantinente.

Nello non rispose alla prima interrogazione.

Allora il presidente con voce più scolpita rinnovò la domanda.

--Come avete udito, voi siete accusato del delitto di tentato omicidio a scopo di furto nella persona del signor Roberto Gandi. Che cosa potete dire a vostra discolpa?

--Io dichiaro--rispose Nello con voce ferma--che sono innocente.

Si udì un mormorìo di disapprovazione.

--Ricordo--disse il presidente in tuono minaccioso--che la maestà del luogo non consente interruzioni indecorose ed inutili. Dò fin d'ora ordine agli esecutori di vigilare da chi partano certe voci e di arrestare i disturbatori!... La giustizia ha bisogno di calma, non di intempestive eccitazioni.

Altri due birri entrarono nel recinto riservato al pubblico.

Pareva ormai sicuro che tutti avrebbero trattenuto anche il respiro.

--Voi dunque insistete--continuò il presidente, parlando a Nello--nell'affermare la vostra innocenza, che del resto avete dichiarato sempre nei vostri costituti?

--Giuro--disse Nello, questa volta alzando anche più la voce--che io sono innocente!

--Signor presidente--soggiunse l'Avvocato fiscale--vorrei che a complemento di quanto si trova in atti nel processo scritto, fosse domandato all'inquisito come egli passò la notte del 14 gennaio.

--Diteci come e dove passaste la notte del 14 gennaio?--richiese a Nello il presidente.

Nello rimase un istante perplesso: egli non si ricordava più di nulla.

Come abbiamo già raccontato, la sua mente debole era piena di lacune: la sua memoria era imperfetta.

L'idiota aveva tratti di apparente lucidità, si fermava con pertinacia su certe idee, ma il legame tra l'una e l'altra idea sovente gli sfuggiva; si confondeva, titubava, precipitava nelle tenebre della ragione.

Il modo con cui sapeva parlare di certi fatti estrinseci, di certe circostanze più ordinarie, impediva che i non esercitati nella conoscenza di certe misteriose malattie, di certe profonde imperfezioni dell'intelletto si persuadessero, sentissero che quel disgraziato non poteva essere responsabile.

Anche questa volta il presidente dovè tornare a ribattere la domanda.

--Diteci come e dove passaste la notte del 14 gennaio?

--Nel mio letto... a dormire!--rispose Nello.

--A che ora voi eravate andato a dormire?

--Sarò andato alla solita ora... quasi appena buio... non avendo mai avuto lume per vegliare, ed essendomi proibito dalla polizia di girare la notte.

--E perchè la polizia ve lo aveva proibito?

--Perchè alle volte, senz'accorgermene, cascavo per la strada, e mi addormentavo... e mi trovavano addormentato lungo i muri, sugli scalini delle porte: e spesso... dice... mi pigliavano le convulsioni: poi perchè i ragazzi mi davano noia... Una sera un branco di ragazzi mi si avventarono addosso verso le Loggie del Mercato Nuovo, mi portarono a forza di spinte nell'osteria dell'Impannataccia; là mi fecero bere; c'erano altri uomini, che mi misero le mani addosso, e fui trovato sotto una tavola ferito alla testa e tutto insanguinato...

--Basta! Basta!--accennò il presidente--Voglio sapere...

--Vostra Signoria mi perdoni!--interruppe in tuono cortese, ma serio, l'avvocato Arzellini, alzandosi. E tenendo nella mano destra il berretto e congiungendo i polpastrelli del pollice e dell'indice della mano sinistra, che agitava in aria, continuò nel gergo curialesco di allora:

--Con licenza di V. S. io credo che il racconto dell'inquisito giovi all'interesse della difesa perchè ci dimostra come l'inquisito fosse inviso, perseguitato in mezzo a quella classe di mercatìni dalla quale il Fisco ha scelto le testimonianze più gravi, che si trovano nel suo libello...

--Parlerà dopo, signor avvocato--osservò il presidente.--Ella entra ora nel merito...

--È dovere del mio sacro ministero... ripigliava l'avvocato.

--La prego!...--E il presidente accompagnò l'invito con un gesto affabile e risoluto.

L'avvocato sedette, senza protestare, e in atto molto rispettoso.

--Voi assicurate--disse il presidente indirizzandosi a Nello--che vi coricaste appena buio? Prima di addormentarvi, o durante il sonno avete sentito qualche rumore?

--No, Eccellenza!--rispose Nello tutto intimorito.--Non mi pare.

--Spiegateci, dunque, come accadde che essendo voi andato a dormire di prima sera, siete stato trovato la notte nel vostro letto tutto coperto di sangue? Come può essere avvenuto che un uomo sia stato assassinato, trascinato sino alla porta della vostra stanza, senza che voi abbiate udito il più piccolo rumore?

--Ma, signor presidente!--tuonò l'avvocato Arzellini, alzandosi impetuoso.--Mi permetto far notare a V. S. che nessuno dei vicini ha udito alcun rumore.

--Signor avvocato... non interrompa... la prego!--replicò asciutto e un po' sconcertato il presidente.--Voi... Nello... siete stato trovato nel vostro letto, insanguinato... Ma non basta... Sotto il materasso furon trovati nascosti l'orologio, la catena, uno spillo rubati all'uomo che giaceva dinanzi alla vostra porta, e il pugnale col quale era stata fatta la ferita da lui riportata alla testa.

--Il pugnale, la catena, l'orologio li ho presi io--rispose Nello, senza turbarsi,--ma l'uomo non l'ho assassinato io!

--Dove e come avete preso questi oggetti, se dianzi avete asserito che vi coricaste di sì buon'ora e vi addormentaste?

La mente di Nello già principiava a smarrirsi.

Egli non sapeva dare alcuna risposta.

--E voi siete in mendacio--proseguì il presidente, parlando con molta rapidità--poichè, mentre asserite di esser rimasto a letto sin dalle prime ore della sera, ci è un testimonio, che abita nel palazzo della Cavolaja, il quale la sera del 14 gennaio, circa le 10, mentre egli suonava il violino, vi ha udito cantare nella Piazza Luna.

Nello restò come fulminato.

Nella sala, ove regnava il più profondo silenzio, si sarebbe sentito alitare una mosca.

Ma ad un tratto, il silenzio fu turbato dai suoni di un organetto.

Una specie di zingaro, che la polizia tollerava pe' misteriosi servigi da lui resi, passava nella via de' Librai, suonando un'arietta popolarissima.

Nello, come già è noto al lettore, aveva una qualità, che si riscontra pure in molti poco sani della mente: una spiccata propensione alla musica.

La memoria musicale però in lui aveva bisogno per agire, secondo già dicemmo, d'essere aiutata dal ritmo. Era incapace di ripetere le parole senza l'accompagnamento della musica, e di rammentarsene altro che cantando.

Gli uomini di scienza conoscono questo fenomeno.

Dopo le prime note dell'organetto, Nello, invece di rispondere alla interrogazione del presidente, cominciò a cantare.

Cantava a squarciagola nella sala, come quando si trovava nella Piazza Luna.

Lì per lì tutti furono presi da stupore.

Poi nacque un baccano indiavolato.

Il pubblico si agitava.

Gli auditori, l'Avvocato fiscale, il cancelliere si alzarono.

L'avvocato Arzellini si accostò, anch'egli meravigliato, al suo cliente.

Ma già Lucertolo aveva steso una mano e sbarrato la bocca al mentecatto.

Nessuno capiva la vera ragione di quel canto improvviso.

Neppure uno tra coloro, che si trovavano nella sala, dubitò di attribuire a impostura, a raffinata simulazione, quell'atto di demenza del disgraziato.

--Impostore!

--Ipocrita!

--Birbante!

--Assassino!

Così il pubblico, e i birri, eccettuato Lucertolo, salutavano Nello.

L'eccitazione era immensa.

Specialmente dopo le risposte dell'inquisito, che avevano tanto aumentato, in apparenza, gl'indizii della sua colpabilità.

--Silenzio!--gridò l'usciere.

E tutti i birri rivolsero al pubblico le loro fisonomie accigliate.

Lo zingaro continuava a suonare l'organetto.

E Nello, appena Lucertolo gli ebbe lasciato la bocca libera, principiò di nuovo a cantare.

Allora gli esecutori, ad un cenno del presidente, lo trassero fuori della sala.

Ritornò due minuti dopo, tutto eccitato.

Lo zingaro si era ormai allontanato nella direzione della piazza San Firenze e Nello non cantava più.

Non rammentava anzi neppure di aver cantato.

Il pubblico strabiliava, ma ormai nessuno osava più far mormorii o atti, che provocassero rigori, secondo gli ordini dati dal presidente.

Il presidente fece a Nello un severo rabbuffo, gli spiegò come egli sempre più aggravava la sua condizione, tentando d'ingannare i giudici con mezzi tanto irrispettosi e grossolani, annunziandogli che, in separato giudizio, sarebbe stato chiamato a rispondere per schiamazzi, disordini nella sala d'udienza.

--Persistete--riprese il presidente--nel dichiarare di non aver commesso voi l'omicidio nella persona del pittore Roberto Gandi?

--Io dichiaro davanti a Dio, davanti ai giudici, davanti al popolo--disse Nello, in preda ad una singolare esaltazione--che qualcun altro ha commesso l'assassinio: io sono innocente... innocente... innocente...

E si mise a piangere.

--Signor presidente!--disse alzandosi l'avvocato Arzellini.--Credo anch'io--proseguì commosso--che il vero assassino non sia dinanzi alla Rota...

--Signor avvocato?

--Credo insomma che l'Attuario, che il Fisco abbiano troppo precipitato...

--Le ripeto!...

--Voglio far intendere, come spiegherò più ampiamente nella difesa, che altra mano versò il sangue dell'illustre artista Gandi... che sia opportuno rivolgere all'inquisito una domanda, che è stata negletta in tutta l'inquisizione.... cioè se egli abbia sospetti su colui, che può aver tentato di assassinare il signor Gandi.

--Signor avvocato!--rispose il presidente--non è questa domanda, che io creda strettamente necessaria, pure... per massima deferenza alla difesa, io la farò.

Ed il presidente formulò la domanda.

Lucertolo ascoltava ansioso.

Egli aveva indirettamente suggerito più volte a Nello di accusare il Carminati.

Aspettava dunque la risposta con impazienza.

III.

Il birro era sui carboni ardenti.

Ma Nello restò muto.

I suoi occhi si erano posati sopra un tavolino sul quale si trovavano i corpi del delitto: il pugnale, l'orologio, la catena, lo spillo, trovati sotto il materasso di Nello.

Egli ora guardava quegli oggetti con avidità; la vista di quei metalli luccicanti lo occupava, lo distraeva.

--Vede.... signor avvocato--osservò il presidente, rivolto all'avvocato Arzellini--l'inquisito non dà alcuna risposta.

--Prego V. S. di voler rinnovare la domanda.

Il presidente aderì.

L'inquisito fece un lieve moto con le labbra.

Tutti credevano che questa volta avrebbe parlato.

Ma non gli uscì di bocca un solo accento e continuò a guardare i metalli.

Sullo stesso tavolino erano gettati da un lato le vesti, il cappello del pittore Roberto Gandi, le vesti di Nello, e sotto il tavolino, in una cassetta, erano ammonticchiati i sozzi e sucidi panni insanguinati, che a Nello servivano di coperte nel suo giaciglio e fra' quali era stato trovato ravviluppato, dagli esecutori nella notte del delitto.

Il presidente rivolse altre domande all'inquisito, ma questi rispose in modo subdolo, indeterminato.

Fu concordato, con l'assenso del difensore, che poteva ormai considerarsi l'interrogatorio come esaurito.

--Il signor Avvocato Fiscale ha la parola!--disse il presidente, voltandosi verso il banco al quale sedeva il primo magistrato del Fisco.

Il magistrato si alzò, e appoggiando le mani all'orlo del banco, protendendo la persona alquanto in avanti, pronunziò, con vibrato accento, e con voce sonora le seguenti parole:

«_Signori, presidente e auditori!_

«Nei molti anni, dacchè esercito l'alto mio ministero, di rado mi fu dato studiar causa nella quale apparissero più chiari indizi della colpabilità dell'inquisito.

«La pubblica discussione ha sempre più messo in evidenza l'esattezza dei precedenti atti processuali.

«Giammai la mia coscienza è stata più tranquilla nel chiedere la esemplare punizione di un reo.

«Vindice della società offesa, io ho il dovere di parlare con severità. Il delitto sul quale voi, esimii signori, dovete dare il vostro onorando iudicato, è de' più nefandi e odiosi, che da molti anni si sieno commessi nella nostra città: è tale, che quasi toglie ad una mite popolazione il suo vanto di miti, temperati costumi e ci mette in mala vista fra le altre genti.»

Dopo essersi addentrato, alla minuta, in certi particolari della causa, l'oratore esclamava:

«Ah! signori, la causa nella quale io debbo concludere, è una causa tremenda, una di quelle cause per cui il magistrato con secura coscienza può ben parlare di catene e di patibolo!

«È inutile che io abusi della bontà vostra, cercando di provare con lunghi ragionamenti la responsabilità dell'inquisito.

«Alle speciose ipotesi di una pazzia incipiente, di uno stato mentale irregolare, rispondono con molta eloquenza le perizie dei medici fiscali.

«Che cosa potrei io aggiungere a ciò che con tanta limpidezza hanno detto uomini dottissimi?»

L'avvocato fiscale raccolse alcuni fogli, che aveva dinanzi e ne dette lettura.

Due medici, fra' più ragguardevoli che avesse Firenze, asserivano che Nello possedeva compiuta coscienza de' suoi atti, e che poteva tenersi per fermo avesse agito la notte del 14 gennaio con proposito deliberato, se non con una vera e lunga premeditazione.

La lettura di tali dichiarazioni produceva nel pubblico il più vivo eccitamento: rendeva sempre più acuta l'avversione contro Nello.

--Ma abbiamo pure le perizie estragiudiciali!--ribattè l'avvocato Arzellini.

Il presidente con un gesto benevolo fece cenno al difensore che non interrompesse.

--Lei parlerà a suo tempo... la prego... potrà dire tutte le sue ragioni--aggiunse l'egregio magistrato.

Si capiva che il presidente, nonostante la sua apparente severità, era già guadagnato o quasi alla causa di Nello.

Uomo di mente elevata, di molta esperienza, educato alla lettura delle opere dei filosofi, di intelligenza facile e pronta, aveva già capito ciò che i suoi colleghi non capivano: cioè che l'avvocato Arzellini combatteva in quei momenti per disputare un disgraziato, se non al patibolo, ad una pena che per lui sarebbe stata equivalente alla morte.

L'Avvocato fiscale riprese il suo discorso.

Descrisse con grande sfoggio di colori, con tutta la pompa retorica e declamatoria, della quale si faceva allora un immenso scupìo nei tribunali, la scena avvenuta tra il Vicolo della Luna e Piazza Luna la notte in cui era stato commesso il delitto.

Cercò di rimettere in azione quella cupa tragedia; parlò dell'assassinato, giovane, bello, famoso, caro a tutti, ospitato con orgoglio nella città, visitato, ricercato da cospicui personaggi, amato dal Sovrano, che era stato addoloratissimo del truce misfatto.

Lo mostrò proditoriamente aggredito, vacillante sul lubrico suolo del Vicolo, piombato a terra, atrocemente trascinato da un punto all'altro, lasciando per tutto quel luogo immondo le traccie del suo nobile sangue, poi spogliato, derubato.

La sua parola fluida, abbondante, efficace, scuoteva il pubblico, e, quello che più importava, s'insinuava abilmente nell'animo de' giudici, e per lo meno quattro degli auditori sentivano nascere, svilupparsi potente, irresistibile nei loro intelletti la convinzione della reità di Nello.

Il rappresentante della legge toccava da maestro, e con peculiare accortezza, tutti i punti della causa, deboli per l'inquisito, raccoglieva di tanto in tanto una falange di argomenti indiziarli e se ne serviva con la bravura di un uomo, abituato a tali conflitti, e che non temeva rivali: memore del dettato sì spesso ripetuto nel foro: Et quæ non prosunt singula, juncta juvant.

Naturalmente sfuggiva tutta la parte contraddittoria, che doveva poi esser raccolta, sviluppata, con sì valido acume, dal suo grande avversario, l'avvocato Arzellini, del quale però egli cercava con molta finezza screditare in precedenza gli argomenti; supponendo che gli fossero mosse obiezioni a quello che asseriva, e poi confutandole.

«Per stornare la inquisizione dal suo vero scopo--disse a un certo punto l'Avvocato fiscale--si è voluto far credere che il delitto, consumato nel Vicolo della Luna nella funesta notte del 14 gennaio, non fosse un semplice e volgare latrocinio, ma bensì un delitto cui sia collegato il più poetico, il più forte dei sentimenti umani:--l'amore!

«Ma come una tale tesi potrà essere sostenuta dalla difesa dell'inquisito?

«Non distruggerebbe essa a dirittura l'edificio, già così fragilmente architettato, sulla base dell'idiotismo del giudicabile?

«Si parla di amori... di una donna, che si sarebbe trovata nella stanza misteriosa del Vicolo, che vi avrebbe lasciato fuggendo il velo, del quale aveva coperto il suo volto, prima di recarsi ad un desiderato convegno, di una donna, la cui presenza alla stessa polizia, dopo le sue prime indagini, parve rivelata, oltre che dal velo dimenticato, dalle impronte lasciate da denti affilati e minutissimi in un pezzetto di candito... Ben lieve e frivolo indizio!.... Si è parlato di colloquio fra due amanti perchè si scuoprirono due bicchieri, l'uno quasi accanto all'altro sopra una tavola, e nei quali era stato versato il vino di una stessa bottiglia.

«Queste sono avventure ingegnose, bizzarrie, che starebbero bene in un romanzo, che non sono conformi davvero alla gravità della causa che ci occupa.

«E, anzi, sono persuaso che la difesa rinunzierà a inoltrarsi in così vani strattagemmi.»

L'avvocato Arzellini, che guardava fisso l'avvocato fiscale, e non perdeva sillaba di tutto quello che diceva, scosse vivamente il capo, e battendo un pugno sulla tavola, esclamò ad alta voce:

--Vedremo.... se saranno vani!

Il presidente fece al focoso patrocinatore un'altra ammonizione.

«Vani stratagemmi!--riprese l'Avvocato fiscale, in tuono sempre più veemente.--Imperocchè, ammesso questo dramma d'amore, qual parte vi avrebbe avuto l'inquisito? Sarebbe stato egli forse il bel cavaliere, per cui la donna sospirava e si comprometteva, andandolo a visitare nella stanza misteriosa? Sarebbe stato egli, che aspettava una amante e la rifocillava di canditi e di vino di Cipro? Egli, che avrebbe nell'impeto, nell'accecamento della gelosia assassinato il pittore Gandi suo rivale?

«E come potrà la difesa darci un racconto plausibile del modo con cui il Gandi fu condotto, tratto nell'agguato?....

«Chi si rivolgerà ad uno stolido, ad un idiota per commettergli sì ardua, sì delicata, sì terribile impresa, e in che modo un idiota la forniva con tanta intelligenza, con tanta audacia, con tanto abominevole precisione?

«Perchè egli oggi ha così avvedutamente taciuto il nome del suo complice, e lo ha sottratto alle insistenti ricerche della giustizia?

«È questa la critica che ci permettiamo, secondo la nostra ragione cui non possiamo rinunziare, e la nostra coscienza che non vogliamo tradire.

«È egli d'uopo ch'io mi soffermi a dimostrare gli esecrabili antecedenti dell'inquisito?

«E, per citare un estremo della più temeraria ferocia, non basta che noi ripensiamo alla brutale aggressione dell'inquisito contro il nostro esimio collega, il cancelliere Buriatti, durante la preparatoria inquisizione del processo?»

E l'Avvocato fiscale andava innanzi, abbellendo il suo dire di tutta quelle suppellettile oratoria che era allora in voga.

Avvocati fiscali, e avvocati difensori citavano versi di Orazio, di Virgilio, di Catullo, a profusione, intere ottave dell'Ariosto e del Tasso, versi del La Fontaine, diluviavano le massime dei pratici e dei dottori; i tropi, le metafore, le similitudini, le allusioni storiche e mitologiche, le parole altisonanti, sesquipedali.

«Ma io debbo accennare alla stanza misteriosa del Vicolo della Luna,--proseguiva l'avvocato fiscale--alla connessione che essa può avere col barbaro delitto, da cui fu la notte del 14 gennaio contaminata quella già località così sinistra.

«Ascoltatemi con attenzione.

«La stanza N. 5 serviva di certo ai convegni di qualche strano e capriccioso amatore; ma ogni retta induzione ci porta ad escludere qualsiasi relazione fra coloro che vi s'incontravano e il delitto che dette origine a questo processo.

«Il Fisco appose i suggelli alla porta, e vi sono tuttora, e sebbene la stanza sia piuttosto sfarzosamente arredata, nessuno si è presentato fino ad oggi a ripetere la proprietà degli oggetti che essa contiene.

«Ci è ignoto dunque chi fossero le persone che vi convivevano. Chi l'aveva presa in affitto si è circondato di tali precauzioni che non è stato possibile chiarirne la identità!

«Ad ogni modo si tratta di una galante avventura, che non è davvero interesse della giustizia l'approfondire nella presente causa.

«Per noi è certo che l'inquisito meditava da vario tempo il suo latrocinio. Per noi è certo che egli si è appostato alcune ore, aspettando una preda.»

Dopo una lunga perorazione, nella quale ricapitolò tutte le resultanze del processo, l'avvocato fiscale fece intendere che egli avrebbe preso le sue conclusioni.

IV.

Aveva parlato da circa tre ore, e il pubblico lo aveva sempre ascoltato con l'attenzione più concentrata.

Nella perorazione scongiurò i giudici a non lasciarsi vincere da alcuna perplessità per le incoerenze dimostrate dall'inquisito nel suo interrogatorio, pel suo rifiuto a rispondere, per gli schiamazzi con cui non aveva esitato ad offendere la stessa Rota.

Tali simulazioni non erano nuove, altri rei se n'erano valsi come espediente a sviare la meritata severità della Legge.

L'Avvocato fiscale terminò dicendo, che egli domandava per l'inquisito la stessa condanna da lui già domandata nelle sue conclusioni, che si trovavano fra gli atti del processo scritto.

«Concludo dunque--queste furono le ultime parole dell'oratore fiscale--che la Regia Rota condanni l'inquisito Nello Bartelloni nella pena di servizio ai pubblici lavori per anni venti, previa un'ora di esposizione, a indennizzare la parte lesa, e nelle spese della procedura.»

Previa un'ora di esposizione!

I mercatìni quasi non si tenevano più. Il loro desiderio era sodisfatto! Nello sarebbe messo alla gogna; lo avrebbero riveduto: avrebbero ricavato da lui i numeri del Lotto. Insomma si preparava ad essi in quel triste avvenimento una eccellente occasione di darsi bel tempo, di andar attorno con le spose, coi figliuoli, e far gazzarra.

Ma il pubblico, agitato, commosso, non ebbe tempo di lasciarsi sfuggire la più piccola espressione di sodisfazione o di meraviglia, poichè già si era alzato il celebre avvocato Arzellini.

Eravamo, dunque, al punto di quella lotta da atleti fra i due ragguardevoli oratori, che già abbiamo annunziato al lettore, e alla quale il pubblico ardeva di assistere.

L'avvocato Arzellini era quasi circondato da giovani avvocati, che, non avendo potuto trovare posto nelle sedie, gli si erano avvicinati, e, in piedi, gli stavano dappresso con la reverenza, l'affettuoso raccoglimento di discepoli, che non volevano perdere una sola parola del maestro venerato.

Tutti i cuori battevano, tutte le orecchie erano tese.

Gli stessi giudici si erano rivolti verso il difensore, e mostravano di esser disposti ad ascoltarlo con la maggior deferenza.

Lucertolo si era messo quasi accanto all'avvocato.

L'orazione non doveva avere ascoltatore più attento e più appassionato di lui.

--«Se grave e dolorosa causa--cominciò l'avvocato Arzellini--fu mai al mio patrocinio commessa, come non dirò io esser tale quella che quasi tremando mi accingo a discutere?... Nè le tristezze di questa causa, sebbene di fatti e varia e complicatissima sia, nascono dagl'intrinseci, che la presentano come problema giuridico da risolversi. Esse nascon piuttosto dagli sventurati estrinseci, che la circondano.

«Grave la fa l'inaudito e quasi inesplicabile coraggio di chi ispirò gli aliti primi dell'accusa... formando nella contradizione evidente di ogni diretto, o indiretto mezzo di prova un'ipotesi, la quale obietta un delitto della più incallita umana ferocia a giovane di tenera età, quasi demente, e peregrino nel cammin della vita.

«Grave la fanno il terrore e la perplessità in cui l'accusa ha gettato i nostri animi.

«Fa grave questa causa l'incontro fatale di circostanze, le quali, sebben nate dalla sciagura, o dalla imprudenza, assumono aspetto fallace di delittuose apparenze ad eccitare lo straordinario zelo, con cui l'encomiabile Uffizio fiscale sostiene l'accusa con tutte le forze dell'ingegno e dell'eloquenza.

«Grave fa pesar questa causa nell'afflitto mio cuore il dovere di un padre, che corre alla difesa del proprio figlio. Non mi fè certo la natura padre dell'inquisito: ma tal mi fece la Legge collocando tra le mie braccia questo sventurato innocente, questo tapino, solo nel mondo, senza guida, e senza alcun'altra tenerezza, affinchè io lo difenda e lo protegga. Di rado sentii più, ottimi giudici, quanto fosse sacro il mio ufficio.

«E qui un lamento mi sia permesso se non utile alla causa, e agli ottimi giudici, utile a me, ed al pubblico, che mi ascolta e che la Legge ammette a questo congresso solenne.»

L'avvocato lamentò quindi con parole energiche la condotta seguìta dalla polizia nelle prime indagini; la sua cieca persuasione di aver messo subito le mani sul delinquente, trascurando ogni altra ricerca, e adoperandosi anzi a propalare contro l'inquisito la più spaventevole leggenda.

Deplorò che alte influenze avessero pur regolato l'andamento del processo e che più volte in esso si fosse pronunziato, come potentissima arme contro il disgraziato, che egli doveva difendere, il nome dell'augusto Sovrano.

«Abbiamo, o giudici--proseguì l'avvocato--ben luttuoso argomento a trattare: un tentativo d'omicidio, seguíto da furto. Una vittima illustre, che, trafitta da pugnale, cade ferita, in mezzo alle più terribili angoscie, merita l'attenzione del magistrato e la società offesa reclama la severa ed esemplare punizione dell'assassino. Ma, se la società offesa nel più sacro de' suoi diritti domanda vendetta, la legge richiede imperiosamente che sia chiaramente ed evidentemente dimostrata la reità di chi è accusato, affinchè il giudice, trascinato da una fallace apparenza, non sacrifichi la vita di un innocente.

«È egli o no dimostrato, nel concreto del nostro lacrimevole caso, chi abbia sparso il sangue dell'infelicissimo pittore Roberto Gandi?

«Esiste un tentato omicidio; ma fatalmente per la Giustizia, come io vi mostrerò, s'ignora ancora la mano feritrice, il colpevole. Possiamo classificare questo delitto fra quei tanti, che sfuggono tutto giorno alla scure delle Leggi. Se ne cruccia la società, ne ha dispetto il giudice virtuoso, ma quanti innocenti ha salvata la tollerata impunità di alcuni colpevoli! Se si freme sul delitto fortunato, non si piange sulla innocenza sacrificata!

«Mettiam fine alle considerazioni generali.

«Credo che altro ordine non voglia questa causa, se non quello di sottoporre al criterio legale, l'un dopo l'altro, gl'indizii tutti di reità, con infinito studio raccolti dall'analitica penetrazione del Fisco.

«Esamineremo la natura di ciaschedun indizio, la sua qualità, la prova che lo assiste.

«Se un lodevole zelo per il ben pubblico, se l'orrore per gli atroci delitti hanno a pregiudizio del Bartelloni fatta illusione al magistrato inquirente ed al Fisco, religiosamente da voi, sapientissimi giudici, dopo le risultanze processuali, verrà riconosciuta la loro legale insussistenza, e il vostro equo giudicato, la ragione e la giustizia porranno fine alle tante immeritate sciagure ed al carcere in cui ha dovuto gemere il mio difeso.

«Scusabile è il Fisco nell'accusare, ed io di buon grado lo scuserò: ma perchè, eziandio chiedendo una minor pena, è venuto a parlarci di patibolo e di catene: ad atterrire un debole innocente con la sanguinosa suppellettile del suo spaventevole armamentario?

«Il Fisco vi ha raccontato, prestantissimi giudici, come si svolgesse, giusta i suoi criterii, la scena nefasta, che macchiò di sangue la notte del 14 gennaio il Vicolo della Luna e la Piazza Luna.

«Di nuovo io ammiro la fervida fantasia dell'oratore, il suo immenso, sconfinato zelo per perseguitare il delitto.

«Ma, ad ordire la sua tragica favola, il Fisco non tien conto neppure dei costituti, delle giudiciali dichiarazioni, dei giurati asserti dei testimoni, che già si trovano in atti.

«Dice il Fisco che il mio cliente si appostò varie sere nell'orrendo Vicolo, deciso a commettere un latrocinio.

«Egli non aspettava il Gandi, aspettava una preda qualsiasi, aspettava un uomo che potesse derubare.

«E pure, o signori, il testimonio Cosimo Pardilli, suonatore nell'orchestra del Teatro della Pergola, non ha giurato dinanzi al giudice inquirente che la sera del 14 gennaio, dopo le 10, mentre chiuso nella stanza, che egli abita nel così detto Palazzo della Cavolaia, suonava il violino, udì il mio cliente che cantava sotto la sua finestra, rispondente in Piazza Luna?

«Ah, è nuovo l'esempio, concedetemelo, eccellentissimi giudici, di questo assassino, che aspetta, cantando, col pugnale alzato, la sua vittima.

«Il Fisco non ha sentito quanto diventava grottesca la sua accusa?»

Sebbene cercasse di frenarsi, a Lucertolo sfuggivano segni non dubbi di approvazione.

«Gran trionfo mena il Fisco pel ritrovamento del pugnale insanguinato nello squallido e misero giaciglio del mio povero cliente.

«Però, o signori, concedetemi pure che diviene sempre più singolare questo assassino, il quale, invece di gettare lontano da sè il materiale del delitto, lo raccoglie quasi con cura e se ne circonda!

«È singolare un assassino, che trascina l'uomo che si suppone da lui ferito, proprio dinanzi all'uscio della sua abitazione, e quando gli ha posato il capo quasi sulla soglia, egli stesso la varca e si chiude, e si getta nel proprio letto senza pensare ad allontanare da sè i sospetti, anzi studiandosi di accumularli, di renderli, a così dire, palpabili, cercando di insanguinarsi le mani, i piedi, il volto, le vesti!

«Fino ad ora gli assassini, commesso il loro crimine, fuggivano, loro primo pensiero era di gettare il ferro omicida, di allontanarsi dal luogo del delitto, ma l'assassino pervicace che il Fisco vuole scuoprire nel mio infelice cliente, è un fenomeno, un fenomeno, che viola tutte le leggi di natura, ma che si accomoda mirabilmente alle crudeli esigenze dell'accusa.»

Dopo una breve pausa, che l'avvocato occupò nel consultare alcuni appunti, che aveva sparpagliati dinanzi a sè, così riprese:

«Nell'accurato, sintetico documento che ci ha letto il rispettabilissimo Auditore, relatore della causa, trovo una deplorevole lacuna.

«Egli non ci ha dato descrizione della struttura fisica del ferito, della struttura fisica del supposto feritore.

«Tal punto è di somma importanza!

«Il supposto feritore voi l'avete dinanzi ai vostri occhi nella compassionevole delicatezza e gracilità delle sue membra, nella triste debolezza delle sue forze, del suo mancato sviluppo, nella sua deficiente statura. Nel gramo corpicciuolo del mio cliente la Regia Rota ha uno straziante compendio di tutti i patimenti, di tutte le privazioni, di tutte le torture, che questo derelitto deve aver subito sin dalla nascita.

«Il pittore Roberto Gandi, il ferito, è invece di alta statura, di robusta corporatura, di forza muscolare straordinaria.

«Eppure il Fisco vuole indiscusso che il mio sventurato cliente, non ostante la sua piccolezza, il suo breve e debol braccio, abbia potuto ferire alla testa, gettarsi ai piedi, di un colpo, un uomo che tanto lo superava e di statura e di forze!

«Omicidio tentato per latrocinio, grida il Fisco. E sia pure! Ma è strano l'autore di questo latrocinio, che mentre non lascia nel corpo del ferito il pugnale, anzi lo strappa a forza, gli lascia nelle tasche il portamonete contenente una somma cospicua, e che, rinvenuto dagli agenti della polizia, si trova appunto su quel tavolino fra i corpi del delitto come una fra le tante prove d'innocenza dell'inquisito.

«Ed ora, prima che io entri a trattare più alto tema, a mostrarvi cioè le condizioni morali e intellettuali del mio sciagurato cliente, lasciate che io vi accenni al modo incompleto, assurdo, inumano, con cui la preparatoria inquisizione è stata condotta, adulterata....»

V.

--Signor avvocato, la prego a moderarsi...

--Non si può moderare, signor presidente, l'amore della verità, della giustizia... la convinzione profonda, che io ho della innocenza di un infelice perseguitato...

Si udirono nel pubblico mormorii ostili a Nello.

--La impopolarità non mi spaventa,--continuò il sommo avvocato, voltandosi e lanciando intorno a sè occhiate di sprezzo.--Non spaventò Socrate quando quel grandissimo, divino....

--Signor avvocato, ella deve parlare alla Rota e non al pubblico... E alla più piccola vociferazione avverto il pubblico che non sarà più ammesso ad assistere alla continuazione del processo.

I poteri del presidente della Rota erano amplissimi.

Il pubblico tornò in un attimo ad essere tranquillo.

Il focoso oratore, incoraggiato dai giovani entusiasti, che gli stavano sempre dattorno, e lo salutavano di tanto in tanto con un mal simulato fremito d'ammirazione, andò innanzi dicendo:

«Io devo insistere nell'affermare che l'inquisizione è stata in questo processo mal condotta, e senza imparzialità...»

--Ma, signor avvocato...

--Qui dunque si vuol violare la mia coscienza?

--Continui... ma l'avverto di tenersi nei limiti.

«Sì, la mia coscienza di galantuomo si ribella nel percorrere le carte, preparate nei silenzi della Cancelleria, quelle carte, su cui il Fisco fonda il suo spietato Vangelo!

«Il Fisco vuole esclusa ogni relazione fra il delitto consumato la notte del 14 gennaio, e la stanza misteriosa, segnata di N. 5, che si apre nel Vicolo della Luna. Ma noi sogniamo, o siamo desti? Assistiamo allo svolgimento di un terribile, serio dramma giudiziario, o all'intrigo di una commedia?»

Il presidente tornò a interrompere l'oratore. Di rado gli avvocati davano allora in tali escandescenze, e lo stesso avvocato Arzellini, sebbene noto per una insolita impetuosità, non era mai andato tant'oltre.

Il presidente lo avvertiva con benevolenza perchè anch'egli si sentiva sempre più propenso in favore di Nello, e la convinzione della innocenza di lui gli si approfondiva nell'animo.

«Quasi avrei abbandonato tale argomento,--aggiunse l'avvocato Arzellini,--se nelle stesse carte processuali, preparate dagli attuarii, non avessi trovato un gravissimo indizio.

«E a comprendere che sia gravissimo non vi è bisogno davvero di avere sfogliato i ponderosi volumi de' Bruni, de' Bianchi, dei Casonii, de' Farinacci sulla materia indiziaria.

«Gli agenti della polizia, allorchè fecero l'accesso nella stanza misteriosa, vi trovarono... fate bene attenzione, o signori... vi trovarono acceso un lume.

«Dunque quel lume avea servito ad illuminare le carezze, i trasporti di un convegno amoroso... aveva servito ad illuminare qualcuno, che poco innanzi era presente nella stanza, seduto alla tavola sulla quale si trovarono bicchieri sempre umidi del vino versatovi, i dolci a metà morsicchiati...

«Forse per il Fisco la lampada pendeva accesa da quel soffitto sin dalla creazione del mondo?... Chi dunque si trovava nella stanza, al momento in cui il delitto era consumato dinanzi alla porta, anche ammesso che le persone in tale stanza convenute al delitto sien rimaste estranee?

«Chi vi si trovava? Quali rumori ha udito? E che cosa ha fatto la polizia, non sapendo scuoprire, perdendo, anzi, a dirittura, le traccie di tal gente?

«E non basta!

«Attiguo al luogo del delitto è un infame raddotto.

«Perchè la polizia non ha spinto oltre quelle infette pareti le sue indagini?

«Ha forse essa avuto paura, mettendo il piede in quella soglia di sozzure, di contaminarsi, di lasciarvi il proprio candore?

«Perchè il processo inquisitorio è muto su tutti questi particolari?

«Perchè noi non sappiamo oggi--e l'elevatissimo accento dell'avvocato scuoteva tutti--chi è entrato nell'immondo raddotto della Palla tra la sera e la notte del 14 gennaio, se qualcuno vi entrò titubante, eccitando sospetti; infine perchè non si è cercato anche là, dove ben potevano trovare, o cercare asilo un delinquente, e i complici, gli ausiliarii di un delinquente?

«Altra lacuna imperdonabile e di suprema gravità è negli atti.

«Chi ci dice dove il pittore Gandi abbia passato la sera del 14 gennaio?

«È vero che egli non poteva parlare, che non si potevano ottener da lui risposte, ma se il suo labbro era muto, perchè la polizia, l'autorità inquisitoria non è eloquente e zelante nel fornirci tutti i particolari della causa, almeno quanto è eloquente e zelante il Fisco nell'accusare questo sfortunato?

«Sopra un tal punto io debbo esser molto circospetto, alti riguardi mi prescrivono una necessaria discrezione, ma di un indizio molto importante dobbiamo tener conto, che il pittore Roberto Gandi indossava panni umili, dimessi, la sera del delitto... si era insomma travestito!

«Ciò risulta dagli atti del processo.

«Ma travestito si era a quale scopo?

«Vedete quante oscurità; quanti dubbii, quante ambagi solleva questo processo!...

«Solo il Fisco è sicuro, egli non ama i complicati problemi. Non gli va a grado l'analisi, la quale separa e decompone. Egli vagheggia la sintesi, che tutto riduce ad un'asserzione compatta e unica.