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CHIOSE
ALLA CANTICA DELL'"INFERNO"
CHIOSE
ALLA CANTICA DELL'INFERNO
DI DANTE ALIGHIERI SCRITTE
da
JACOPO ALIGHIERI
_pubblicate per la prima volta
in corretta lezione con riscontri
e fac-simili di
codici, e precedute
da una indagine
critica per
cura di_
JARRO (G. Piccini)
MCMXV
IN FIRENZE = R·BEMPORAD
& FIGLIO, EDITORI
_ALLA MAESTÀ
DEL RE VITTORIO EMANUELE III_
Sire,
_In un'opera, che rimarrà immortale, come la saviezza e la bontà da Voi già dispiegate, durante il Vostro regno, la Maestà Vostra ha dimostrato quanto Le stieno a cuore gli studi della erudizione, e come sia convinta, dopo certe sapienti, lunghe indagini, debba, da ogni sforzo di dottrina, derivar un nuovo civile incremento._
_Nel nome di Dante l'Italia rafferma la sua gloria di madre d'ogni alta cultura e però, con libero pensiero, con omaggio devoto, ho voluto offrire al Sovrano che, sin da' suoi giovani anni mostrò intelletto infiammato del sapere, questo studio di schietta italianità._
Della Vostra Augusta Maestà
Dev.mo Obbed.mo Suddito
ENRICO BEMPORAD
EDITORE
Firenze, 1º settembre 1914.
PREFAZIONE
Per la prima volta si pubblicano, corrette nel testo, ridotte alla lor vera lezione, e sottoposte ad indagine critica, rivendicate, con validi argomenti, al suo autore le Chiose alla prima Cantica della Divina Commedia, scritte da Jacopo, figlio di Dante Alighieri.
E c'è da meravigliarsi che fosse lasciato così negletto un testo prezioso per la ermeneutica dantesca: uno fra i più antichi commenti del sublime poema, e che contiene una interpetrazione nuova, con singolarissimo intendimento, per la prima volta or da noi messo in rilievo. E non accade l'insistere su la importanza di tale sottile interpetrazione circa le allegorie della Divina Commedia, se si riflette che Jacopo può averla udita, raccolta dalle stesse labbra del padre.
Ma procediamo per ordine.
Furono, sino ad oggi, raccolte in copia notizie risguardanti i figliuoli di Dante Alighieri, ma non si è ancora appurato, tali notizie essendo sovente incompiute, qual de' figliuoli fosse il primogenito, o Pietro, o Jacopo. Forse, Pietro è da reputarsi il maggiore, poichè, mentre il padre avea preso stabile dimora in Ravenna, egli era già investito di due benefici ecclesiastici[1]. E ciò si ritrae da una sentenza del Cardinale Bertrando del Poggetto:--sentenza, da cui s'apprende che Pietro si rifiutò di pagare le procuragioni dovute al Cardinale, ed è del 4 gennaio 1321: otto mesi innanzi la morte di Dante. E i benefici doveano essere stati a Jacopo ottenuti dalla moglie di Guido Novello da Polenta.[2] Allorchè il padre ebbe bando da Firenze, nel 1302, i figliuoli rimasero nella città con la madre, stretti d'angustie, ridotta la famiglia a scarso, sottil tenore di vita. Dopo la battaglia di Monteaperti, per l'atto di condanna del novembre 1315, anche i figliuoli son cacciati in bando (Dantem Allagherii et filios): non già perchè avessero compiuto gesta contro la saldezza della Repubblica, ma per effetto della legge spietata che accomunava nella condanna de' ribelli eziandio i lor figliuoli, che avesser tocco i quindici anni. Sbanditi dalla patria, si rincontravano col padre su la via dell'esilio; ed egli amorevolmente li accolse e li ebbe seco prima a Verona, poi a Ravenna. Nè ci soccorrono documenti a chiarirci del tempo da essi trascorso col padre: ben sappiamo che in Ravenna si trovavano alla morte di lui e, con l'aiuto di Ser Pier Giardini, misero a ordine, devotamente, i manoscritti lasciati dal divino poeta.
Rileviamo dal Boccaccio che gli ultimi tredici Canti del Paradiso andaron smarriti per circa otto mesi e furono, per ventura, dopo assidue, insistenti ricerche, trovati. E già se ne disperava al segno che Jacopo, il più acceso negli studii letterarii, avea formato il disegno di supplire egli alla mancanza. Lieti per la preziosa recuperazione, volsero l'animo a significare la gratitudine degli esuli verso Guido Novello da Polenta, allora podestà per i bolognesi, e ch'era stato agli esuli fiorentini generoso di ospitalità. E fecer disegno, e il posero in atto, di offrire a quel Signore la prima copia integra della Divina Commedia, accompagnata da un Sonetto e da un Capitolo, scritti da Jacopo a dilucidare in quali e quante parti è diviso e suddiviso il grande Poema.
Di lì a breve tratto (nel settembre 1322) i due figli dell'Alighieri, scaduta la signoria de' Polenta, lasciavan Ravenna. E, nel 1323, nel 1324, Pietro era in Firenze. Come gli desse l'animo di tornare nella città donde era stato sì aspramente cacciato, non sappiamo al certo; ma non ci è conteso il supporre ch'egli facesse questo pensiero: era stato sbandito unicamente come figliuolo dell'Alighieri e, morto il padre, non veniva a mancar la ragione del suo bando? Tanto più che nella sentenza di condanna non era neppure specificato il nome di lui. Questo egli, forse, credeva, ma andava errato. Nel bando era pur segnata la sua condanna di morte: e, sovrappreso da timori, sollecitato da consigli, prima che contro di lui si risollevassero gli odii, si sguinzagliasser le invidie, e il malanimo sì aspro e operoso contro il padre, si dannò da sè a nuovo esilio e si ritrasse in Verona, ove fu giudice del Comune e Vicario del Podestà.
Morì nel 21 aprile 1364 in Treviso ed ivi ebbe sepoltura in Santa Margherita degli Eremitani, oltre il Sile.
* * * * *
Nel 1325 la Signoria di Firenze concedeva perdonanza a' cittadini mandati in bando e, dava loro balìa, salvo a' ribelli, di tornar in patria, se assentissero di pagar una certa quota su la ammenda, della quale erano stati colpiti. Jacopo di Dante volle approfittar di quella congiuntura e rifarsi fiorentino. Fu allora ordinata una pratica per appurare se egli dovesse avvantaggiarsi delle larghezze concesse: e fu deciso in suo prò e ciò, verosimilmente, per un garbuglio di legulei, poichè nella sentenza di condanna, secondo abbiamo toccato più sopra, era accennato a' «figliuoli di Dante» senza specificarne i nomi.
Tuttavia, egli non prese stanza in Firenze, ma riparò a Fiesole ove, nel 1326, ebbe i primi ordini ecclesiastici. Nè si attutivano gli odii contro di esso, aizzati da' nemici del padre. Acchetate le parti de' Bianchi e de' Neri, si era formata un'unica parte, schiettamente guelfa: ma non s'erano acchetati i rancori verso coloro, che avean macchinato contro l'ordine, la ragione dello Stato e fra essi Dante primeggiava: acerbo, implacato riprensore de' costumi de' suoi concittadini; disfogatore, senza tener modo, delle sue ire contro personaggi e famiglie, cui non aveva il suo focoso risentimento risparmiato alcun vitupero e che aveva dannato a perpetuo dileggio, ad una infamia insanabile. Donde l'acuta avversione de' Donati che non sapean perdonare neppure alla sua memoria. I genii sono, generalmente, importuni: prendono troppo posto nel mondo, appaiono invasori, sono dominatori, loro malgrado. Egli era stato, e con spiccatissimi tratti, e quasi a studio, importuno a molti.
E costoro si sfrenavano sempre in calunnie contro il poeta, aveano in dispetto il suo Libro divino, che s'ingegnavano tener nella oscurità (da cui i secoli l'hanno rivendicato) credevano poter spengere quella fiamma, che dovea essere una tra le luci più vive del civile consorzio. Alla divulgazione della Divina Commedia fu contrapposto in Firenze ogni ostacolo, con subdoli espedienti, o recisi pareri: coloro che il poeta aveva percossi, o sfiorati della sua folgore; coloro ch'egli aveva collocati, con scherni sublimi, nelle sue bolgie infernali, urlavano come dannati contro di lui. La morte del poeta non li placava: sentivano che la loro onta dovea essere immortale. Il poema, combattuto a Firenze, era già letto, comentato, diffuso, suscitava ammirazioni in altre città d'Italia, per esempio a Bologna; nella patria del fiero ghibellino rafforzava, perpetuava le inimicizie. Un comentatore, contemporaneo d'Jacopo, esclama: Universus et totus infernus florentinis noscitur esse plenus. E a cotale esclamazione fa seguire i nomi di circa una trentina di ragguardevoli fiorentini, che in varii cerchi infernali son dal poeta allogati.
Se è lecito trar paragoni tra uomini e tempi, tanto diversi, Dante fu tra molti de' fiorentini suoi contemporanei in disgusto, come furono, nel decorso secolo, fra gl'inglesi Giorgio Byron, e fra i tedeschi Enrico Heine: e ciò per lo stesso motivo, per la sanguinosa satira de' loro compatriotti, per aver flagellato ove credeano fosse buono e degno l'assestar colpi.
Un'idea dell'accanimento de' nemici di parte contro il poeta è da rilevarsi dallo stesso opuscolo di un suo contemporaneo, il frate Vernani, da noi ripubblicato e tradotto dal latino, nel quale l'autore del De Monarchia è chiamato «ignorante» e dipinto, scusate se è poco, com'uomo di mal'affare. Già il qualificativo di «barattiere» del quale egli gratificò sì copiosamente altrui era stato, con fermezza, aggiunto al suo nome.
E, scomparso il poeta dalla scena del mondo, il livore non posava, nè stava pago di scatenarsi contro l'opera di lui, anzi inveleniva contro il figliuolo Jacopo. Costui traeva alquanto al vanitoso, era di una sfolgorata ambizione, ma aveva culto, quasi religioso, per l'ingegno del padre: e non si ristava dall'adoperarsi alla divulgazione della Commedia. Infatti, fra il 1330 e il 1340 appaiono scritti un gran numero di Codici danteschi fiorentini, non pochi fregiati con lo stemma degli Alighieri, ed è agevole l'inferirne che a tanta copia di codici, oltre l'attrattiva esercitata dall'opera su le menti degli amici, non dovessero essere estranei il fervore, lo zelo di Jacopo.
Tale amore filiale faceva acuire a' pertinaci nemici del poeta le lor vendette. E nel 1335 fu riaperta la pratica contro Jacopo e si pose innanzi, di nuovo, il dubbio, se a lui fosse lecito rimanere in Firenze, senza offesa delle leggi.
Ma l'esito di questa seconda pratica non ci è noto: pur abbiam documento che, negli anni 1341-42, egli si trovava un'altra volta lontano dalla sua città natale. E menò vita assai avventurosa. Fu, nel 1342, reintegrato nel possesso de' beni paterni. E narreremo di lui qualche tratto ben singolare. Da giovane, insieme col fratello, avendo voluto rendersi prete, ricevette gli ordini, e si era pur dato tutto alle cose dell'anima e avea scritto versi su la Morte, che gli accattaron favor popolare per la sincerità della loro ispirazione. E nel 1341 e '42 godeva la prebenda di un canonicato, in quel di Verona: procacciatagli, è da farsi congettura, dal fratello Pietro. Giunto all'età matura venne in desiderio di tor moglie: e poco stette in tal proposito, chè fu condannato per mancata promessa di matrimonio e per non aver restituito la dote, che aveva, alla chetichella, arraffata.
Si sa che venne a morte prima del 1350; manca ogni data più precisa.
* * * * *
Il Boccaccio chiama i due fratelli Alighieri «dicitori in rima». E già conosciamo di Pietro una Canzone morale contro a' Pastori: una Canzone per Papa Giovanni XXII e per l'Imperatore Lodovico. Di Jacopo, oltre il sonetto a Guido da Polenta, il Capitolo, in questo volume riprodotto, e che contiene un sì abile, fedel riassunto della Commedia e i versi su la Morte, di cui toccammo più sopra. Di Jacopo si è pur conservato un sonetto, indirizzato a Paolo dell'Abbaco e un poemetto intitolato Dottrinale, in cui egli si atteggiò a dare insegnamenti di Cosmologia.
Ond'io da mia natura,
non per troppa scrittura
ardisco a tale impresa,
però ch'io ho difesa
dalla mia compagnia
d'avere Astrologia,
Acciò che sia palese
per ciaschedun paese
del sito italiano
da presso e da lontano
l'esser dell'universo,
dirò a verso a verso.
Nel nome del Signore
ch'è superno motore
che mi concede gratia
sì ch'io possa far satia
di verità la gente
et futura et presente....
Che piagnendo mi dice
che sua vera radice
quaggiù non è intesa
da que' che l'han compresa:
anzi le par travolta
e tra bugie ravvolta.
Ond'ella se ne duole,
e riparar si vuole
forse col mio ingegno,
bench'i' non ne sia degno,
a voler ch'io ripeti
filosofi e poeti....
Ond'io volto a Levante,
Jacopo di Dante,
incomincio mia boce
col segno della croce,
che mi conceda tale,
ch'io faccia un Dottrinale.
Ma i due figliuoli di Dante furono tutt'e due commentatori della Commedia: Pietro di tutto il poema, Jacopo non andò oltre la prima Cantica. A Jacopo, mentre ebbe dimora in Firenze, molti dovean far capo per richiederlo di spiegazioni su i passi più ardui. Ed è curioso che il possessore di un antichissimo codice scrivesse in margine ove non s'intendeva: Jacobe, facias declarationem. In una tra le varie stesure dell'Ottimo è riferita, col nome di Jacopo, una chiosa, mentre altre, numerosissime, di leggeri riconoscibili per la singolarità del dettato, vi si leggono senza che ne sia accennata la provenienza.
Nel codice Palatino 313, che contiene grandissima parte del Comento di questo figlio di Dante, sebbene spesso le sue chiose sien corrotte e alterate, interposte ad altre d'indole e di dettato differenti, quasi ogni chiosa è segnata della sigla Jac (Jacopo). Al Commento, contenuto nel Codice laurenziano XC. Sup. 124 si attribuiva maggior credito, poichè vi si notava il figliuolo di Dante averlo trascritto di sua mano, e fin nel secolo decimosesto la dichiarazione di Jacopo fu con diligenza ricercata.
Siamo nel settecento, al ravvivamento degli studi danteschi. Il Commento di Jacopo fu conosciuto dal Pelli, dal Melius, che non vi assegnarono molta importanza e soltanto nel 1848 un gentiluomo inglese, lord Vernon, insigne per promovimento dato agli studi della classica letteratura italiana, tenero, rispettoso di ogni gloria nostra, più che non fossero in quel tempo molti italiani, lo dava in luce a sue spese.
Ma, contro il divisamento del nobile signore, la pubblicazione riusciva assai imperfetta, quasi inutile per i troppi errori accumulativi, per difetto di critica indagine. L'edizione, di soli cento esemplari, potè esser nota a pochi eruditi: ed ormai è a dirsi introvabile. Però di questa edizione e della nostra discorreremo, con più larghezza, altrove.
I pochi, cui riuscì ad aver contezza di queste Chiose non vi trovaron ciò che, senza fondamento, si ripromettevano di attingervi.
Avevano in animo di ritrarre dalle Chiose di Jacopo ragguagli di fatti storici avvenuti al suo tempo, notizie curiose su i personaggi satireggiati, o lodati, nel poema. Non tenner conto che a Jacopo riusciva ben disagevole l'aver di nuovo ricetto, come sbandito, nella patria e ottenere la restituzione de' beni paterni. Gli approdava, dunque, il tenersi lontano da ogni causa di dissidii cittadineschi, il dissimulare, anzi, menare il buon per la pace e non andare stuzzicando vespai. Si stava contento alla esposizione delle principali allegorie del poema.
Male erano ispirati coloro che alle Chiose dello scrittore, cui era consigliata tanta prudenza, chiedevano, come oggi si dice, le indiscrezioni di uno stemperato cronista. La forma delle Chiose apparisce un po' grezza, ispida se vuolsi, con l'arida impronta di altre prose scolastiche in quel tempo: vi ricorron penose circonlocuzioni, i periodi vanno alquanto intralciati, v'è una certa sconnessione e spesso la sintassi è zoppicante. Ciò, specialmente, nella prima versione. E da tali sconci molti furono turbati e sentenziarono che non si trattava di un lavoro originale, ma bensì di una cattiva traduzione dal latino. Altri sollevarono dubbi perfino su la autenticità di tale scrittura.
Ma un uomo di gran sapere, lo Scheffer-Boichorst, fu il primo a dimostrare di quanto rilievo fosse il breve Commento e vi rivolse l'attenzione degli studiosi. Egli pose in chiaro l'analogia che è fra alcuni brani del Commento e il Capitolo di Jacopo, intitolato Divisione: e analogia di sostanza e di dettato. Tale Capitolo si riscontra, o solo, o insieme con l'altro Capitolo di Busone da Gubbio in molti codici della Commedia, e in modo da formar quasi parte integrale del poema. La stessa intima relazione col Commento ha il Dottrinale di Jacopo, come accennò nel 1890 il dottissimo dantista Fr. Roediger, e vi sono pure strette attinenze col Sonetto indirizzato a Guido da Polenta. E se ne può trarre la conclusione che chi aveva scritto quelle rime fosse pur l'autore del Commento.
E, poichè queste somiglianze ricorrono anche in certi vocaboli singolari e costrutti piuttosto ricercati, si corrobora, in favor del volgare, la questione circa la lingua in cui, originariamente, furon scritte le Chiose.
Restava però sempre da dire. E nel 1903 il prof. Luiso tentava mandare a rifascio l'edificio, appena eretto, in onore del nostro autore. Egli brandiva, qual arma formidabile a spulezzar via quanto era stato, con dottrina, accumulato il Codice Laurenziano (XC, Sup. 114) già ben noto, da tempo, ai colti nella ermeneutica dantesca, e che reca la notizia che il figlio di Dante lo fece «co le sue mani»: forse perchè la prima chiosa che vi si legge è traduzione del principio delle Chiose di Jacopo. Per assegnare ad Jacopo il commento latino, contenuto in questo Codice, si credette necessario, anzitutto, di recare al niente le Chiose, andate sin'allora sotto il nome di lui.
Ma peccato che il valentuomo, il quale si avventava ad una sì temeraria risoluzione, non credesse opportuno darsi la briga di mettere a raffronto i due testi. Con questo piccolo avvedimento si sarebbe chiarito che la chiosa italiana è assai più precisa e più nitida della latina e il preteso volgarizzatore non merita di essere tanto svilito.
Ed era pur da procedere, se non erriamo, al raffronto fra altre chiose che offrono, nel codice Laurenziano (XC, Sup. 114) spiccati riscontri con quelle volgari di Jacopo: ad esempio la chiosa su Amfiarao, ove il figlio di Dante cita Stazio «nel suo Thebaidos», mentre il compilatore del Commento contenuto nel codice Laurenziano XC, Sup. 114, dice «Stazius secondo Thebaidos» prendendo forse il suo di Jacopo per una abbreviazione[3].
Ma, senza poterci offrire un testo latino che risponda in tutto alle Chiose volgari, e i due testi son molto dissimili, salvo in qualche chiosa che hanno a comune, il censore si dette a rifrustare nel commento volgare i latinismi e, sin il vocabolo leno gli sa di latino e non gli sovviene che leno significa arrendevole e in questo senso non solo spesso si trova nelle scritture del trecento, ma e' corre pur oggi, qual moneta di buon conio, nella lingua parlata.
Un altro dotto, Michele Barbi, sventò tali censure e con la virtù della sua dialettica, n'ebbe facil vittoria.
Che, se non bastasse il por mente alle intime affinità tra le Chiose e le altre opere di Jacopo, sarebbero ancor da accennare i brani e vocaboli che son recati nelle Chiose dalla Divina Commedia e dal Convivio. E ciò non avrebbe potuto derivarsi da un testo latino, nè sarebbe occorso ad un volgarizzatore sciatto ed imperito.
Ed al Luiso doveva saltare agli occhi tale difficoltà: egli che, con tanto accorto giudizio, rimette (7º capitolo) nel testo delle Chiose le parole senno umano, invece di sermo umano che offrono i due manoscritti: e la correzione risponde perfettamente alle parole senni umani (nell'Inferno, VII, 81). Ed è, senza dubbio, la genuina lezione, come risulta anche dal codice Ashburnhamiano 833, dove questa chiosa è citata col nome di Jacopo.
Se nel suo Commento è qualche latinismo si spiega con l'aver egli dovuto ricorrere sovente ad interpretazioni latine antecedenti alla sua opera; ma lo stile artificioso, strano è eguale dal principio alla fine: stile tutto proprio d'uno scrittore, e che non può essere stato calcato su un preteso originale latino. Secondo noi, rispetto alla lambiccatura del dettato nel Commento vi è, forse, una spiegazione nel fatto che Jacopo, il quale era vanitoso, e sentiva orgoglio d'esser figlio di Dante, abbia creduto imitare il padre, o inalzarsi, eleggendo uno stile artificioso e usando vocaboli e modi nuovi, giusta l'esempio paterno. Ma di Dante mancavano al figlio il genio poderoso, il gusto e gli studii profondi: studii, in cui si era fatto molto innanzi il figlio Pietro, ma nel quale l'arte del dire non pareggiò la dottrina. Jacopo credè supplire alla coltura con la felice natural disposizione dell'ingegno: ed ebbe studio più di stranezze che di eleganze: e si persuase venir in opinione con ostentati artifici. E non sai s'e' riesca più bizzarro, o più risibile in quella sua solenne sicumèra con cui si atteggia ad insegnare a tutti i principii della Cosmologia «per sua natura» così e' dice, non per troppa scrittura. Per natura egli vuol significare ingegno, intellettualità. E di ciò pur si ha riscontro nelle prime terzine del suo Capitolo:
O voi che siete dal verace lume
alquanto illuminati nella mente,
ch'è sommo fructo de l'alto volume,
perchè vostra natura sia possente
più nel veder l'esser dell'universo,
guardate a l'alta Commedìa presente.
E si mettano a riscontro con questi versi il Sonetto a Guido da Polenta e le linee onde muovon le Chiose.
«Acciò che del frutto universale novellamente dato al mondo per lo illustre filosofo Dante Allighieri fiorentino con più agevolezza si possa gustare per coloro in cui il lume naturale alquanto risplende senza scientifica apprensione, io, Jacopo, suo figliuolo ecc.».
Insomma siccome egli è intellettuale, ma senza troppa «scrittura» così scrive anche nel linguaggio nativo (in prosa materiale)[4] per quelli che sono di mente lucida, ma senza «scientifica apprensione». E chi riflette a quanti autori occorrono per illustrare la Divina Commedia sarà preso da meraviglia nell'avvenirsi a vederne citati nelle Chiose pochissimi: Omero, Aristotile, Orazio, Virgilio, Lucano, Ovidio, Tito Livio, Boezio, Terenzio, la Bibbia, tra i quali si debbon escludere Omero e Aristotile, Terenzio e Boezio che, per varie ragioni, egli certamente non ebbe fra mano e forse anche alcuni altri, che soleva citare di rimbalzo.
In generale, non va oltre alla sommaria citazione delle sue fonti; e suol dire «secondo i poeti, secondo le poetiche scritture» le storie di Antenore e d'altri[5].
Vuolsi pur ammettere che Jacopo abbia preso a prestito un certo numero de' suoi racconti, delle sue esposizioni da altri scrittori sincroni. Così, ad esempio, nel tratto ove parla delle Furie, per il significato delle quali si richiama a' soliti «poeti»: ed una parte di questa Chiosa proviene da Lattanzio, l'altra da Sant'Isidoro: e il tutto si legge in altro Commento dantesco del tempo, ove non pur son menzionati i detti autori, ma se ne riferiscon quasi testualmente le parole.
Pur tuttavia le Chiose del nostro furon tenute in conto quale opera d'un figliuolo di Dante e fin che non le surrogarono Commenti più ampii e diffusi a tutto il Poema.
A noi delle Chiose pervennero soltanto due copie nel testo integrale e due frammenti.
* * * * *
L'importanza del lavoro di Jacopo non è da ricercarsi nella quantità e qualità del materiale d'erudizione e di raffronto, di cui disponeva, bensì nella esposizione, ch'ei fa con tanta evidenza, della struttura del Poema e nella dimostrazione omogenea e continua delle sue allegorie, ciò che non si riscontra in alcuno degli antichi commentatori. E, se afferma nel Proemio di voler dimostrare parte del profondo ed autentico intendimento della Commedia, ciò si riferisce essenzialmente al contenuto allegorico.
Però lascia in disparte la descrizione dello stato delle anime dopo la morte, con i loro martìri, e le loro gioie, quale resulta dal senso letterale del testo; muove dal concetto che si debba ravvisar nel Poema un Trattato di filosofia morale in cui si dimostrano «le qualitadi della generazione umana»: la prima, quella de' viziosi mortali, chiamandola Inferno; la seconda quella dei penitenti, il Purgatorio; e la terza quella dei perfetti, il Paradiso «a dimostrare la beatitudine loro e l'altezza dell'animo congiunta con la felicità, senza la quale non si discerne il Sommo Bene.»
Jacopo, dunque, reca tutto alla vita attuale e, astraendo dal magnifico dramma, dalle situazioni, dalle figure che il poeta ha scolpito sì di forza, suggeritegli dalle tradizioni popolari e chiesastiche, e considerandole quali mezzi atti a muovere la immaginazione, ci rivela il loro intimo significato, magistralmente nascosto dal poeta sotto il colore di una visione d'oltre tomba.
Gli orribili, tremendi castighi dell'Inferno si riducono a sofferenze insite nei vizii stessi e derivanti dallo stato morboso in cui si trovano i contravventori alla legge divina: le consolazioni del Purgatorio ad aspirazioni verso la libertà; le beatitudini del Paradiso alle sodisfazioni del vivere in purezza e conforme a' dettami della celeste Bontà. Alle ardenti fantasie dantesche subentra un arido schema di filosofia morale: alle esaltazioni estetiche, procurateci dalle immortali bellezze del Poema, è sostituito lo scopo pratico di «dare correzione e lode a chi n'è degno.»
Il concetto di Jacopo ci ravviva e ravvalora la dichiarazione del soggetto del Poema, contenuta nella Epistola di Dante a Cangrande: Homo prout, merendo aut demerendo per arbitrii libertatem justitiae praemianti aut punienti obnoxius est e, come causa finale, removere viventes in haec vita de statu miseriae et producere ad statum felicitatis.
Simili concetti sono pur espressi nei Commenti di Pietro Alighieri e di Guido da Pisa: e l'uno e l'altro ne trasser forse l'ispirazione dalla lettera a Cangrande, ma nell'uno e nell'altro non con la continuità, la pertinacia onde Jacopo vi si attenne.
E vediamolo all'opera: scrutiamo nella sostanza del suo nuovo commento.
Dante, nell'età di trentatrè, o trentaquattro anni, si trovava smarrito nella selva oscura, o voglia dirsi smarrito tra le molte genti offuscate dalla ignoranza; già la sua mente era irradiata dal fulgore della intellettuale verità, quando fu affrontato dalle tre fiere: la lonza, il leone, la lupa: simboli de' tre vizii prevalenti, o fondamentali: lussuria, superbia e avarizia. Allo smarrito si para innanzi Virgilio, cioè l'effetto della umana ragione, che lo campa dalla lupa insaziabile e proferisce il vaticinio della prossima venuta del veltro, cioè d'una costellazione migliore della presente e onde sarà trasfusa la pace negli animi angustiati. Lo invita poi a seguirlo qual messaggero delle tre donne celesti: Beatrice, simbolo della Sacra Scrittura; la gentil donna interpretata la profonda mente della Deità; e Lucia, la grazia di Dio.
Il corto andar alla felicità non è possibile all'uomo, «attratto tanto dalla dolcezza de' vizii quanto dall'altezza delle virtù». Occorre prima avere una esatta conoscenza delle une e degli altri.... Riconosciuto poi, mercè la Ragione, che le allettative de' vizii hanno, in fondo, dell'amaro, l'uomo si deciderà a seguire le virtù, che gli assicurano vera felicità.
Così Dante, guidato dalla Ragione, si avvia alla contemplazione de' viziosi: e prima si abbatte ne' vili, ma guarda e passa, non si curando di loro che non fanno al suo proposito. Son morsi, punzecchiati da vili insetti, simboleggianti la nullaggine, l'acuta inanità del loro pettegolezzo, della disutile loro ciarla: e corron dietro ad una insegna, senza che ad alcun di loro dia il cuore di sopravanzar gli altri. È la turba de' meschini, nè buoni, nè rei, senza valore per la contemplazione de' vizii, cui vuol darsi il poeta.
Discende poi il primo de nove gradi, ond'è composto l'Inferno, dove son allogati coloro, che non ebber battesimo e gli antichi valorosi, che vivono senza speme, in disìo, come dice Jacopo, per il loro non colpevole difetto.
Comincia dal secondo grado dell'Inferno la caterva dei viziosi, che si estende dal secondo al quinto, ove han posto gl'incontinenti. E, mentre nel primo le anime sono imbarcate dal demonio Caron, del secondo troviamo guai motore e giudice il demonio Minos. Il continuo agitarsi dei lussuriosi corrisponde alle inquietudini amorose, perchè come dice Jacopo, l'effetto di ogni peccato è degnamente pena dell'operante.
Terzo grado: i golosi. Motore il demonio Cerbero, le cui tre bocche simboleggiano i tre appetiti. Pena: le infermità, le gotte, le podagre, che si accumulano in siffatti peccatori. E, sia detto qui di volo, nel suo tipo del goloso, in Ciacco, il poeta raffigura uno tra gli uomini cui attribuisce la maggiore intelligenza nel suo tempo, e lo interroga con curiosità, poichè molto si aspetta dal dire di quell'uomo raffinatissimo, in cui riconosce somma autorità e previdenza dell'avvenire.
Quarto grado: Avari e prodighi. Motore, il demonio Pluto (posto qui da Dante probabilmente per la somiglianza tra Pluto e il vocabolo greco Plutos). Pena: infinito affaticare così nel ritenere come nello sparnazzare.
Quinto grado: Iracondia e Accidia. Motore, il demonio Flegias. Pena: la affuocata irruenza degl'iracondi e degli accidiosi, la occulta e finta irata voglia.
Arriva al sesto grado, cioè al peccato della malizia: la eresia, protetta dalle Furie, che raffigurano il «malo pensamento» il dischiesto (sconveniente) parlare, come dice Jacopo e la malvagia e infuriata operazione. La città è chiusa in mura, che sembran di ferro, per la segretezza della eresia. È impossibile avervi adito senza la esperienza della mente che, simboleggiata dal messo del cielo, gli vien in aiuto, aprendogli le porte. Le Furie son cinte di serpenti, a indicar il trascorrere d'un pensiero in altro e per la proprietà di fredda e velenosa malizia degli eretici. Per la gran diversità delle eresie, diverse arche tramischiate di fiamme per dimostrare l'ardente fermezza degli eretici nelle loro credenze.
Col settimo grado i bestiali: motore il Minotauro: o, come si scrive in certe rubriche, Hominotauro: qualità umana unita alla bestiale.
I bestiali sono compartiti in tre classi:
1.ª Quelli che fanno forza, violenza altrui in cosa o in persona. I centauri raffigurano i correnti pensieri bestiali.
2.ª Quelli che se stessi offendono personalmente, o realmente. Personalmente i suicidï, trasformati in sterpi, poichè de' tre animati: vegetabile, razionale e sensitivo loro è rimasto soltanto il primo. Le Arpie raffigurano le tristi ricordanze. Realmente, gli scialacquatori, sparnazzatori delle loro sostanze. Ignudi, perchè si spogliavano delle loro sostanze: perseguitati da nere e bramose cagne, a indicare la oscurità, i triboli della indigenza.
3.ª Coloro che sforzano la natura, cioè Iddio, e la lor qualità è suddivisa in tre classi: quelli che bestemmiano Iddio; quelli che peccano in lussuria contro la natura; gli usurai.
Ottavo grado: i fraudolenti. Motore, Gerione che accoglie in sè tre qualità: uomo, serpente e scorpione.
Dieci bolgie: i lusinghieri, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, mali consiglieri, seminatori di scandalo, falsari. I simoniaci han volto le piante de' piedi in su per lo ritroso loro affetto, sommettendo le spirituali dovizie della misericordia alle terrestri ricchezze.
Commentando il ventesimo Canto della prima canzon dei «sommersi» Jacopo espone che gl'indovini hanno ritroso il viso per la loro ritrosa operazione. Gl'ipocriti della sesta bolgia portan cappe dorate di fuori per una singolare etimologia della parola «ipocrisia»: da ipo (hippo!) quod est supra e kresis (chrepsos): quod est aurum.
Eccoci a' ladroni della settima bolgia: essi sono spartiti in tre categorie: quelli che non ne hanno l'abito continuo, senza alcun determinamento del sì o del no; subito fanno e si pentono dopo: quelli che di continuo sono adusati ad arraffare: e, infine, quelli che non continuamente rubano, con determinato volere del sì o del no, ma soltanto parandosi la occasione ne prendon diletto.
La nona bolgia è spartita in due: gli scismatici e i seminatori di scandali. I falsatori dell'ultima bolgia son compartiti in tre classi: realmente, personalmente e quelli che falsificano le monete.
Eccoci al nono grado che accoglie i traditori, e vi son posti a guardia i giganti, simboli della «iniqua superbia nella qualità frodolenta». Come la «superbia passa oltre il dovere della natura, così i giganti oltre il dovere di grandezza e di possa.» I traditori son divisi in quattro classi: Caina, quelli che tradiscono i loro carnali e parenti, e sono raffigurati nell'algore di ghiacci, a significare la freddezza dell'animo loro, privo d'ogni naturale calore: Antenora, color che tradiscono lor genti in patria: Tolomea, quelli che servono e tradiscono chi li adopera.
E abbiam negletto, nel nostro riassunto, altre allegorie delle pene assegnate ai peccatori; allegorie tutte aggiustate su la medesima traccia già esposta, poichè vi si riflettono sempre le naturali conseguenze caratteristiche per ogni specie di viziosi.
Non sembra che Jacopo abbia mai esteso ad altra Cantica del Poema il suo Commento, sebbene verso la fine delle Chiose si legga: «Siccome nelle chiose del seguente libro si conta».
E non accadrebbe dire che il Luiso cita un passo, riferentesi al Paradiso, e che dal chiaro erudito è tenuto per un brano del Commento della Seconda Cantica. Ma quel brano non è del figliuolo di Dante: non è altro, se non una delle rubriche, onde son preceduti i singoli Canti delle Tre Parti della Commedia, e si trovano, ora in latino, ora in volgare in numerosissimi manoscritti, che furono eziandio divulgati più volte per la stampa.
Le Chiose di Jacopo non recano alcuna data e, per questo rispetto, non si può, neppure approssimativamente, accertare il tempo in cui furono scritte.
L'unico modo a scuoprir il posto, che loro spetta nella ermeneutica dantesca, è da ottenersi nello scrupoloso esame del loro contenuto, in un paziente raffronto fra esse e altri Commenti sincroni. Tali raffronti lunghi e minuziosi, non entrerebbero però ne' termini imposti a questa Prefazione.
Ma ci contenteremo di qualche osservazione succinta.
* * * * *
Dal passo sul veltro si ricava che Jacopo confuta l'opinione di altri, che vollero vedere nel veltro, o un personaggio di nazione gentile, o anche di bassa estrazione. Egli l'una e l'altra ipotesi ribatte come non conformi alla intenzione del poeta. E pur sembra che, nel parlar di Alberigo dei Manfredi, si rivolga contro altri, i quali allegarono che l'anima del frate non poteva essere posta nell'inferno, essendo egli ancora vivo.
Abbiamo già accennato agli scarsi studi d'Jacopo e a' pochi mezzi, ch'egli possedeva per risalir direttamente alle fonti, valersi di materiali utili alla erudita interpetrazione del poema.
Non siamo sicuri che pur dove accenna, in termini generali, alle sue fonti, citando nomi d'autori, egli li abbia veramente consultati. Così non può aver trovato nella Bibbia certi ragguagli, che asserisce; come pure non può aver letto «in Ovidio, o negli altri poeti» che Cerbero era «alcuno così nominato che più in cotal vizio (la golosità) si resse»; nè in Omero che Chirone «fu crudelissimo e bestiale in tutte sue operazioni, ecc.». Abbiam pur menzionato il fatto che per due chiose allegoriche dove Jacopo non cita alcun nome, e che son di Lattanzio e Isidoro, da altro commentatore sincrono, non pur son richiamati i nomi degli autori, ma riprodotte le lor testuali parole.
A ridurla a oro, è evidente che Jacopo si serviva di altre esposizioni del poema ove trovava materiali a lui acconci. Non si può, dunque, consentire col ch. Rocca, che volle metter le Chiose a capo di tutti i commenti, supponendole scritte nel 1325, anteriori, quindi, d'un anno al Commento di Ser Graziolo, cancelliere bolognese, il più antico sin ora conosciuto.
Il Rocca basa la sua ipotesi, specialmente, su le identità della Chiosa allegorica circa le tre bocche di Cerbero.
E noi crediamo pregio dell'opera il riprodurre integralmente la Chiosa di Ser Graziolo e quella di Jacopo.
* * * * *
SER GRAZIOLO: «Questo Cierbero è uno demonio preposto in questo terzo Cerchio a tormentare l'anime; il quale, siccome si truova, è uno cane infernale, e ha tre teste; e neentemeno in questo presente capitolo punisce il vizio della gola. Per questo Cierbero che ha tre teste propriamente si figura l'appetito della gola, il quale si divide in tre parti: in qualità, in quantità e in quanto continovo. L'appetito della qualità si è desiderare buoni cibi e non curare della quantità d'essi; l'appetito della quantità si è desiderare molti cibi e molto mangiare, e non curare della qualitade d'essi. L'appetito del quanto continovo si divide in quanto contiovo e quanto partito (discreto). L'appetito del quanto contivo si è desiderare continovamente di mangiare; l'appetito del quanto partito si è desiderare per spazii di tempi.»
JACOPO DI DANTE: «Per lo detto demonio l'appetito della gola si considera, che in ciò gl'induce; il quale con tre gole figurativamente è formato, siccome per tre modi cotale appetito per loro si possiede: de' quali l'uno è di quantità, l'altro è di qualità, il terzo è di quanto continovamente. In quel di quantità comunalmente d'ogni cibo assai si desidera gustare; in quel di qualità particularmente di cose elette, non curandosi di quantità. Il terzo, il quanto continovo, in due modi diviso si contiene: cioè il quanto continovo e il quanto discreto. Il quanto contiovo è continovo esser goloso, e il quanto discreto è alquanto esser goloso e alquanto non essere.»
* * * * *
Or si dice, ma non è un bene apporsi, che la Chiosa è bene a suo luogo nel Commento di Jacopo, poichè essenzialmente allegorico: dà stupore nella esposizione di Graziolo che non contiene se non rarissime allegorie.
L'argomento sta proprio a martello? E non poteva Jacopo, che già aveva tolto a presto chiose allegoriche da Guido da Pisa, averne preso un'altra, che gli andava a genio, a Ser Graziolo? Il singolare è che tal chiosa contiene un errore, in cui son caduti e l'uno e l'altro scrittore. Chè, mentre gli appetiti, simboleggiati dalle tre bocche di Cerbero, dovrebbero essere tre, in realtà vi si parla di quattro. I due primi sono la qualità e quantità dei cibi, cioè mangiar bene e mangiar molto e tu supporresti, di leggeri, che terza dovesse essere la qualità con la quantità riunita, cioè mangiar bene e molto. Ma non così divisavano gli antichi commentatori, mettendo come terzo appetito un «quanto continuo». Ed ecco qui è ora l'errore.
Questo «quanto continuo» si suddivide, alla sua volta, in «quanto continuo» e «quanto discreto»: cioè «quanto partito» come traduce le parole di Ser Graziolo un volgarizzatore trecentista del Commento del bolognese.
Ed oltre alla contradizione de' quattro appetiti corrispondenti alle tre bocche di Cerbero, vi è ancora un'altra difficoltà, poichè appar evidente che il «quanto discreto» non potrà essere una suddivisione del «quanto continuo». Quindi, a fil di logica, suppone il valoroso Rocca si debba correggere in modo che la quantità si divida in due parti, cioè la quantità discreta e la quantità continua, secondo ben afferma, del resto, Ser Graziolo, poichè la «quantità discreta» è mangiar molto per spazii di tempi (per intervalla temporum) e la «quantità continua» è l'aver sempre l'appetito desto e trovarsi disposto al mangiare.
E l'errore nel testo latino di Ser Graziolo si spiega facilmente così: che invece di scrivere appetitus quantitatis abbia ripetuto appetitus quanti continui, che aveva scritto poco discosto, mentre non si spiega nel testo di Jacopo, che dice: il terzo, cioè il quanto continovo.
Ma la questione si ingarbuglia sempre più. Guido da Pisa, che aveva trovato la Chiosa nel Commento di Ser Graziolo, fraintendendo le parole per intervalla temporum, cioè «per spazii di tempi» aveva difformato l'ultimo inciso così: Quantum vero discretum est et aliquando multum et aliquando parum et procurare et comedere.
A ciò sono in tutto rispondenti le parole di Jacopo: «Alquanto discreto è alquanto esser goloso e alquanto non essere». Per il vocabolo alquanto, traduzione dal latino aliquando è evidente che Jacopo deriva la sua Chiosa dalla esposizione di Guido da Pisa, che l'aveva trovata nel Commento di Ser Graziolo. E la serie cronologica di questi Commenti è forse da porsi in tal modo:
1.º Ser Graziolo (1324).
2.º Guido da Pisa (fra il 1325 e 26).
3.º Jacopo Alighieri (dopo il 1326).
Tutti e tre non vanno col loro Commento oltre la Cantica dell'Inferno. Solo Jacopo sembra avesse in intendimento di chiosare anche la Cantica del Purgatorio, ma non si ha notizia, fin ora, che il recasse in atto.
* * * * *
Concludiamo: noi non abbiamo risparmiato cure in questa pubblicazione e crediamo aver gettato ampia luce su un punto, sì controverso, della nostra storia letteraria.
Nelle indagini, nella cura del testo, nel raffronto dei varii codici, fu a noi guida sapiente il dott. Fr. Roediger, maestro nella più eletta erudizione della nostra letteratura e fra i pochissimi stranieri assolutamente padroni del linguaggio nostro.
E chiunque vorrà far paragone della nostra edizione con la precedente, scarsa di notizie, e tanto errata nel testo, e pur da tempo esaurita, potrà ben dire che queste Chiose potean, sin ora, considerarsi come inedite. E la lode de' buoni, e discreti, sarà il massimo guiderdone alla nostra non lieve fatica.
JARRO.
NOTE:
[1] Guerrini e Ricci.
[2] Il codice che contiene la notizia: Jacobe, facias declarationem è il laurenziano XLII, 15.
[3] La storia di Amfiarao è riportata da Stazio nel 7-8 libro.
[4] Il maggior numero de' codici offre la lezione materiale. Volendola sostenere sarebbe da immaginare ch'egli contrapponga alla forma poetica della sua Divisione e ad altre sue dichiarazioni in versi del Poema le sue Chiose scritte in prosa materiale.
[5] Aggiunge, di solito: favoleggiando; vocabolo che adopera anche per la Bibbia e nel parlar di Elia e di Eliseo.
FAC-SIMILE DEL CODICE BARBERINIANO
SONETTO
di Jacopo di Dante a Guido da Polenta.
Acciò che le bellezze, signor mio,
Che mia sorella nel suo lume porta,
Abbian d'agevolezza alcuna scorta
Più in color in cui porgon disìo,
Questa Divisïon presente invio,
La qual di tal piacer ciascun conforta;
Ma non a quelli c'han la luce morta,
Chè 'l ricordar a lor serìa oblìo.
Però a voi, ch'avete sue fattezze
Per natural prudenza abituate,
Prima la mando che la correggiate,
E s'ella è digna, che la commendiate:
Ch'altri non è che di cotai bellezze
Abbia, sì come voi, vere chiarezze.
Factus fuit per Jacobum filium Dantis et per ipsum missus ad magnificum et sapientem militem Dominum Guidonem de Polenta, anno millesimo trecentesimo vigesimo secundo die primo mensis Aprilis[6].
NOTE:
[6] Così nel Cod. Parig. it. 538 (De Batines, N. 414). Il Trivulziano XVI: «Sonectus iste cum divisione predicta missus fuit per Jacobum filium Dantis Allaghierij ad magnificum et sapientem militem Dominum de Polenta, anno domini MCCCXXIJ, indictione die prima mensis Madij», cf. il Cod. Grumelli di Bergamo: «Questo canto fece il figliuolo di Dante, contiene tutta la materia della Commedia e mandato a Messer Matteo da Polenta», e il Cod. Cavriani, (De Batines, 244).
CODICI
1.--=Cod. Laurenziano XL. 10=, del 300, scritto a 2 colonne. Contiene in principio il testo del Poema, con la rubrica in rosso: «Inchomincia la chomedia di dante allighieri di firenze, nella quale tratta delle peni (sic) e punimenti de vizij e de meriti et premij de la virtu. Comincia il chanto primo de la prima parte, la quale si chiama inferno; nel quale capitolo fa l'autore proemio a tutta l'opera». Finito il Poema, la sottoscrizione: «Qui finisce la chonmedia di dante alleghieri di fiorenza. Lode e grazie n'abbi iddio.» Segue il Capitolo di Busone da Gubbio, e quindi il «Proemio di achopo figluolo di dante aleghieri sopra la Commedia». (È il noto Capitolo, ossia la Divisione).
Finalmente il Commento: «Libro primo. Chiose di achopo figluolo di dante Allighieri sopra alla chommedia». Terminato il Commento: «Conpiute sono le chiose de l'ynferno di achopo di dante». Per essere discretamente corretto, mi sono servito di questo manoscritto per il testo. In caso di lacune o di lezioni evidentemente erronee abbiamo ricorso ai codici che indichiamo, come pure ad altri manoscritti che recano qualche brano delle nostre Chiose, come, per es., il codice Poggiali 313 e l'Ashburnham. 832.
2.--=Il Codice Poggiali Vernon=, della fine del 300, che oltre ai Commenti di ser Graziolo, Guido da Pisa, Benvenuto da Imola, racchiude anche le Chiose di Jacopo. Esso servì alla prima stampa del Commento, sebbene scorretto per modo che moltissimi passi rimangono a dirittura privi di senso. L'editore aggiunse, a piè di pagina, le varianti del Laurenziano XL, 10, ma con parecchie inesattezze.
3.--Il frammento Barberiniano-Vaticano XLV, 101 (ant. 1729), di sole 4 carte, aggiunte al Commento latino di Pietro di Dante. È anche esso del 300. Lo pubblicò il Crocioni nel Bullettino della Società filologica romana, N.º IIII, p. 70 e sgg., dove si legge pure il testo del
4.--=Frammento= di una sola carta, inserito nel =cod. Riccardiano 1414=, e scoperto dal Morpurgo. Contiene pochi passi dei Capit. XIV e XV. È del 300.
Questi codici sono ben diversi l'uno dall'altro, ciascuno di essi offre lacune che non si riscontrano negli altri. Una certa parentela si nota fra il Laur. XL, 10 e il codice Vernon-Poggiali. Rimane però escluso che l'uno possa esser copiato dall'altro.
PROEMIO
D'Jacopo Figliuolo di Dante Aleghieri sopra la Commedia
O voi che siete nel verace lume
alquanto illuminati nella mente,
ch'è sommo frutto de l'alto volume,
Perchè vostra natura sia possente
più nel veder l'esser dell'universo,
guardate all'alta commedia presente
Ella il dimostra, e 'l simile e 'l diverso
dell'onesto piacere, il nostro oprare
e la cagione che 'l fa o bianco o perso.
Ma perchè più vi debbia dilettare
della sua intenzione entrar nel senso,
come è divisa in sè vi vo mostrare.
Tutta la qualità del suo immenso
o vero intendimento si divide
prima in tre parti senz'altro dispenso.
La prima viziosa dir provide,
però che prima più ci prende e guida,
e già Enea con Sibilla il vide.
E questa i nove gradi fa partida,
sempre di male in peggio, infino al fondo
dov'el maggior peccato si rannida;
Con propria allegoria formata in tondo,
sempre scendendo e menomando il cerchio,
come conviensi all'ordine del mondo.
Sopra da questi nove per soperchio,
sanza trattare di lor, fa dirisione
di que' che sono nel mondo sanza merchio.
Poscia nel primo, sanza altra ragione
che d'ordine di fe, mostra dannati
quei ch'ànno la innocente offensione,
E quei che son più dal voler portati
per lor disij che da ragione umana,
son nel secondo per lei giudicati.
Nel terzo quella colpa ci dispiana
con propii segni ch'è del gusto inizio,
da cui ogni misura istà lontana.
E quelle due opposizioni in vizio
nel quarto fa parer per giusto modo,
che rifiutò il buon Roman Fabrizio.
Nel quinto l'altre due che son nel nodo
del mal incontanente, ci fa certi,
con accidioso ed iracondo brodo.
E quei che son dalla malizia esperti
co lor credenze eretiche e fiammace
nel sesto dona lor simili merti.
Seguendo la bestial voglia fallace,
nel settimo la pon, diviso in tree:
la prima violenza in altrui face
E la seconda offende pure a see,
la terza verso Iddio porge dispregio
e Soddoma e usura con essa ee
Nell'ottavo conchiude il gran collegio
della semplice froda, che non taglia
però la carta al fedel privilegio.
E questo in diece parti cerne e vaglia:
ruffiani, lusinghieri e simonia
e chi di far fatture si travaglia,
Barattieri e ipocreta resia,
ladroni e frodolenti consiglieri,
scommetitori di scismatica via,
Con quei che fanno scandal volentieri,
falsator d'ogni cosa in fare e 'n dire,
figurandogli a modo aspri e leggieri,
Nel nono quella froda fa seguire
che rompe fede ed in quattro il diparte:
lo primo chiama Caym a tradire.
Quei che la patria tradiscono o parte,
nel secondo gli mette in Antenora;
e nel terzo chi serve e fa tale arte,
Chiamando Tolomea cotal dimora,
e il quarto Giudecca, che riceve
ciascun che trade chi 'l serve e onora.
Quello il fondo d'ogni vizio greve
de lei, chiamato inferno e figurato;
e qui fo punto per parlar più breve.
Nella seconda parte fa beato,
purgando per salir infino al sito
che fu al nostro antico poco a grato.
Ed à in otto parti ancor sortito
cotal salir in forma d'un bel monte,
ma fuor di loro in cinqu'è dipartito,
Però che cinque cose turba il ponte
over la scala da ire a purgarsi:
cioè diletto, violenza ed onte.
Onde convien di fuor da set[t]e starsi,
con questi infino al termine lor posto
i nigligenti o uffizial trovarsi.
Nel primo ci dimostra esse[r] disposto
prima a purgarsi sotto gravi pesi
quel superbir che 'n noi s'accende tosto.
E propiamente nel secondo à lesi
gl'invidiosi con giusta vendetta,
nel terzo gl'iracondi fa palesi,
Nel quarto ristorar fa con gran fretta
l'amor del bene iscemo, e dentro al quinto
con gran sospiri gli avari saetta.
E l'appetito nostro à si distinto
quel che soperchia dentro al sesto giro,
che 'l vero è quasi da tal forma vinto.
Nell'infiammato settimo martiro
ermafrodito, Sodoma e Gomorra
cantar dimostra il lor aspro disiro.
E poi di sopra, per ch'altri vi corra,
della felicità dimostra segni
a chi la sua scrittura non aborra.
Ma ora, per seguire i suoi contegni
dir mi conviene dell'opera divina,
e voi assottigliate i vostri ingegni.
La terza parte con alta dottrina
in nove parti figurando prende,
simili al ben che da essi declina.
La prima con quella vertù risplende
che con freddezza d'animo a eccellenza,
che carità di spirito s'intende.
E la seconda celestial semenza
al governo del mondo cura e guarda,
secondo il senso de la sua sentenza.
La terza par che in foco d'amore arda
e la quarta risplenda tanta luce
che sapienzia a suo rispetto è tarda.
La quinta che feroce ardire adduce
tanta vertute e forza corporale
che solo il militar prende per duce
D'ogni grandezza e animo reale
La sesta par che al suo parere imprenti
la mente dove sua vertute cale;
E la settima par che si contenti
a castitate in sacerdotal manto;
e ciò dimostran bene suoi argomenti
Diversamente d'ogni abito santo
l'ottava, e d'ogni ben fa esser madre
per la vertù ch'ell'à in sè cotanto;
La nona in sè conchiude come padre
mobile più ciascun moto celeste,
e qui l'enchiude sincere e leggiadre.
Poscia di sopra a tutte quante queste
vede l'essenza del primo fattore,
che l'universa macchina si veste.
I' lei discerne del nostro colore,
per dimostrar che sola nostra vista
sensibil può vedere il suo amore
Però vedete omai quanto s'aquista
studiando l'alta fantasia profonda
dalla qual Dante fu comico artista.
Vedete ben come il suo dir si fonda
nel bene universal per nostro exemplo,
acciò che i' noi il mal voler confonda.
Mettete l'affezione a tal contemplo,
non vi smarrite per lo mal cammino
che ci distoglie dall'etterno templo,
Nel quale e' fu smarrito pellegrino,
finchè dal ciel no gli fu dato aita,
la qual gli venne per voler divino
Nel mezzo del camin di nostra vita.
LIBRO PRIMO
Chiose
d'Jacopo, figliuolo di Dante Alighieri sopra alla "Commedia"
A ciò che del frutto universale novellamente dato al mondo per lo illustre filosofo e poeta Dante Allighieri fiorentino con più agevolezza si possa gustare per coloro in cui il lume naturale alquanto risplende sanza scientifica apprensione, io Iacopo suo figliuolo per maternale prosa dimostrare intendo parte del suo profondo e autentico intendimento, incominciando in prima a quello che ragionevolmente pare che si convegnia, cioè che suo titol sia, e come partito, e la qualità delle parti, procedendo poi ordinatamente la disposizione di lui, secondando il testo. Il cui ordine brievemente così comincio che, secondo quello che ciertamente appare in quattro stili ogni autentico parlare si conchiude, de' quali: ¶ Il primo tragedia è chiamato, sotto 'l quale, particularmente d'architettoniche magnificenze si tratta, si come Lucano e Virgilio, nell'Eneidos. ¶ Il secondo, commedia, sotto il quale generalmente, e universalmente si tratta di tutte le cose, e quindi il titol del presente volume procede. ¶ Il terzo, satira, sotto il quale si tratta in modo di riprensione, siccome Orazio. ¶ Il quarto, e ultimo, elegia, sotto il quale d'alcuna miseria si tratta, si come Boezio. La cui divisione procedendo in cotale modo permane, che principalmente si divide in tre parti, delle quali la prima figurativamente Inferno si chiama, la seconda Purgatorio, e la terza e l'ultima Paradiso. La prima in nove parti, cioè gradi, si divide, de' quali il settimo in tre; l'ottavo in diecie e 'l nono in quattro. ¶ Ancor si divide la seconda in sette gradi ordinati, e in due extraordinati, l'uno superiore, e l'altro inferiore si divide. Il quale inferiore in cinque parti ancora è diviso. La terza e l'ultima in due[7] sanz'altra divisione si divide, delle quali generalmente l'allegorica qualità avegniachè per più propio secondo l'ordine del volume recitare si convegna, non di meno quì per questo proemio dichiarerò parte de' suoi principii per abbreviarmi più nelle seguenti cose, dicendo ch'el principio delle intenzioni del presente autore è di dimostrare di sotto alegorico colore le tre qualitadi dell'umana generazione. ¶ Delle quali la prima considera de' viziosi mortali, chiamandola Inferno, a dimostrare che 'l mortale vizio opposito alla altezza della vertù siccome suo contrario sia. Onde chiaramente s'intende che il luogo determinato de' rei è detto Inferno, per lo più basso luogo e rimosso[8] dal cielo. ¶ La seconda considera di quegli che si partono da' vizi per procedere nelle virtudi, chiamandola Purgatorio, a mostrare la passione dell'animo che si purga nel tempo ch'è mezzo dall'uno operare all'altro. E perchè dal partirsi dalle vertù a l'entrar ne' vizî spazio non ha di tempo, però no gli si oppone opposita qualità, chè sanza mezzo di tempo è fatto vizioso chi si parte da virtù per procedere ne' vizij, chè dove non è tempo non è passione. ¶ La terza e l'ultima considera degli uomini perfetti, chiamandola Paradiso, a dimostrare la beatitudine loro, e l'altezza dell'animo congiunto con la felicità, sanza la quale non si discerne il Sommo Bene. E così figurando per le parti sopradette, come conviensi, sua intenzione procede, la quale per più chiarezza simigliantemente mi conviene seguitare, dichiarando, dove bisognia quella parte del libro prendendo per titolo che a ciò si conviene. Nel quale incominciando così procedo:
NOTE:
[7] Il cod. B e il Parigino nove: lezione forse preferibile.
[8] Cod. B remoto.
Comincia il Primo Capitolo
Nel mezzo del camin di nostra vita
Mi ritrovai per una selva iscura
Chè la diritta via era ismarrita
In questo cominciamento del libro, siccome proemio, significa l'autore la quantità del tempo suo nel quale egli era quando il lume della verità gli cominciò prima a raggiare nella mente, avendo infino allora dormito col sonno della notte continua, cioè nell'oscurità della ignoranza, mostrando che fosse nel mezzo del camin di nostra vita; per lo quale si considera il vivere di trentatre, o vero di trentaquattro anni, secondo quello che del più e del meno e del comunale appare e simigliantemente quel c'appare del vivere[9] e del morire di Cristo, il quale, per essere perfetto in tutte sue operazioni il mezzo comprese. Nel quale essendo s'avide ch'egli era in una oscura selva, dove la dritta via era smarrita. Per la quale, figurativamente, si considera la molta gente che nella oscurità dell'ignoranza permane, con la quale è impossibile di procedere per la via dell'umana felicità, chiamandola selva, a dimostrare che differenza non sia da loro sensibile e razional suggietto al vegetabile solo. Onde propriamente di cotal gente selva d'uomini si può dire come selva di vegetabili piante.
Tanta e amara che poco è più morte
Ma per trattar del ben ch'io vi trovai
Dirò dell'altre cose ch'io v'ho scorte.
¶ Per questo bene di che egli trattare intende il dichiarare al mondo la passione de' rei e la gloria de' buoni si considera, la qualità loro secondando per dare correzione e lode a chi n'è degnio.
Io non so ben ridir com'io v'entrai,
Tant'era pien di sonno in su quel punto
Che la verace via abbandonai.
¶ Naturalmente a ciascuno è gnoto della detta selva l'entrata per lo principio puerile, nel quale si dorme l'affetto di ciascuna inpressione.
Ma quando fu' a pie' d'un colle giunto,
Là dove terminava quella valle,
Che m'avea di paura il cor conpunto.
¶ Essendosi raveduto dell'essere istato nella bassezza della detta ignoranza, la quale figurativamente quì valle si chiama, l'animo suo al pie' d'un colle incontanente pervenne, per lo quale l'altezza dell'umana felicità si considera, la quale coll'intelletto de' raggi del sole coperta la vide, cioè della chiarezza dell'intellettuale verità, con la quale dirittamente si guida chi co' lei si rimira.
Allor fu la paura un poco queta
Che nel lago del cor m'era durata
La notte ch'io passai con tanta pieta.
¶ Ritrovandosi nel cominciamento di cotanto bene, la paura della notte ch'avea passato, cioè del tempo in che nella ignoranza era stato, alquanto gli fu sollevata per la speranza che già nell'intelletto la sopradetta chiarezza gli dava.
Così l'animo mio, ch'ancor fuggiva
Si volse in dietro a rimirar lo passo
Che no lasciò già mai anima viva.[10]
¶ Per questo passo, al quale egli qui si rivolse la sopra detta viziosa e ignorante vita, figurativamente si considera, la qual non lascia aver vita d'alcuna vertuosa fama dietro a la morte, a chi di lei fia impresa.