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FRANCESCO CRISPI:

Questioni Internazionali

DIARIO E DOCUMENTI
ordinati da T. Palamenghi -- Crispi.

_Il Cancelliere Caprivi e Crispi. -- La Tripolitania e la Francia. -- Le fortificazioni di Biserta. -- Le relazioni italo-austriache e l'irredentismo. -- Le relazioni franco-italiane dal 1890 al 1896. -- La Francia contro il credito italiano. -- Un incidente italo-portoghese. -- La questione balcanica. -- Le stragi d'Armenia e il concerto europeo. -- 1896. La crisi delle alleanze e degli accordi._

MILANO
__Fratelli Treves, Editori__
1913
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*SECONDO MIGLIAIO.*

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Proprietà letteraria. Vietate anche le riproduzioni parziali. Riservati tutti i diritti di traduzione.

Copyright by Fratelli Treves, 1913.

Ciascun esemplare di quest'opera deve portare impresso, per incarico avuto dalla famiglia Crispi, il timbro della Società Italiana degli Autori.

Tip. Fratelli Treves.

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INDICE

AVVERTENZA. GERMANIA, ITALIA E FRANCIA. Capitolo Primo. -- Il cancelliere Caprivi e Crispi. Capitolo Secondo. -- La Tripolitania e la Francia. Capitolo Terzo. -- Le fortificazioni di Biserta. ITALIA E AUSTRIA. Capitolo Quarto. -- Le relazioni italo-austriache e l'irredentismo. ITALIA E FRANCIA. Capitolo Quinto. -- Le relazioni franco-italiane dal 1890 al 1896. Capitolo Sesto. -- La Francia contro il credito italiano. L'ITALIA E IL VATICANO. Capitolo Settimo. -- Un incidente italo-portoghese. L'EUROPA E LA QUESTIONE ORIENTALE. Capitolo Ottavo. -- La questione balcanica. Capitolo Nono. -- Le stragi d'Armenia e il concerto europeo. LA TRIPLICE ALLEANZA E L'INGHILTERRA. Capitolo Decimo. -- La crisi delle alleanze e degli accordi. INDICE ALFABETICO dei nomi citati nel volume.

AVVERTENZA.

Questo volume, che fa seguito all'altro pubblicato or fa un anno sotto il titolo di Politica Estera, non esaurisce la documentazione dell'opera compiuta da Crispi nell'ufficio di Ministro degli Affari esteri.

Su di una parte dell'attività prodigiosa di Lui ho creduto opportuno sorvolare, su quella che spiegò a vantaggio degli italiani dimoranti all'estero, sia proteggendoli dalle sopraffazioni, sia moltiplicandone le scuole, sia sottraendo le missioni cattoliche nazionali al protettorato di altra potenza. Non ho potuto raccogliere una messe adeguata di documenti, ed anzichè esporre incompiutamente questioni così importanti, ho preferito, per ora, tacerne.

Sono belle pagine di energia fattiva, di alto sentimento di dignità, di amore alla stirpe che mancano a questo libro.

Dall'elevato concetto che Crispi aveva della solidarietà patria rampollava gagliarda la coscienza del dovere di tutela per ogni italiano che si trovasse al di là dei confini d'Italia. E gl'italiani lontani sentirono durante il governo di Lui di non essere abbandonati al destino, e più vivo l'attaccamento alla loro terra.

Le scuole nei paesi esteri, strumenti di cultura e di nazionalità, ebbero da Crispi le maggiori cure. Le poche esistenti quand'egli salì al potere erano affidate a Corporazioni religiose, le quali non impartivano un insegnamento che potesse soddisfarci e non permettevano ai nostri Consoli alcuna efficace vigilanza; in qualche luogo, come in Tunisia, specialmente durante la primazia del cardinale Lavigerie, erano esclusi da scuole, che si dicevano italiane, anche i maestri italiani. Crispi le tolse alle Corporazioni religiose che insegnavano a beneficio di una influenza che non era la nostra, trasformandole in scuole laiche, con metodi didattici moderni e con mezzi sufficienti affinchè in Levante riconquistassero alla nostra lingua il primato che vi ebbe una volta. E molte altre ne istituì ex novo, vincendo ostilità d'ogni genere.

Nè trascurò nell'Oriente vicino ed estremo un altro organo di propaganda italiana, i missionari di nostra nazione, i quali, protetti dalla Francia quando l'Italia era divisa, dovevano poter contare sulla loro patria unita e grande potenza. Crispi considerando tutti i connazionali alla stessa stregua, accordò protezione in Turchia a tutte le missioni italiane che la richiesero, ed in Cina ottenne che non fossero ammessi i missionari del nostro paese sprovvisti di passaporto italiano.

Ma sebbene in questo volume manchino così belle pagine, altre ve ne sono straordinariamente interessanti nelle quali troverà solido fondamento il giudizio definitivo sulla concezione che Crispi ebbe della politica estera necessaria al nostro paese e sugli accorgimenti coi quali applicò le sue idee.

Allontanato dal potere nel 1891 e nel 1896, due volte alla vigilia della scadenza della Triplice Alleanza, Francesco Crispi ebbe il dolore di vedere isterilire il terreno che aveva lavorato con saldo aratro e con lena infaticata.

Ma se i frutti dell'opera di Lui non furono raccolti, se l'influenza acquistata all'Italia fu perduta, rimarrà ad onor suo e ad insegnamento altrui il solco profondo, nè andrà dispersa pei silenzi della storia la voce di questo Italiano per eccellenza che agli italiani a venire, fusi nel bronzo dell'unità e capaci d'intendere, griderà parole di fede, di ardire, di gloria.

Roma, gennaio 1913.

T. Palamenghi-Crispi.

GERMANIA, ITALIA E FRANCIA.

Capitolo Primo. -- Il cancelliere Caprivi e Crispi.

Leone di Caprivi annunzia a Crispi di avere assunto la direzione degli affari politici della Germania. -- Scambio di saluti e proteste di fedeltà. -- Caprivi viene in Italia per conferire con Crispi. -- Colloquii del 7 e dell' 8 novembre 1890.

Il 20 marzo 1890 Guglielmo II di Germania nominava Cancelliere dell'Impero e Presidente del Ministero prussiano il generale conte Leone di Caprivi, in sostituzione del principe Ottone di Bismarck. Assumendo gli altissimi uffici il di Caprivi dirigeva a Francesco Crispi, il quale dall'agosto 1887 reggeva il Ministero degli Affari esteri d'Italia, la seguente lettera:

[Confidentielle]

«Berlin, le 3 avril 1890.

Monsieur le Président et cher collègue,

La volonté de mon Souverain m'a imposé la tâche de prendre la direction des affaires politiques de l'Allemagne après le plus grand ministre que ce pays ait jamais vu.

Amené depuis longtemps par la logique des choses comme par mes inclinations à un sentiment de ferme sympathie pour le groupement actuel des amitiés politiques, je m'étais familiarisé avec l'idée d'avoir peut-être à defendre ce principe en soldat, le jour où la défense en serait devenue nécessaire.

Mais mon Auguste Maître en a décide autrement. Il m'a appelé à collaborer avec les hommes d'état, qui ont à coeur de défendre essentiellement par des moyens pacifiques l'état des choses existant.

Puisqu'il en est ainsi, je Vous prie, Monsieur le Président, de croire que, tant que je resterai dans ma position actuelle, l'Empire d'Allemagne continuera sa politique sincère et pacifique, sans s'écarter jamais du principe de rester en toute circonstance l'ami de ses amis. C'est là la tâche qui m'est prescrite par mon Souverain comme par ma conscience. A ce titre je viens réclamer, pour le travail en commun qui est devant nous, la confiance de Votre Excellence. La mienne est acquise de longue date au ministre éminent que ma patrie est heureuse d'appeler son ami.

Je Vous prie, Monsieur le Président et cher collègue, d'agréer l'expression franche et cordiale des sentiments de haute estime de

Votre tout dévoué
von Caprivi.»

A questo saluto rispondeva Crispi:

[Confidentielle]

«Rome, 7 avril 1890.

Monsieur le Chancelier et cher Collègue,

J'ai reçu la lettre, que vous avez bien voulu m'adresser en date du 3 courant pour m'apprendre dans quel esprit vous avez accepté l'héritage du grand homme d'Etat, dont la volonté de l'Empereur, votre auguste maître, vous a donné la succession.

Je vous remercie de la franchise cordiale avec laquelle vous m'avez ouvert votre pensée.

Je connaissais en vous le vaillant soldat, le Général habile, l'administrateur expérimenté; je suis heureux de connaître l'homme politique, et de constater en lui des sentiments conformes à ceux qui m'animent moi-même.

Les principes de politique générale qui vous inspirent, sont tels que vous pouvez compter sur mon concours loyal pour les faire triompher. De même qu'avec le prince de Bismarck, je travaillerai consciencieusement avec vous au maintien de la paix. Mais si, par malheur, le jour devait venir où l'Italie et l'Allemagne, attaquées, se trouvassent dans la pénible nécessité de se défendre, vous me verriez aussi, à l'exemple du Roi, mon souverain, et d'accord avec la Nation italienne toute entière, prêt à remplir dignement et jusqu'au bout le devoir qui nous serait imposé.

C'est dans cet ordre d'idées que je me déclare heureux d'entrer en collaboration avec vous pour assurer, autant qu'il est en nous de le faire, le bonheur et la prospérité des deux Dynasties et des deux peuples que nous servons.

Veuillez agréer, monsieur le Chancelier et cher Collègue, l'expression sincère et cordiale des sentiments de haute estime de

Votre tout dévoué
F. Crispi.»

Questa lettera, presentata personalmente al nuovo Cancelliere dall'ambasciatore d'Italia, conte De Launay, fece la migliore impressione. «Egli l'ha letta in mia presenza -- scriveva il De Launay -- ed ha manifestato vivissima soddisfazione pel suo contenuto che si accorda perfettamente col suo modo di vedere e con gl'interessi reciproci degli Stati che formano la Triplice Alleanza, il cui programma è diretto essenzialmente al mantenimento della pace. Egli si è compiaciuto di osservare che ad un novizio come lui in materia di politica estera era prezioso il concorso di un uomo di Stato così illustre e sperimentato come il primo Ministro d'Italia.»

Il generale di Caprivi era un uomo grandemente stimato in tutta la Germania. Nella guerra franco-prussiana aveva dimostrato scienza militare e doti eccezionali di carattere che erano state riconosciute e premiate con la Croce di ferro di prima classe e con l'Ordine Pour le mérite. Nella direzione dell'Ammiragliato, assunta nel 1883, aveva reso servizi preziosi migliorando con mezzi esigui il materiale e con tenacia prussiana l'organizzazione della Marina da guerra.

Però, in politica il nuovo Cancelliere era una incognita. Egli aveva certamente le sue idee, ma non le aveva mai manifestate pubblicamente, e nei cinque anni ch'era intervenuto alle sedute del Reichstag sua cura costante era stata quella di rimanere fuori dalle lotte dei partiti e di tenersi sul terreno tecnico.

Si può avere alta intelligenza e vasta cultura, possedere anche facoltà d'iniziativa in taluni campi d'azione, ed essere inadatto al governo politico. L'Imperatore, scegliendo, tra i molti candidati alla successione di Ottone di Bismarck, il generale di Caprivi, giuocò d'azzardo, non avendo alcun dato per presumere che quest'ultimo sarebbe riuscito nell'ardua missione.

In luglio, il conte di Caprivi fece manifestare a Crispi il desiderio di fargli visita in Italia. All'ambasciatore a Berlino, De Launay, Crispi telegrafava l'11 di quel mese:

«Il conte di Solms al suo ritorno da Berlino, portandomi i saluti di S. E. il conte Caprivi, mi espresse il di lui desiderio di venire in Italia per abboccarsi con me. Risposi all'ambasciatore germanico, che io era lietissimo del gentile pensiero del Gran Cancelliere, ch'egli sarebbe il benvenuto tra noi, e che io sarei fortunato di averlo ospite in casa mia, o qui od a Napoli, dove a S. E. sarebbe più comodo od opportuno.»

Si trattava di stabilire l'epoca di cotesta visita. I primi mesi di cancellierato erano per il generale di Caprivi singolarmente operosi, e l'allontanarsi da Berlino gli era difficile. In una lettera del 1.º ottobre il conte De Launay riferiva a Crispi di aver avuto un colloquio col Cancelliere, nel quale questi gli aveva confermato

«il suo vivo desiderio e la sua ferma intenzione d'incontrarsi in Italia con Vostra Eccellenza. Il ritardo è dovuto a circostanze estranee alla sua volontà. Sinora si è allontanato da Berlino soltanto per accompagnare l'imperatore a Narva e alle grandi manovre nella Slesia. Ma è tale la quantità degli affari che deve esaminare per adempiere nel miglior modo possibile alle sue nuove funzioni, che per il momento non può realizzare il suo progetto di un viaggio al di là delle Alpi. Egli, tra l'altro, non ha ancora potuto restituire le visite, fattegli quando assunse il potere, dai ministri della Baviera e del Würtemberg. Il generale di Caprivi aggiungeva che il ritardo involontario aveva il vantaggio di lasciargli il tempo per mettersi al corrente delle questioni che interessano i due Stati e per potere quindi meglio discorrerne con Vostra Eccellenza.»

Crispi ritornava il 20 ottobre sull'argomento di questa visita dopo avere ricevuto, da parte dell'Ambasciata germanica a Roma, un'altra comunicazione analoga alla precedente:

«Sento -- scriveva al conte De Launay -- che S. E. ha dovuto ritardare l'esecuzione del suo progetto per ragioni di pubblico servizio. Se le condizioni politiche dell'Italia e le prossime elezioni generali non esigessero la mia permanenza nel Regno, mi sarei avvicinato io stesso alla Germania ed avrei risparmiato a S. E. un incomodo viaggio. Il governo della cosa pubblica mi inceppa, e se S. E. potesse nello scorcio di questo mese o nei principii del novembre recarsi a Milano dove io sarei pronto a raggiungerla, potremmo nell'interesse delle due monarchie, le quali ambidue con onore serviamo, avere uno scambio di idee utili e prendere delle deliberazioni giovevoli alle due nazioni.»

Il Cancelliere germanico avendo risposto che tra il 1.º e il 10 novembre era a disposizione del suo collega italiano, questi telegrafò il 22 ottobre al De Launay:

«Dica al signor Cancelliere che sarò felice di riceverlo in Milano il 7 novembre.»[1]

[1] Il viaggio del Cancelliere germanico in Italia era un attestato di considerazione verso il nostro paese, che ufficialmente s'identificava all'estero con la persona di Crispi; e, comunque si pensasse circa l'utilità per noi della Triplice Alleanza, il sentimento della solidarietà nazionale verso lo straniero imponeva, come un dovere elementare, anche ai partiti di opposizione, un'accoglienza almeno deferente. La passione politica però fece velo a taluni radicali, i quali manifestarono l'intenzione di organizzare una dimostrazione ostile. Il prefetto di Milano telegrafava a Crispi in data 1.º novembre:

«Iersera alla Società Democratica, Cavallotti propose banchetto di protesta per la venuta di Caprivi. Discussione fu violentissima. Proposta fu combattuta da Mussi e da Porro e fu respinta malgrado la minaccia di Cavallotti di ritirare la sua candidatura da deputato.»

Il giorno seguente lo stesso prefetto telegrafava:

«Ulteriori sicurissime notizie mi pongono in grado di informare V. E. che idea banchetto protesta contro venuta Cancelliere germanico venne di Francia e per mezzo del S. fu affidato a Cavallotti di propagarla. Respinta da tutti...., Cavallotti, irritato, disse ritirare candidatura politica Collegio Milano ed è partito per Meina.»

Appena ricevuto il primo telegramma, Crispi, addolorato, pensò di sottrarre l'ospite ad ogni impressione sgradevole e telegrafò al Comm. Rattazzi, ministro della R. Casa, che esprimesse al Re il suo desiderio che s'invitasse il Caprivi a soggiornare nella Villa Reale di Monza. Il Re consentì immediatamente, come si rileva dal seguente telegramma del Rattazzi, 2 novembre:

«Ho tosto rassegnato di Lei telegramma a Sua Maestà che mi incarica dire che Ella ha piena facoltà di rivolgere nell'augusto suo nome invito al Cancelliere per offrire la ospitalità nella Villa di Monza.

«È dispiacente S. M. delle di Lei immeritate inquietudini, soggiungendo però che ritiene debba riuscire assolutamente vano il tentativo villano del Cavallotti, che non sarà seguito dalla popolazione milanese.»

E infatti la disapprovazione di gran parte della stessa democrazia milanese fece abortire ogni idea di manifestazione scortese, e il Conte di Caprivi, il quale naturalmente nulla seppe delle fuggevoli preoccupazioni che la sua venuta aveva sollevate, fu alloggiato in Milano, nell'Albergo Cavour.

Il Cancelliere germanico giunse a Milano nel giorno fissato. Fu ricevuto cordialmente da Crispi, dalle autorità e dalla popolazione della grande città che visitò con la guida del Sindaco; l'indomani, 8 novembre, fu invitato a Monza dal Re Umberto, il quale dette un pranzo in suo onore e gli conferì l'ordine supremo della Ss. Annunziata. Il Caprivi ispirò subito in Crispi simpatia e fiducia. Aveva statura e forme gigantesche, fisionomia severa, ma aperta, sguardo sereno sotto sopracciglia foltissime che ricordavano quelle di Bismarck. Dei due colloqui segreti che ebbe con Crispi, questi conservò memoria, siccome soleva, nelle seguenti note del suo Diario:

«Dopo la colazione (una pom.) Caprivi ed io siamo entrati nel suo salotto per uno scambio d'idee.

Ricordai che il 30 maggio 1892, cioè da qui a 18 mesi scade il trattato di alleanza delle tre Monarchie. Soggiunsi,.... Necessario rivedere.... se vi ha altro da aggiungere. Dovrò credere che il governo tedesco vorrà rinnovare il trattato per un altro periodo di anni.

La triplice alleanza giova ai governi che la firmarono ed assicura la pace d'Europa. Ora, noi essendo interessati alla garanzia territoriale dei tre paesi ed alla pace d'Europa, dobbiamo volere la continuazione dell'alleanza.

Il conte Caprivi dichiarò che era pienamente d'accordo con me, e, quasi a conferma, mi strinse la mano. Era lieto poter essere d'accordo con me, e promise di occuparsi del trattato.

Allora ricordai che al 1887, con uno scambio di note, avevamo associato la Spagna. Il duca di Vega de Armijo non curò le prese intelligenze, nè curò di alimentarle. Oggi essendo ritornato al potere il duca di Tetuan, amico nostro, bisogna ripigliare le pratiche e rendere più stretti i vincoli con la Spagna.

Le tre grandi potenze alleate si devono interessare delle altre minori Monarchie e difenderne le istituzioni. Per lo che sarebbe pure necessario di trovar modo di comporre la vertenza tra l'Inghilterra ed il Portogallo.

La Spagna ed il Portogallo sono minati dagli emissarii repubblicani, e non sono abbastanza forti per resistervi. Bisogna che la Spagna riordini la sua marina militare, e possa esserci di aiuto nel Mediterraneo e fare, quando ne fosse il caso, un colpo sull'Algerìa. Così il Corpo di esercito francese che siede colà si troverebbe impegnato. Inoltre un esercito spagnuolo al di là dei Pirenei e pronto a varcarli, immobilizzerebbe un corpo di truppe francesi.

La propaganda repubblicana in quei paesi è attiva. I francesi fanno altrettanto in Italia.

-- Non l'avrei creduto.

-- La fanno anche in Italia, ma il nostro paese vi resiste. La grandissima maggioranza della nostra popolazione è conservatrice. Il paese è monarchico. La propaganda repubblicana pei francesi è una necessità. Pel governo di Parigi è una quistione di vita. Avvenne lo stesso sotto la prima repubblica. Ma allora lo stato dell'Europa era diverso. Non vi erano i due grandi Stati al di qua delle Alpi e al di là del Reno, l'Italia e la Germania. Bisogna dunque tenerci stretti, e difendere le istituzioni che ci siamo date.

-- Sono pienamente d'accordo con V. E. e lavorerò insieme per la difesa dei principii monarchici.

-- Bismarck fece delle grandi cose, e il vostro paese deve essergliene grato. Ma commise un gravissimo errore; quello di non aver favorito la restaurazione della Monarchia in Francia. Egli credeva che la Repubblica sarebbe stata rôsa dai partiti e non sarebbe stata forte abbastanza. Avvenne tutto il contrario; giammai la Francia fu forte come oggi.

-- La stessa osservazione me la fece l'imperatore di Russia.

-- Bisogna opporre alla propaganda repubblicana tutti i mezzi dei quali possono disporre le Monarchie. La Francia avrà fra breve una nuova tariffa doganale. Questa offenderà grandemente noi, perchè con essa potranno esser chiusi i mercati francesi ai nostri prodotti agricoli. Ne sarete colpiti anche voi. Pel trattato di Francoforte voi godete i beneficii della nazione favorita. Esiste cotesta condizione, quando esistono tariffe convenzionali; cessa, quando mancano i trattati. Ora la Francia va a denunziare tutti i trattati, e va ad applicare a tutte le nazioni una tariffa autonoma. È una minaccia di guerra, guerra economica, non meno terribile della guerra coi fucili e le artiglierie. Giova prepararsi a rispondere, ed io credo che lo si potrà. Non dico di fare una lega doganale fra le tre potenze alleate: questa non sarebbe di facile attuazione. Puossi però studiare un sistema di tariffe di favore mercè cui si rendessero più facili i commerci, più strette le relazioni. Sarebbe necessario che alla lega militare e politica si aggiungesse questa lega economica, la quale, senza offendere l'autonomia dei tre Stati, li rendesse talmente forti da resistere alla Francia. Io proporrei che i tre governi dessero a studiare la grave quistione ad uomini tecnici. Compiuti gli studii, ognuno di noi nominerebbe due delegati ciascuno, i quali, riuniti, concreterebbero le proposte che converrà tradurre in un trattato.

-- Trovo savie le considerazioni di V. E. e farò studiare il grave argomento, e avvertirò V. E. dei risultati.

La conversazione continuò su cose di minore importanza, e ci siamo congedati con espressioni sincere di cordiale amicizia.

8 novembre. -- Alle 11 ant. il conte Caprivi viene a restituirmi la visita. Siamo ritornati sugli argomenti toccati nel colloquio di ieri.

Biserta. Muta lo stato del Mediterraneo. Pericoli in caso di guerra.

Caprivi ne comprende l'importanza. Obietta che il reclamo potendo condurre ad una rottura con la Francia, è necessario attendere. In aprile, compiendosi la trasformazione dei fucili, si potrà iniziare il reclamo.»

Il Cancelliere partì da Milano il 9 novembre, soddisfatto delle accoglienze ricevute e dei risultati della sua visita. L'ambasciatore d'Italia a Berlino, tre giorni dopo, il 12 novembre, inviava a Crispi il seguente rapporto:

«Il Cancelliere dell'Impero è venuto a vedermi in questo momento. Confermandomi ciò che avevo già appreso ieri al Dipartimento Imp.le degli Affari Esteri, egli era profondamente commosso e riconoscente per le bontà del Nostro Augusto Sovrano e per l'alta distinzione che gli fu conferita da Sua Maestà. Egli era pure assai soddisfatto dei colloquii avuti con V. E. dichiarandosi completamente d'accordo in massima sopra gli argomenti circa i quali vi fu scambio d'idee, tanto sotto l'aspetto politico, quanto sotto l'aspetto commerciale. S. E. si era affrettata di far rapporto all'Imperatore della missione compiuta. Sua Maestà Imperiale manifestò viva soddisfazione di constatare una volta di più. che le relazioni fra l'Italia e la Germania sono e resteranno sul miglior piede a tutto vantaggio della triplice alleanza e del principio monarchico. Il Cancelliere mi pregò di rendermi interprete dell'eccellente impressione riportata da questo suo viaggio e di ringraziare per tutte le cortesie di cui fu colmato alla nostra Corte e da V. E. Egli ha solo rammarico che le esigenze di servizio l'abbiano costretto ad abbreviare il suo soggiorno in Italia. Il Cancelliere si dimostrò pure assai grato dell'accoglienza che gli fu fatta dalla popolazione di Milano e dalle Autorità municipali.»

Naturalmente, della sostanza dei colloqui di Milano fu informato il Cancelliere austro-ungarico conte Kálnoky, per mezzo dell'ambasciatore imperiale a Roma barone de Bruck, e dell'ambasciatore reale a Vienna, conte Nigra. Quest'ultimo telegrafava in data 1.º dicembre:

«Kálnoky mi ha pregato di ringraziare V. E. per la comunicazione da lei fatta a Bruck, i cui particolari gli furono confermati da Reuss e Caprivi. I due argomenti saranno studiati ed esaminati a suo tempo. Oggi cominciano le conferenze commerciali fra Austria-Ungheria e Germania. Da esse si vedrà se, e sino a che punto, i due imperi possano procedere sempre meglio d'accordo fra loro e preparare via a una intesa fra i tre Stati alleati sul terreno economico.»

Tra lo stesso Conte Nigra e Crispi seguiva la seguente corrispondenza:

«4 dicembre 1890.

Mio caro Sig. Conte,

Adempio con ritardo -- ed ella ne comprenderà il motivo -- alla promessa fattale con mio telegramma del 18 novembre da Torino.

Nei colloquii, tenuti il 7 e l'8 novembre, Caprivi ed io ci siamo occupati della Triplice, tanto dal lato politico, quanto dal lato economico e commerciale. Siamo riusciti d'accordo in tutto; e parmi che basti, senza ricordare qui i nostri ragionamenti, scrivere per lei sulle varie tesi il concluso.

Nissun dubbio che l'alleanza delle tre monarchie debba essere prorogata. Nissuno di noi può credere che nel maggio 1892 le condizioni politiche dell'Europa possano essere mutate. Le ragioni, per le quali il trattato fu stipulato al 1882 e rinnovato al 1887, è a prevedersi che saranno le medesime.

Giova apportarvi qualche modificazione, e qualche aggiunta? È quello che si deciderà dai tre governi, i quali han tempo ancora a meditarvi. Una cosa intanto appare evidente..... Il conte di Caprivi su questo fu meco d'accordo.

Fummo anco d'accordo sulla necessità di migliorare le condizioni commerciali dei tre Stati, stipulando dei favori speciali che ne rendano più facili le relazioni, e talmente intimi i vincoli da resistere alla guerra che potrebbe venirci dalla Francia, qualora la nuova legge doganale uscisse così aspra da quel Parlamento da non permetterci di venire a patti. Non una lega doganale si vorrebbe fra i tre Stati, ma una maggiore mitezza nei dazii d'importazione.

Ciò posto, siam rimasti intesi che i tre governi metterebbero allo studio le varie questioni, che il grave argomento comprende. Quando gli studii saran terminati, affideremo a delegati speciali, che potrebbero esser due per ciascuno Stato, l'esame del problema e le proposte per la sua soluzione.

Finchè la Francia è in repubblica -- ed ormai questa forma di governo colà sembra consolidata -- essa sarà sempre una minaccia per le monarchie in Europa. La Russia deve capirlo, essendo ormai Parigi l'asilo dei nihilisti -- e le due penisole, l'Italiana e l'Iberica, lo sanno per la propaganda morale e gli aiuti finanziari dati ai partiti sovversivi dal governo del finitimo territorio.

Noi in Italia siamo abbastanza forti: il sentimento monarchico nelle nostre popolazioni è profondo, e resiste all'apostolato rivoluzionario. Ci battiamo e non ci faremo vincere. Non bisogna però nascondere a noi stessi che il Vaticano accenna a valersi dei radicali, e si è visto nelle ultime elezioni. Il cardinale Lavigerie, nella sua nuova fase, lavora d'accordo col Papa. I cardinali in parte dissentono, ed anche il clero francese non è compatto; ma ignoriamo quello che ne potrà avvenire più tardi.

Le monarchie pericolanti sono la portoghese e la spagnuola, e la prima più della seconda. Ove esse cadessero, e a Lisbona e Madrid la repubblica fosse proclamata, nissun dubbio che codesto sarebbe il principio di una trasformazione politica, che la Francia è interessata ad apportare in Europa. I tre governi alleati dovrebbero meditare sul possibile avvenimento, comunicarsi le loro idee, ed agire, ove d'uopo, nelle vie diplomatiche.

Il conte di Caprivi si disse convinto di ciò, e promise di procedere d'accordo.

Stabiliti gli argomenti che importa meditare e determinati i criterii secondo i quali i governi delle tre monarchie alleate dovrebbero condursi, resta a Lei, signor conte, di ragionarne con codesto ministro degli affari esteri, prendere con lui gli accordi necessarii, e manifestarmi le sue intenzioni. La lunga esperienza dell'E. V. supplirà alle lacune che può presentare questa mia lettera, affinchè si possano raggiungere gli scopi che io mi son prefisso, e nei quali è consenziente il Cancelliere germanico.

E dopo ciò accolga i miei più cordiali saluti.

Devotissimo
_F. Crispi._»

«Vienna, 10 dicembre 1890.

Le confermo mio precedente telegramma. Esposi a Kálnoky il contenuto della lettera. Egli d'accordo in massima con V. E. e Caprivi,....

Quanto alle questioni commerciali prevede un intoppo nell'articolo XI del Trattato di Francoforte.[2] Chiede tempo per studiare le due questioni. Intanto si vedrà fra non molto su quali basi si potranno fare concessioni commerciali fra l'Austria-Ungheria e la Germania, il che faciliterebbe la soluzione anche per l'Italia. Nell'esame delle due questioni Kálnoky apporterà vivo desiderio d'accordo completo. Divide poi l'opinione di V. E. sulla convenienza di una direzione diplomatica uniforme per la difesa delle istituzioni monarchiche.

_Nigra._»

[2] Art. XI del trattato definitivo di pace concluso a Francoforte sul Meno il 10 maggio 1871 tra l'Impero di Germania e la Repubblica francese (Scambio delle ratifiche. Francoforte, 20 maggio):

«Les traités de commerce avec les différents États de l'Allemagne ayant été annulés par la guerre, le gouvernement français et le gouvernement allemand prendront pour base de leurs relations commerciales le régime du traitement réciproque sur le pied de la nation la plus favorisée.

Sont compris dans cette règle les droits d'entrée et de sortie, le transit, les formalités douanières, l'admission et le traitement des sujets des deux Nations, ainsi que de leurs agents.

Toutefois, seront exceptées de la règle susdite les faveurs qu'une des parties contractantes, par des traités de commerce, a accordées ou accorderà à des États autres que ceux qui suivent: l'Angleterre, la Belgique, les Pays-Bas, la Suisse, l'Autriche, la Russie.

Les traités de navigation, ainsi que la Convention relative au service International des chemins de fer dans ses rapports avec la douane, et la Convention pour la garantie réciproque de la propriété des oeuvres d'esprit et d'art seront remis en vigueur.

Néanmoins, le gouvernement français se réserve la faculté d'établir sur les navires allemands et leurs cargaisons des droits de tonnage et de pavillon, sous la réserve que ces droits ne soient pas plus élevés que ceux qui grèveront les bâtiments et les cargaisons des nations susmentionnées.»

[Telegramma]

«Roma, 15 dicembre 1890.

Il barone de Bruck mi ha letto una nota del conte Kálnoky con la quale dichiara che il ministro austriaco è meco d'accordo in tutte le quistioni le quali furono oggetto del colloquio col conte Caprivi e che riassunsi a Lei con mia particolare del 4 corrente. Chiede intanto che io concreti le mie idee sulle modificazioni alla convenzione del 1887, il che sarà fatto.

Discorrendo col Bruck intorno al miglioramento delle relazioni commerciali ed economiche, si cadde d'accordo sulla necessità della proroga, di un anno almeno, del diritto alla denunzia del trattato 7 dicembre 1887, affinchè le due parti avesser agio a studiare la grave quistione. Bruck scrive oggi stesso a cotesto scopo a Kálnoky affinchè fosse autorizzato ad uno scambio di note. Voglia parlargliene e fare le debite sollecitazioni, stringendo il tempo e dovendo io rispondere ad interpellanze parlamentari sull'argomento.

Crispi.»

[Telegramma]

«Vienna, 16 dicembre 1890.

Ho vivamente impegnato Kálnoky allo scambio di note per proroga di un anno del diritto di denunzia del trattato di commercio. Kálnoky consente pienamente con V. E.; ha subito telegrafato a Pest ed ha fatto la proposta al Ministero austriaco d'agricoltura e commercio. Egli crede che non vi sarà ostacolo, ma forse bisognerà sottomettere scambio di note alla sanzione del Parlamento, che secondo Kálnoky potrebbe essere data anche dopo il dicembre.

Kálnoky mi ha promesso che non porrà indugio alla soluzione ed io lo solleciterò più che posso.

Nigra.»

Capitolo Secondo. -- La Tripolitania e la Francia.

La Triplice Alleanza e gl'interessi italiani nel Nord-Africa. -- La Francia sulla frontiera tripolo-tunisina sino al 1890. -- Una memoria del generale Dal Verme sul confine storico tra la Tunisia e la Tripolitania. -- L'accordo anglo-francese del 5 agosto 1890. -- Rimostranze di Crispi presso il governo inglese. -- Nota di Said pascià su l'hinterland tripolitano. -- Come si potevano impedire le ulteriori usurpazioni della Francia. -- Crispi e il governo francese; questo nega di aver delle mire sulla Tripolitania. -- Una nuova carta francese dell'Africa. -- Dichiarazioni del ministro Ribot alla Camera. -- Protesta di Crispi. -- Stato della questione al 1894. -- La convenzione franco-germanica. -- La Francia tenta avanzarsi nel Sudan egiziano. -- Fascioda. -- Nuovi accordi anglo-francesi a danno dell'hinterland tripolitano. -- L'Italia rinunzia senza compensi ai suoi diritti in Tunisia. -- L'accordo franco-italiano del 1902. -- L'opera di Crispi nel Marocco. -- L'occupazione italiana della Tripolitania e un cattivo presagio.

Dai documenti che precedono -- i quali, per quanto si riferisce alle precise stipulazioni della alleanza dell'Italia con la Germania e con l'Austria, sono necessariamente reticenti, un dovere elementare vietandoci di rivelare segreti di Stato -- si deduce tuttavia quali fossero, alla fine del 1890, gli obiettivi della politica estera di Crispi. Il trattato d'alleanza non era lontano a scadere; l'esperienza aveva dimostrato che se esso garentiva la pace, l'Italia era esposta per questo beneficio comune alle tre potenze, a sopportare da sola i danni della guerra accanita che la Francia le faceva nel campo economico e, fuori d'Europa, anche nel campo politico. La teoria che i rapporti economici e i rapporti politici non debbano influirsi scambievolmente, non poteva convenirci perchè era innegabile che a cagione dell'alleanza noi subivamo danni ingenti dalla ostilità francese, con la rottura delle relazioni commerciali e coi colpi incessanti al nostro credito internazionale.

Crispi aveva dimostrato al Cancelliere germanico che le grandi alleanze politiche non possono essere limitate a categorie d'interessi e che il trattato della Triplice per arrecare tutti i suoi benefici doveva comprendere, oltre la garenzia territoriale, la difesa d'ogni interesse essenziale di ciascuno degli alleati nelle complesse relazioni della vita internazionale. E il generale Caprivi aveva aderito a tali vedute e domandato che il ministro italiano concretasse le sue proposte.

Ma l'argomento sul quale Crispi richiamò più vivamente l'attenzione del suo collega, come quello che racchiudeva un pericolo imminente e grave per l'Italia, fu la condotta della Francia nel Nord-Africa.

Crispi aveva nei mesi precedenti denunciato ai gabinetti di Londra, Berlino e Vienna il progetto francese di convertire nell'annessione il protettorato sulla Tunisia, ed era riuscito a promuovere le rimostranze delle tre Potenze a Parigi contro quel progetto.[3] Ma egli non s'illudeva sulla efficacia duratura di una pressione diplomatica e cercò di giovarsi senza indugio di questa per ottenere dalla Francia una maggiore considerazione degli interessi italiani. Posto che prima o poi la Francia si sarebbe resa padrona della Tunisia, Crispi pensò di trarre vantaggio da un evento ineluttabile, transigendo sui diritti garentiti dai trattati che l'Italia vantava nell'antica Reggenza. Il compenso non poteva essere che il dominio italiano sulla Tripolitania.

[3] Cfr. Francesco Crispi: Politica Estera, Cap. XII.

Le difficoltà però non erano lievi. I francesi aspiravano essi a estendersi ad oriente. Come avevano occupato la Tunisia col pretesto di assicurarsi il pacifico possesso dell'Algeria, l'occupazione della Tripolitania avrebbe dovuto assicurare il possesso della Tunisia, e l'impero francese nel Mediterraneo sarebbe stato un fatto compiuto. Le prove che queste aspirazioni imperialistiche erano entrate nel programma positivo del governo, non mancavano.

L'accordo anglo-francese, che porta la data del 5 agosto 1890, per la delimitazione delle sfere d'influenza della Francia e dell'Inghilterra in Africa, dimostrò chiaramente il piano della Francia d'insignorirsi dell'hinterland della Tripolitania. Quell'accordo rappresentò il corrispettivo che l'Inghilterra dava alla Francia pel riconoscimento che questa faceva del protettorato inglese sullo Zanzibar -- e fu ventura che lord Salisbury resistesse alle pretese francesi di concessioni a Tunisi. Probabilmente il Primo ministro della Regina avrebbe ceduto se Crispi, appoggiato dalle Cancellerie di Berlino e di Vienna, non avesse fatto a Londra vive rimostranze. Egli fece dire al Salisbury

«che il governo del Re, nelle varie occasioni presentatesi per discorrere delle cose di Tunisi fra Roma e Londra, credeva essersi accorto che nel gabinetto inglese esistesse una tendenza a fare delle concessioni alla Francia a scapito d'interessi italiani che l'Italia riteneva comuni coll'Inghilterra e sui quali nè il governo italiano intendeva transigere, nè l'opinione pubblica lo avrebbe permesso; che, in conseguenza di ciò, era nell'interesse del mantenimento e sviluppo delle intime relazioni fra i due paesi, sul quale riposava principalmente la pace europea, che l'Italia doveva far conoscere al governo inglese che non sarebbe disposta a seguirlo in una via che conducesse a modificare politicamente o materialmente lo statu-quo nella Tunisia a favore della Francia.»

Allorquando la Francia occupò la Tunisia, nel 1881, la linea frontiera fra la Tripolitania e la Reggenza di Tunisi passava ad ovest della baia di El Biban, sul mare. Se ne ha facilmente la prova consultando le carte francesi più autorizzate, quella dei Signori Prax e Renou, e quella del «dépôt de la guerre» con le osservazioni del capitano di vascello Falbe. L'occupazione francese non era ancora un fatto compiuto che l'attenzione dell'esercito d'occupazione si volgeva verso la frontiera tripolitana.

Durante i mesi di agosto e settembre 1881, tre spedizioni militari si diressero simultaneamente verso il sud-est tunisino. I generali Logerot, Philibert, Jamais comandavano i tre corpi di spedizione. Il primo aveva ai suoi ordini circa 13000 uomini. La sua marcia non fu scevra di difficoltà; fu ostacolata presso Fum-el-Bab dalla tribù degli Slass, ma dopo un combattimento vittorioso il generale Logerot arrivò a Gafsa e la occupò. Da Gafsa cotesto generale si diresse verso Gabes, dove ebbe luogo la riunione dei tre corpi di spedizione. Egli percorse tutto il sud della Tunisia, senza tuttavia -- cosa importante a rilevarsi -- oltrepassare lo Uadi-Fessi.

In seguito a questa spedizione, le tre grandi tribù tunisine degli Slass, Hamamma, Beni-Zid con altre dissidenti delle vicinanze di Sfax, complessivamente circa 260000 persone, passarono sul territorio tripolitano sotto il comando supremo di Ben Khalifa, il capo che aveva organizzato la difesa di Sfax. Cotesti ribelli costituivano, presso la frontiera tunisina, un focolare permanente di rivolte e di torbidi.

Il governo francese si preoccupò di questo pericolo e tutti i suoi sforzi furono da allora diretti a favorire la pacificazione dei ribelli e il loro ritorno in Tunisia. Il Console Generale di Francia a Tripoli, Féraud, e il generale Allegro, soprannominato Jusef Negro -- che i francesi avevano fatto nominare dal Bey governatore della provincia di Arad in ricompensa dei servizi resi nel tempo dell'occupazione -- si adoperarono a raggiungere tale risultato, e a poco a poco vi riuscirono.

Nel mese di aprile 1885, il Féraud era sostituito a Tripoli dal Destrées, il quale continuò a seguire la linea di condotta del suo predecessore e facilitò il ritorno in Tunisia degli ultimi dissidenti.

In grazia di questo felice risultato la Francia poteva oramai avanzare verso l'Est.

Nel mese di maggio del 1885 il Ministro residente di Francia a Tunisi, Cambon, visitò il sud della Tunisia. Oltrepassando la frontiera egli si avanzò sino all'Oglad Djemilia. Più tardi, nel mese di luglio del 1887, egli dichiarò al nostro ministro a Madrid, marchese Maffei, che quell'escursione gli aveva permesso di convincersi che la vera frontiera della Tunisia è l'Uadi-Mochta. Il nome del largo torrente al quale il Cambon dava il nome di Uadi-Mochta era stato sino allora quello di Uadi-Sigsao, mentre in arabo «mochta» significa «frontiera».

Nel mese di ottobre 1886 tre navi francesi si presentavano sulla costa tripolina fermandosi presso il capo Macbes, donde cominciarono a fare i rilievi delle coste vicine. Il governatore generale di Tripoli, avvertito, inviò sui luoghi una corvetta turca sotto gli ordini del comandante la stazione marittima di Tripoli. Cotesto ufficiale superiore chiese al comandante francese con qual diritto e con quali intenzioni procedesse ai rilievi di una costa appartenente alla Turchia. Il comandante francese eccepì la propria ignoranza: egli credeva di rilevare una costa tunisina, della quale doveva fare la carta idrografica. Il turco avendo insistito nell'affermazione che la costa era tripolitana, le navi francesi si ritirarono, lasciando tuttavia eretta, a Ras Tadjer o Adjir, una colonna in muratura. Il Console Generale di Francia, signor Destrées, poco dopo si presentò al Governatore Generale di Tripoli e gli chiese per quali motivi il Comandante turco avesse imposto al Comandante francese di allontanarsi dal capo Macbes. Il Governatore Generale dette le spiegazioni richiestegli, alle quali il Console di Francia oppose che la proprietà del punto del quale si trattava era dubbia.

Nel mese di dicembre 1887, il Bollettino della Società di Geografia di Parigi annunciava che un accordo era stato concluso tra la Turchia e la Francia per la delimitazione della frontiera tripolo-tunisina, e che la nuova frontiera era portata a Ras Tadjer, a 32 chilometri al di là dell'antica demarcazione. Il Governo del Re comunicò immediatamente questa notizia all'ambasciatore d'Italia a Costantinopoli, Blanc, il quale si recò tosto dal Gran Visir. Il Gran Visir smentì perentoriamente l'esistenza della pretesa convenzione e dichiarò inammissibile che la Turchia, la quale non riconosceva il protettorato francese sulla Tunisia, potesse entrare in pourparlers colla Francia circa una delimitazione della frontiera tunisina. L'indomani il Sultano faceva al barone Blanc una dichiarazione non meno categorica: Sua Maestà assicurava che non avrebbe tollerato nè lo spostamento della frontiera, di cui parlava il Bollettino della Società francese di Geografia, nè alcun accordo che potesse implicare il riconoscimento del protettorato francese a Tunisi. Secondo il Sultano, gl'intrighi e le informazioni francesi non avevano altro scopo che quello di spingere l'Italia a impegnarsi in una «questione tripolitana».

Le medesime notizie continuavano a stamparsi sui giornali e l'ambasciatore italiano a Costantinopoli insistè di nuovo presso la Sublime Porta e ottenne da Said pascià, allora Gran Visir, che l'ambasciatore del Sultano a Parigi, Essad pascià, fosse incaricato di chiedere al governo della repubblica il richiamo del generale Allegro e la smentita categorica di qualsiasi modificazione di frontiera.

Verso la stessa epoca il Governo ottomano aveva deciso di cacciare dalla Tripolitania la frazione degli Uargamma, che erasi stabilita nella regione situata tra le antiche frontiere della Tunisia, regione denominata Giufara el Garbia e che è tra le più fertili e le più ricche di pascoli della Tripolitania. La presenza di cotesti tunisini nel territorio tripolitano poteva fornire alla Francia un pretesto per pretendere che cotesto territorio appartenesse alla Reggenza di Tunisi, dacchè una tribù tunisina vi si era pacificamente stabilita e vi faceva atto di proprietà.

Una spedizione partì da Tripoli sotto gli ordini del generale di brigata Mustafà pascià. Il corpo di spedizione si componeva di 1400 uomini, dei quali 800 di fanteria, 320 cavalieri, il resto di artiglieria. Ma si arrestò a Zuara e non andò oltre. Il generale, a mezzo d'intermediarii, fece intimare ai capi degli Uargamma l'abbandono del territorio abusivamente occupato, concedendo loro di stabilirsi, se lo volessero, nelle grandi Sirti. Gli Uargamma, poco curandosi della intimazione ricevuta, si stabilirono in parte a Gibel Nalut, in parte a Djemilia, restando così sul territorio tripolitano.

Il Console di Francia a Tripoli, avvertito ufficialmente della spedizione dal valì, si affrettò a informarne il Residente francese a Tunisi. Una commissione composta del segretario generale della Residenza e del segretario francese per gli affari indigeni, partì tosto su di una nave da guerra per raggiungere a Zarzis il generale Allegro che l'aveva preceduta. Costui, sulla fede di informazioni inesatte, ovvero con lo scopo di prevenire un fatto possibile, aveva avvertito il Destrées di una pretesa marcia di Mustafà pascià sopra Djemilia. Il Console si presentò al valì e non senza emozione, vera o finta, gli domandò se la notizia fosse esatta. Aggiunse che Djemilia apparteneva alla Tunisia e dichiarò che qualsiasi altro tentativo da parte della Turchia sarebbe stato considerato dalla Francia come un casus belli. Il valì, intimidito, si affrettò a rassicurare il signor Destrées circa la falsità della notizia, affermando tuttavia nuovamente i diritti incontestabili della Turchia su Djemilia, come appartenente alla tribù tripolitana degli Huail.

Il 31 dicembre 1887 l'ambasciatore d'Italia a Costantinopoli interrogò di nuovo il gran visir per conoscere con precisione le intenzioni della Turchia. In un promemoria mandato a Photiadès pascià, ambasciatore del Sultano a Roma, la Sublime Porta spiegò le sue vedute. L'ambasciatore italiano aveva fatto osservazioni su quattro punti:

1. La Porta, malgrado le macchinazioni francesi, non aveva occupato l'antica linea di confine della Tripolitania, nè aveva inviato colà degli ufficiali commissari;

2. La Porta non aveva domandato la sconfessione ufficiale e pubblica delle carte dello Stato maggiore francese;

3. La Porta non aveva dichiarato pubblicamente che il territorio ad est di El-Biban era e resterebbe tripolitano;

4. La Porta non aveva domandato l'allontanamento del generale Allegro, sebbene suggerito dal valì.

Il governo ottomano rispose che non sapeva spiegarsi la prima osservazione, giacchè le autorità imperiali della provincia non avevano giammai abbandonato un solo dei punti posti sotto la loro amministrazione, la qual cosa rendeva inutile l'invio sui luoghi di commissari speciali.

In secondo luogo il governo ottomano aveva creduto superfluo domandare la sconfessione ufficiale e pubblica della carta dello Stato maggiore francese, dopochè il Ministero degli Affari Esteri di Francia, precedentemente interpellato, aveva dichiarato di ignorarne l'esistenza (!) e aveva soggiunto che, se anche tale carta fosse esistita, essa non avrebbe avuto valore che dal momento in cui i due governi ne avessero approvato il tracciato, dichiarazione questa della quale la Porta aveva preso atto.

Sul terzo punto la Porta rispose di aver fatto smentire dai giornali di Costantinopoli l'esistenza della convenzione di delimitazione menzionata in uno dei bollettini della Società geografica di Parigi, e che i giornali francesi stessi avevano pubblicato un comunicato di smentita di tutte le voci lanciate circa negoziazioni che su quell'argomento avrebbero avuto luogo tra la Francia e la Sublime Porta. Vi era stata altresì una promessa che il bollettino successivo della Società avrebbe contenuto una rettifica.

Finalmente per l'allontanamento del generale Allegro, la Porta assicurava di averlo domandato, senza tuttavia dare un carattere ufficiale alle comunicazioni fatte a Parigi, non potendo riconoscere lo stato di cose creato in Tunisia dall'occupazione francese.

In conclusione, la Turchia rivendicava come tripolitano il territorio ad est di El Biban, ossia manteneva l'antico confine.

Nel 1888, dopo la spedizione turca, il resto dei rifugiati tunisini in Tripolitania ritornava in Tunisia.

La Francia si mise allora a fortificare il Sud della Tunisia, ossia Zarzis, Matamma, Tatauin, Duirat, dopo aver portato l'effettivo di Gabes a 2650 uomini e inscritto nel bilancio tunisino una somma di circa 900 000 franchi per le fortificazioni delle prime tre località suindicate.

Verso la fine del 1887 il giornale officioso della Residenza, La Tunisie, pubblicava un comunicato ufficiale circa le frontiere della Tunisia. In esso era detto che l'Italia «aveva sollevata una questione di rettificazione della frontiera tripolitana e parlato di negoziati aperti con la Porta, sotto pretesto di non lasciar distruggere l'equilibrio del Mediterraneo, ma in realtà perchè l'Italia, precocemente forse, considerava la Tripolitania come sua propria». Era necessario, dunque, descrivere esattamente la frontiera tripolitana; la quale, secondo La Tunisie, partendo dal mare, era nettamente stabilita col Mochta e lo Chareb Saonanda, sino all'Oglat-ben-Aisar, da una linea che parte da questo punto, passa per ben-Ali-Marghi e quindi al nord di Uessan, e in fine dall'Ued Djenain, che si perde nel Sahara.

Il comunicato continuava così:

«È noto quanto i turchi siano gelosi della difesa del territorio tripolitano; ora, i loro forti sono tutti al sud di questa linea che i soldati turchi non oltrepassano mai e sulla quale essi consegnano alle autorità tunisine i dissidenti che rientrano. Tale frontiera, del resto, conquistata or sono quattro secoli dagli Uargamma sugli Uled-Debbar, è stata consacrata verso il 1815 da un trattato intervenuto tra la Reggenza di Tunisi e la Porta. Salem Ben Odjila, capo degli Uderna, possiede altresì un atto recante i sigilli dei magistrati tunisini e tripolitani, nel quale è descritta dettagliatamente la frontiera da noi indicata. Quest'atto rimonta alla fine del secolo scorso. Il viaggiatore Barth nel 1849 dà ugualmente il Mochta come limite della Tunisia e della Tripolitania.

«Ricorderemo il viaggio fatto nel 1886 dal signor Cambon in compagnia del signor Fernand Faure, deputato, e del comandante Coyne. L'esercito stesso il quale, ingannato al momento dell'occupazione, si era arrestato all'Ued-Fessi, non tardò a sapere dagli stessi indigeni che la vera frontiera doveva essere riportata ad una trentina di chilometri più al sud.

«La Turchia non avendo giammai contestato cotesta frontiera alla Reggenza, ha fatto smentire l'accordo franco-turco del quale si è parlato alla Camera italiana. Non vi era materia a negoziati, nè ad accordo su di una questione che non è contestata e che soltanto gl'italiani han cercato di far nascere.

«E affinchè l'opinione pubblica non sia traviata terminiamo dicendo che si lavora all'organizzazione militare e amministrativa della suddetta regione-frontiera. Lo stabilimento di posti militari su cotesto territorio, garentendone la sicurezza, avrà altresì il vantaggio di porre i possedimenti francesi al riparo da ogni cupidigia nel caso in cui una potenza Europea si stabilisse in Tripolitania.»

È facile rilevare gli errori di questo comunicato. In esso è affermato che la Turchia non aveva mai contestato alla Reggenza la frontiera del Mochta, e qui sopra abbiamo riferito il linguaggio tenuto dal Sultano e dal suo Gran Visir all'ambasciatore d'Italia. Vi si parla di un trattato del 1815, che non è mai esistito e che non era neppur possibile, poichè la Porta non occupava allora la Tripolitania, dove regnò la dinastia dei Karamanli sino al 1835; e l'atto recante i sigilli degli Sceicchi degli Uderna non esiste, o se esiste non può essere che falso. Quanto al Mochta, che il viaggiatore Barth vide nel 1849, non può trattarsi dello chott al quale i francesi hanno attribuito quel nome, mentre esso è stato sempre precedentemente chiamato Uadi-Sigsao; era (e il Barth lo dice chiaramente) un pendìo leggero ch'egli vide a due ore dalle rovine di El Medeina, e quindi molto avanti l'Uadi-Sigsao. Dal punto dove arrivò gli sarebbe stato difficile scorgere lo chott ora chiamato Mochta dai francesi, poichè si tratta di un bassofondo situato a circa trentacinque chilometri dalle suddette rovine.

Al principio del 1887, dopo il ritiro di Mustafà pascià, la Turchia cominciò a ritirare le sue guarnigioni dalla frontiera ovest. Richiamò da Remada, punto importante incluso nella nuova demarcazione tunisina, i venticinque uomini che vi teneva. Fece lo stesso per la guarnigione di Kasr-Fazua, presso il capo Tadjer, la quale si ritirò nel forte di Bu-Kammech. Anche la guarnigione di Zuara fu diminuita di 400 uomini. Cosicchè la Turchia non solamente s'indebolì sulla frontiera minacciata, ma cedette volontariamente e di fatto i territori che poco prima rivendicava in diritto.

Il rimanente del 1887 e il 1888 passarono senza fatti notevoli; non vi furono che delle razzie fra tribù tripolitane e tunisine. Nulla faceva presagire altri cambiamenti, quando nel mese di febbraio del 1890 il Console italiano a Tripoli venne a sapere che alcune tribù del caimacanato di Nalut, dette Oglad Dahieba, avevano inviato dei commissari al valì per reclamare protezione contro nuove invasioni dei francesi. Alcuni spahis francesi erano comparsi sul loro territorio e l'avevano dichiarato appartenente alla Tunisia; quindi, avevano voluto obbligarli a pagare le decime al Bey, cessando di pagarle alla Turchia. Secondo le stesse informazioni il governatore generale aveva dichiarato ai capi di coteste tribù che si trattava di una questione da discutere tra Francia e Turchia e che essi non avevano a preoccuparsene. E aveva finito con l'invitarli a ritornare nel loro territorio senza comunicare ad alcuno il reclamo che avevano fatto.

Tali prime informazioni furono in parte confermate, in parte modificate in seguito. Realmente, nel mese di maggio di quell'anno il valì, alle interrogazioni del console generale d'Italia, aveva risposto che due o tre mesi prima nella parte del territorio tripolitano che era in contestazione (il valì ammetteva l'esistenza di una contestazione) i francesi avevano obbligato un arabo tripolino il quale aveva seminato un campo, a esibire il suo titolo di proprietà (hoget). Essi avevano affermato che, conformemente alle loro carte geografiche, quel territorio apparteneva alla Tunisia. L'arabo avendo ottemperato alla loro domanda e presentato il suo hoget, i francesi se n'erano impadroniti e non avevano voluto renderglielo. Venuto a conoscenza del fatto, il governatore, per evitare che si rinnovasse, aveva chiamato i capi della tribù cui apparteneva il coltivatore tripolino, e li aveva invitati a recargli i documenti attestanti i loro diritti di proprietà. Venuto in possesso di quei documenti, il valì ne aveva fatto fare delle copie che aveva rimesse ai proprietari, e aveva trattenuto gli originali. Il governatore dichiarò altresì che una tribù tripolitana, stabilita da circa 60 anni in Tunisia, l'aveva fatto pregare per il rilascio di una dichiarazione dalla quale apparisse che essa era originaria di Tripoli e, in conseguenza, non obbligata a pagare le decime al Bey. Aveva risposto di non poter consentire a tale domanda e invitato la tribù a ristabilirsi sul territorio tripolitano.

Contemporaneamente il valì aveva informato il console generale d'Italia che i francesi avevano anche tentato di guadagnare alla loro causa i Tuaregs, di averli incitati ad avvicinarsi a Gadames, e ad annettersi il territorio che, per effetto della nuova frontiera, si estende dall'Algeria da una parte, e la Tripolitania dall'altra, sino alla Tunisia. Nei loro intrighi i francesi erano aiutati dalla tribù algerina degli Sciamba.

Questi furono i fatti riferiti dal valì, dai quali si desume che la Turchia, o almeno il suo rappresentante a Tripoli, ammetteva che vi fosse contestazione su di un territorio dalla Sublime Porta e dal Sultano dichiarato appartenente alla Turchia, e che il valì riconosceva che potessero esistere dei diritti della Tunisia su territorii situati all'ovest dell'Uadi-Sigsao, che i francesi volevano chiamare Mochta.

Un altro fatto non deve passarsi sotto silenzio. Nel mese di novembre del 1888, la Francia fece in modo che la tribù tunisina degli Akkara si stabilisse a Djemilia. Circa cento tende di cotesta tribù rimasero durante un mese in quella località. Evidentemente si voleva creare uno stato di fatto per potere, a momento favorevole, rivendicare la proprietà di quel territorio e occuparlo facilmente. La Turchia non protestò, nè sollevò obbiezioni.