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FERDINANDO GREGOROVIUS

Passeggiate per l'Italia

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Girgenti.
I Canti popolari siciliani.
Pompei e i Pompeiani.

Versione dal tedesco di Mario Corsi

ULISSE CARBONI — LIBRAIO EDITORE
ROMA
Via delle Muratte, 77
1909

I DIRITTI DELLA PRESENTE TRADUZIONE SONO RISERVATI

Roma — Officina Poligrafica Editrice di Eduardo Manna Piazza della Pigna, 53.

Notizie sull'Autore

Nacque Ferdinando Gregorovius il 19 gennaio 1821 nella piccola città di Neidenburg, presso la frontiera polacca, in un antico castello medioevale fondato dai cavalieri teutoni. Suo padre era consigliere di giustizia a Neidenburg: appena innalzato a questo ufficio, ottenne dal Governo che il glorioso castello, in gran parte ruinato ed abbandonato, venisse interamente restaurato. Ivi prese sede il tribunale e fra quelle storiche mura, che tanto dicevano del passato, si stabilì la numerosa famiglia del consigliere di giustizia.

Certo, questa dimora esercitò la sua influenza sul giovane Ferdinando: egli stesso ha lasciato detto che forse non avrebbe scritto la Storia di Roma nel medioevo, se non avesse trascorso la sua giovinezza in quel vecchio castello dei cavalieri tedeschi. Si aggiunga a questo la rivoluzione della Polonia nel 1830, quando egli aveva nove anni, di cui udì narrare tutte le fasi, e gli episodi più impressionanti e le memorabili gesta. Sin da allora ei dovè cominciare ad appassionarsi ai grandi fatti del passato, ricollegandoli a quelli del tragico e sanguinoso presente, e a comprendere l'odio contro l'oppressore e la pietà per l'oppresso.

Nel 1831 al giovane Gregorovius morì la madre di etisia, e poco dopo egli fu dal padre mandato in ginnasio, a Gumbinnen, in casa di un suo zio. Terminati nel 1835 questi studi, passò all'Università di Königsberg, per seguire i corsi di teologia, continuando così una tradizione della famiglia, giacchè l'avo, il padre ed il nonno di suo padre erano stati pastori evangelici alla stessa parrocchia nella Prussia orientale. Ma la teologia non rappresentava pel giovane studente la sua più alta aspirazione ed in breve ei l'abbandonò per dedicarsi invece interamente agli studi filosofici, letterari e storici. Kant ed Hegel, spiegati da Carlo Rosenkranz, lo entusiasmarono e per un momento si credette destinato a diventare egli pure un filosofo.

Non pertanto, per esaudire un desiderio di suo padre, nel 1841 sostenne felicemente gli esami di teologia; dopo di che abbandonò Königsberg, e vagabondò per qualche tempo in cerca della propria via, dopo essersi laureato anche in filosofia con uno studio sul Senso del bello in Plotino e presso i neoplatonici.

In questo periodo di transizione, quando ancora nella sua mente v'era qualcosa di caotico che impedivagli di vedere il dritto cammino che gli si apriva dinanzi, compose molte liriche e un romanzo, Werdomar e Wladislaw, che apparve nel 1845. Fu il tributo del giovane scrittore al sorgente romanticismo tedesco che doveva poi tanto irritare Federigo Nietzsche. L'azione tutta fantastica si svolgeva nel mondo in cui era vissuto, sul confine tedesco-polacco. Il libro non ebbe un grande successo, ma fu letto, sopratutto a Königsberg. Le sventure della Polonia scossero e commossero fortemente Ferdinando Gregorovius, il quale, nel 1848, riassunse sulla questione le sue idee in un opuscolo, L'idea polacca. Più tardi pubblicò, sullo stesso argomento, una raccolta di liriche, Polen und Magyarenlieder (Canzoni polacche e magiare).

Già in questi suoi primi lavori palpitava quel sentimento della vita dell'umanità, quell'alto ideale umano che fu — come ha detto Domenico Gnoli — come la stella a cui per tutta la vita sollevò l'occhio dell'anima. «Io credo — scriveva nel romanzo sopra ricordato — nell'umanità e nel suo genio». E in un altro suo scritto vagheggiava «la fratellanza di tutti gl'interessi, di tutte le religioni, di tutte le culture».

Nel primo centenario di Goethe pubblicò un caratteristico studio, Mastro Guglielmo ne' suoi elementi socialisti, nel quale Goethe appare come il Colombo della Germania che ha scoperto l'America dell'Umanesimo.

L'anno 1851 segna una data di grande importanza pel grande storico, perchè in quest'anno egli, per la prima volta, rivolse la sua attenzione su Roma e su Roma scrisse una specie di biografia drammatica, una tragedia, La morte di Tiberio, che se non era un'opera di grande valore artistico e teatrale, appariva già come un preludio alla sua grande opera avvenire sulla città dei Cesari. E difatti, poco dopo cominciò la Storia dell'Imperatore Augusto, che più tardi rifece ed ampliò.

In questo anno, 1852, avvenne un fatto che ha la sua importanza biografica: il pittore storico Luigi Bornträger, suo carissimo amico, su consiglio dei medici, partì per l'Italia e Gregorovius decise di seguirlo. Visitò dapprima Venezia, poi, nell'estate, percorse la Corsica, che illustrò in due volumi, si fermò a Firenze, donde proseguì per l'Isola d'Elba, poscia Roma, Napoli, tutta l'Italia meridionale e la Sicilia. Fu in questa sua peregrinazione attraverso la penisola che scrisse per la Gazzetta d'Augusta molti dei capitoli che figurano in queste Passeggiate per l'Italia, apparse in Germania in cinque volumi sotto il titolo di Wanderjahre in Italien, editi dal Brokhaus di Lipsia; e cioè i capitoli: «San Marco in Firenze», «Melodie toscane», «L'Isola d'Elba», «Idilli delle spiagge romane», «Il Ghetto di Roma», e negli anni successivi gli altri che formano questa raccolta.

In queste monografie il suo ingegno aveva trovato la forma spontanea, originale in cui manifestarsi in tutta la sua ricchezza, riunendo in un genere nuovo, nel paesaggio storico, le forze e le attitudini varie che aveva esercitato ne' suoi lavori di gioventù: il pensiero del filosofo e la fantasia del poeta, la tavolozza del pittore e la ricerca dell'erudito.

Ecco quello che ne ha scritto un poeta di fama ed un conoscitore di cose romane di valore indiscutibile, Domenico Gnoli:

«Gregorovius entrò in Roma coll'animo del visitatore, proponendosi di proseguire il suo viaggio dopo aver osservato e illustrato nel presente e nelle origini storiche quanto di più caratteristico lo colpisse. Incominciò infatti con uno scritto sul “Ghetto di Roma,” ma avvinghiato a poco a poco dal fascino della città eterna, gli mancò la forza di allontanarsi, e la stazione si cambiò in sede. A comprendere l'impressione profonda prodotta dalla vita di Roma sull'anima fantastica e meditativa del Gregorovius, conviene rappresentarsi quel tempo di cui il ricordo, a noi stessi che vi abbiamo vissuto in mezzo, è come la lettura d'una storia lontana. Se qualche moto si agitava in Roma, nulla ne appariva alla superficie; ma ne' silenzi di quell'isola medioevale pareva vivere solo la storia. La vicenda degli avvenimenti del mondo, l'assiduo lavorío della scienza, le nuove battaglie del pensiero vi giungevano come il sordo frangersi delle onde in una spiaggia remota. Un passato d'immani grandezze, di glorie immani schiacciava col suo peso il presente, e l'avvenire anch'esso era aspirazione al passato: i contemporanei di Roma erano gli eroi biancheggianti nel marmo, i martiri dormenti sotto i mosaici dorati delle basiliche. E Gregorovius aspirava con tutta l'anima la poesia della storia. Vedeva tre città, Gerusalemme, Atene e Roma rifulgere come città universali nella vita del mondo: Gerusalemme portare alla civiltà il monoteismo, Atene l'opera creatrice del pensiero e della fantasia, Roma l'azione, l'Imperium, l'idea dello stato universale, dell'unità della gente umana; e quindi Roma ereditare dalla Grecia la cultura dell'intelletto, dalla Giudea la religione universale ed estendere la civiltà coll'organamento universale dell'Impero, al quale succede la monarchia universale della Chiesa che, accogliendo l'organamento dello Stato, si fa dominatrice e legislatrice dell'università dei popoli cristiani. Egli vedeva la Chiesa associarsi al Germanesimo che aveva atterrato l'Impero, la Germania per lunghi secoli avvinta a Roma coi legami della fede e dell'Impero germanico romano, e la storia della città divenir parte integrante della storia tedesca. Da Roma, come da una specola sublime, gli si apriva sott'occhio tutto il medio evo, e le ricordanze nazionali spiccavano per lui sul campo della storia del mondo cristiano. Pieno l'animo della grande epopea romana, la vastità della materia spezzava la forma ristretta del Paesaggio storico e si allarga nell'ardito concetto della storia di Roma nel medio evo».

Così Ferdinando Gregorovius pervenne, attraverso a queste mirabili e pittoresche monografie, alla grande opera di Roma medioevale, opera che si leva come monumento gigantesco a perpetuare la gloria della città eterna e che alla fama dell'autore è monumento perenne.

Ormai l'Italia era divenuta per lo storico tedesco la sua seconda patria, ed egli vi rimase sino a quasi gli ultimi anni della sua vita, sino al 1890, allontanandosene solo di tanto in tanto per dei brevi periodi, nei quali tornava in Germania. Durante l'inverno e la primavera, egli correva ogni anno fra' suoi amici italiani, specialmente a Roma. Dopo il 1880 visitò la Grecia, l'Egitto, la Siria, e frutti di tali viaggi furono degli studi sulla storia e i dintorni di Atene, l'idillio «Corfù», la monografia «Atenaide», brevi lavori che dovevano poi compendiarsi nella sua opera maggiore, la Storia della città di Atene nel medio evo, apparsa nel 1889.

In questo frattempo, però, terminata la sua Storia di Roma, egli aveva scritto un volume su Lucrezia Borgia, su documenti tratti dagli archivi di Modena e di Mantova (1874); una monografia su Urbano VIII in lotta con la Spagna e l'Impero ed alcuni nuovi capitoli di queste Wanderjahre in Italien.

L'ultimo lavoro dello storico tedesco fu una conferenza sulle «grandi Monarchie o gl'Imperi universali della Storia», tenuta il 15 novembre 1890 all'Accademia bavarese delle scienze di Monaco. In quest'anno egli aveva abbandonato Roma, lieto delle molte prove di ammirazione e di affetto ricevute; contava di tornarvi nell'autunno seguente, quando suo fratello Giulio si ammalò gravemente. Era da poco uscito di convalescenza, quando, alla sua volta, Ferdinando si ammalò. «Ho da pochi mesi compiuto il settantesimo anno — scriveva egli il 28 gennaio — sicchè di ragione sono entrato nella via Appia e mi trovo vicinissimo al _bustum_». Egli prevedeva prossima la morte. Tre mesi dopo soltanto, infatti, il 1º maggio 1891, Ferdinando Gregorovius «cittadino romano» si spegneva nella città di Monaco.

M. C.

GIRGENTI

(1855).

Girgenti.

(1855).

Partimmo, a cavallo, il mio compagno ed io, da Palermo alla volta di Girgenti, l'antica Agrigento. Giuseppe Campo — nativo della vetusta città saracena di Misilmeri, — la miglior guida di tutta la Sicilia, ci aveva forniti di due ottimi muli; lui stesso, poi, ne cavalcava un terzo su cui erano caricati anche i bagagli. La giornata era magnifica: passato Monreale, percorremmo una strada montuosa e deserta per la quale non trovammo anima vivente, se escludi le aquile di Giove, che ci guardavano dall'alto tranquille e silenziose, oppure disegnavano nell'aria ampie spire coi loro voli. Così camminammo parecchie ore sino a che alla nostra vista non si distese la meravigliosa pianura di Partinico e di Sala, vicino al golfo di S. Vito. A dritta si trova Borghetto, l'antica Hykara, patria di Laide, la più bella donna dell'Ellade, che i Greci condotti da Nicia portarono bambina ad Atene.

Le linee del golfo di S. Vito sono belle e insieme grandiose, come quelle di Cefalù; la pianura, poi, è tra le più feraci della Sicilia, così lussuriosa nella vegetazione da far pensare ai tropici. Ci soffermammo a Sala, minuscolo villaggio, e quindi, risaliti in groppa ai nostri muli, traversate regioni fertili, vigneti e oliveti, giungemmo ad Alcamo, città montanara. Il paesaggio acquistava in grandiosità a misura che avanzavamo, assumendo quasi carattere greco con l'armonia delle sue montagne colorate da tinte calde, or rosse, or verdamente cupe. Il carattere di quella contrada — grazie i giganteschi pini, i malinconici cipressi, le palme annose, gli aloe dagli snelli fusti fioriti — è reso più grave dall'autunno. Qui tutto è monocromo, scuro sovrapposto allo scuro e, con meraviglia, si vede quanto possa la natura con una sola tinta fondamentale.

Stanchi di una camminata di nove miglia tedesche, con la non lieta prospettiva di doverne percorrere dieci all'indomani, undici il terzo giorno e nuovamente dieci il quarto, prima di giungere a Girgenti, arrivammo in Alcamo che era sera inoltrata.

Questa è città linda e piacevole, di circa 15.000 abitanti, con un vetusto castello saraceno. Altro non posso dire, se non che in una miserrima locanda fui martirizzato tutta la notte dalle zanzare, in modo tale, che portai per venti giorni le cicatrici prodottemi dalla voracità di quegli alati spiriti notturni. Alla sera, il capitano della guardia ci offrì la scorta militare che doveva esserci compagna sino a Segesta; ma noi la rifiutammo.

Per vedere il rinomato tempio di Segesta, ripartimmo mentre ancora lucevano le stelle e, per nove miglia, camminammo in un paese deserto, tra monti calcarei. Orione, vera stella sicula, della quale Messina ha fatto un mito, sfolgorava su tutte le altre. Già, in Sardegna, ove il popolo l'ha nominata stella dei Re Magi, avevo ammirato questo astro; ma fu solo in Sicilia che lo potei contemplare in tutta la sua magnificenza; i suoi raggi sprizzavano come fuoco d'artifizio. Intanto s'alzava la brezza mattutina, il cielo si imbiancava ad oriente, si diradavano le tenebre e si dissipavano le nebbie; le sagome dei monti accennavano a dileguarsi e compariva il mare, di purpureo si tingea la campagna e Orione spariva dopo avere brillato per lo spazio di una notte meravigliosa.

Improvvisamente, si parò dinanzi ai nostri occhi il tempio di Segesta; sebbene fossimo ancora lontani tre miglia, lo vedevamo ergersi solitario sulla scura pendice del monte, da cui maggioreggiava sul severo paesaggio, bello di aspetto e tale da non poterlo dire rovina, poichè stava con tutte le sue colonne e i due suoi frontoni. La strada che porta colà è un sentierucolo battuto solo dai pastori ed è fiancheggiata per oltre un miglio da piante di aloe, in numero di cento circa per parte, di venti piedi d'altezza, formanti come un viale sino al tempio che sorge sui fastigi di una brulla collina.

Quella terra nera punteggiata da cardi selvatici, meschino pascolo per le capre; quella profonda solitudine; i ricordi delle antiche favole troiane; i versi sonori di Virgilio; la guerra di Segesta con Selinunte, che die' origine alla spedizione degli Ateniesi contro Siracusa e a tanti eventi storici; ogni cosa eccitava la nostra fantasia.

Qui la solitudine è maggiormente pittorica che non quella di Pesto, e l'aria v'è quasi saturata di favole, di miti, di tradizioni, di memorie storiche. Sedendo nell'antico teatro dissepolto da Hittorf, l'occhio raccoglie in sè tutta quella regione di magica solitudine, di tragica serietà; si scorgono il golfo di Castellammare, i monti di Alcamo; ai piedi si svolge una valle selvaggia nel cui fondo corre il favoloso Krimolfo; all'opposta parte si rizza il monte grigio di Calatafimi e ne' suoi fastigi si discerne la città di colore scuro e cupa. Volgendo lo sguardo ad occidente, si vede una catena di colline giallastre e, più in alto, fantastici monti azzurri, i monti Erici, su cui s'ergeva, ora non più, il tempio a Venere. Oltre sconfina il mare Egeo, che attira lo sguardo sulle spiagge ove fu Cartagine e ricorda le guerre puniche.

Non indugerò a parlare del tempio di Segesta, già sufficientemente noto.

Proseguimmo la nostra strada verso il monte Pispisa oltre il tempio, in arida solitudine, senza incontrare che rari pastori vestiti di pelli di montone, pascolanti i loro greggi; non trovavamo che pochi cespugli, cardi selvatici coperti di lumache bianche che circondavano quasi ogni pianta, e traversammo terreni, riarsi e fenduti dal sole, su cui non eravi la più lieve orma di sentiero.

D'un tratto, ci apparvero, verso oriente, il mare Egeo, il monte Erice a piramide e ai suoi piedi Trapani — l'antica Drepano —, le isole del mare Egeo, che scintillavano tra lo scintillìo delle onde, e le spiagge di Marsala e Mazzara, che si stendono fino al Lilibeo.

Ivi giungono direttamente i venti cartaginesi, e il battello che salpava allora alla volta dell'Africa, in dodici giorni m'avrebbe portato a Tunisi, in terra punica.

Verso il mezzodì, sotto un sole insopportabile, arrivammo a Vita, meschino villaggio smarrito nella solitudine, abitato da più meschina gente, di carnagione bronzea, dai capelli crespi come quelli dei negri, parlante un dialetto di cui nulla capivo. Scendemmo presso un calzolaio, mangiammo quel po' che il campo ci potè procurare e rimontammo sui muli per guadagnare Castelvetrano, ove dovevamo pernottare. Malgrado bella fosse la strada che percorrevamo, la stanchezza ci impediva di percepire ciò che ci circondava. Dopo dieci miglia tedesche, toccammo finalmente Castelvetrano, ma io non ebbi la forza di scendere dal mulo e fu necessario mi aiutassero.

Con la prospettiva di dovere all'indomani fare nuovamente undici miglia, rotto come mi trovavo in tutte le membra, non mi stimavo in condizioni di potere sopportare quella marcia faticosa; ma ebbi agio di sperimentare come l'uomo è capace di qualunque sforzo allorchè voglia seriamente. La costanza vince anche la cocciutaggine di un mulo.

Così all'indomani, feci, senza eccessiva difficoltà, quelle undici miglia e le ultime dieci sino a Girgenti, quasi piacevolmente.

Il mio compagno di viaggio — còlto fino dal secondo giorno da un colpo di sole — fu meno fortunato di me; stette assai male nella zolfara di Alcara e fu salvato da certa morte grazie solo la prontezza di un salasso; ma gli fu necessario allettarsi a Palermo per varie settimane.

Partimmo il 6 settembre da Castelvetrano per recarci a Selinunte, sul mare africano. Il mattino era di quella bellezza come sola può trovarsi in Grecia od in Sicilia.

Non è possibile descrivere con la parola la magnificenza versicolore del cielo ad oriente. Io precedevo gli altri per assaporarmi indisturbato la bellezza di quel fenomeno; giunto all'estremo limite della città, mi soffermai presso una chiesa antica, sotto alcuni alberi e sospinsi gli occhi infra il mare verso Selinunte, lontano circa sei miglia. Orione mandava ancora la sua luce purpurea, e il cielo si stendeva con quella peculiare limpidezza di cui solo la lingua greca, con la parola etere, può darci la precisa sensazione.

Scendendo da Castelvetrano, verso il mare per circa sei miglia, traversando pingui campagne, si scorgono già da quella distanza i diruti templi di Selinunte, di cui, per dare pallida idea della grandiosità, è sufficiente quanto sto per dire.

Il giorno non era ancor bene uscito dalle tenebre ed io scorgevo qualche torre in rovina; una, snella ed alta, primeggiava sull'altre nei silenzi dell'alto. Dissi a Giuseppe che sarebbe stato conveniente andare in quella città, che mi pareva ragguardevole sotto ogni punto di vista e nella quale mi sorrideva la speranza di trovare un gelato. Ma Giuseppe, sorridendo, mi rispose:

— Quello che a voi sembra città, altro non è che un ammasso di rovine dei templi di Selinunte.

La vista di quelle rovine sulla sponda del mare, in una regione deserta, non ha l'eguale al mondo e là solo ho potuto sentire quel che significhino le parole rovine classiche. Si contemplino da presso o da lontano, quei ruderi dell'antica fastosità greca, vi avvolgono sempre di maraviglia e di rispetto quasi superstiziosi. Contornati da florida vegetazione, aventi in sè ancora una forma esteriore non priva di significato, sono estremamente pittorici: triglifi, metope, frantumi di fusti di colonne scannellate, capitelli dorici colossali, giacciono — nelle loro forme graziose — confusamente, sì come zolle di un campo arato; la prepotenza del tempo passò su d'essi, si accumulò da una parte e dall'altra confusamente, bizzarramente. Un certo ordine impera in qualche punto sotto il lavorio pervicace di quella diuturna distruzione; così le enormi colonne del tempio di Giove olimpico sono distese a terra sul posto ove sorgevano, al pari di membra infrante di gigante caduto nell'aspra battaglia; poche colonne sorgono ancora sulla propria base — come quelle note sotto il nome di Pileri dei giganti — e su esse ergesi dominando, regina di rovine, la deserta solennità della campagna.

La località dell'antica Selinunte, a ridosso di alturette nei pressi del mare, è indicata da due gruppi di quelle rovine. Quello di levante è costituito in maggior parte da un tempio diroccato; l'altro di ponente, dai ruderi della città, e nella sua compagine, pittorescamente disordinata, si vedono i resti di quattro templi. Camminando su quei massi, quegli architravi, quelle cornici, avvinghiati e quasi sepolti da sterpi, da piante florispine selvatiche, si turba la quiete delle serpi brune, uniche abitatrici di quel mondo morto.

Il Selinos, oggi Madinini, scende al mare fra questi due gruppi di rovine; la spiaggia è bassa, il fiume l'ha resa paludosa, e su entrambe le sponde non si vedono che stagni arsicci, cosparsi di erbe, di fiori azzurri e di molti gigli fragranti.

Sin dall'antichità più remota, le paludi formatisi attorno a Selinunte ammorbarono l'aria e diedero origine a pestilenze; così che Empedocle venne chiamato da Girgenti acciocchè si provasse a combattere tanta iattura, e si pretende che mediante molteplici canali scavati a traverso le paludi, fosse riuscito a redimere la città.

Non dirò dei templi di Selinunte, ma ricorderò che qui si rinvennero le famose metopi, ora nel museo di Palermo, che aiutarono tanto nello studio dell'arte antica. Non voglio dimenticare, anche, che lo storico Tommaso Fazello, il frate che diede alla luce nel XVI secolo la più recente storia di Sicilia, nacque nei pressi di Sicilia.

Nel rimanente d'Italia, si vede la vita moderna vicino alle rovine, come nella campagna romana; oppure si vedono, le une a fianco delle altre, rovine di epoche diverse. Quelle di Selinunte sono tutte del medesimo tempo, e attorno non hanno alta di vita; davanti si stende la deserta solitudine dell'orizzonte e del mare.

Camminando verso levante, giungemmo al fiume Belice, l'Hypso Potamos degli antichi, e, dopo alcune foreste di sugheri e spiagge di sabbia, toccammo Menfrici e da qui, per deserta pianura, ci fermammo a passare la notte a Sciacca (Thermae Selinuntiae), piccola città di 16.000 anime, con castello pittoresco, posta su di una collina in faccia al mare.

Dopo Sciacca si cammina per circa quattro miglia tedesche lungo la spiaggia, ora fra sassi e conchiglie, ora su terreni paludosi, ora seguendo il greto dei torrenti, alla ventura, senza strada battuta. Attraversammo un torrente, il Platani, l'antico Alico; sulle sue sponde pascolavano mandrie di buoi dalle lunghe corna, i quali, come ebbi agio di constatare, sono di pelame rosso — i veri buoi di Elio — mentre nel continente sono di candido pelame. I mandriani — di miserabile e rozzo aspetto — stavano a cavallo, come quelli della campagna romana e delle paludi Pontine.

Dopo aver lasciato la spiaggia del mare, ci inoltrammo in una regione di colline disabitate, coltivate a grano: non un villaggio! L'abbandono più completo! Non rammento di aver mai visto paese più deserto...

Nell'uscire da alcuni cespugli fui colpito dalla vista di uno stagno disseccato, piano e candido come neve.

Finalmente arrivammo a Montallegro, dopo avere cavalcato per ventiquattro miglia italiane. Montallegro non corrispondeva con il nome, alla sua povertà e allo squallore suo: circondato da campagna arida, su cui allignavano poche viti intisichite e radi olivi, avrebbe meglio meritato il nome di Montristo.

Poichè si soffriva penuria d'acqua, da un secolo il villaggio era sceso dall'alto del monte; però si scorgono ancora due aggruppamenti di case vicini l'uno all'altro: l'antico in alto, con le sue vie, le sue case in piedi ma disabitate, quasi mummia di villaggio; il moderno, ai piedi del monte stesso, pressochè deserto e, come il primo, squallido squallido.

Le case sono costituite di roccia calcarea, grigia, triste. In questi pressi sorgeva un dì Kolikos, l'antica città di Heraclea Minoa che ricordava il nome di Minosse; quando questo re venne in Sicilia per perseguitarvi Dedalo e fu ucciso dalla figlia del re Corato, i Cretesi, venuti con lui, identificarono Minoa. Poche grotte e qualche sepolcro scavati nella roccia, sono gli ultimi resti della antichissima città.

Da Montallegro, per squallide contrade, sotto la molestia del sole cocente, giungemmo a Siculiana, cupo paesello, su un monte arido, in cui non crescono, tra l'asprezza delle rocce, che cactus pungenti. Qui è grande la miseria degli abitanti...

In tutti questi paraggi, le donne portano una specie di scialle nero o bianco, a guisa di mantiglia, che rialzano sul capo, e gli uomini, berretti alti a punta, pure neri e bianchi. Da per tutto è odore di zolfo e, qua e là, si vedono solfatare fumiganti. Di fronte a Siculiana, anticamente, sorgeva Anedra e si trova dopo una catena di piccole colline, di natura vulcanica e che contengono tutte, più o meno, del zolfo.

La notte era intanto sopraggiunta e noi cavalcavamo in quella sterminata solitudine al chiarore stupendo di luna, non udendo altro rumore fuorchè lo strido degli uccelli notturni e il mugghiare lamentoso del mare a cui ci avvicinavamo a poco a poco.

Giungemmo, così, a Molo di Girgenti, piccolo porto lungi tre miglia circa da Agrigento, e la notte era profonda allorchè entrammo nell'antica Akraga, la patria di Empedocle, ora la meschina città di Girgenti.

All'incerta luce delle stelle tutta quella solitudine assumeva un aspetto classico e malinconico e, allorchè, al mattino, fui alle porte della città, vidi un paesaggio di poco inferiore ai campi di Siracusa per grandezza e solennità di stile.

Eravamo nell'antica Agrigento, e m'è forza, per soddisfare ad una promessa, dire brevemente di questa formosa vetusta città e dei suoi monumenti.

Essa giace in una pianura incassata scendente al mare, distante oltre tre miglia, e circondata da colline sassose e di aspetto imponente. Due fiumi corrono ad oriente ed occidente di questa pianura: l'Akraga e l'Hypoa, denominati oggi rispettivamente S. Biagio e Drago. Questi circoscrivevano da due parti il perimetro della città e si congiungevano a' piedi delle mura di questa a mezzogiorno; qui il secondo perdeva il nome e scendeva al mare riunendo le sue acque con quelle del primo.

La pianta dell'antica Agrigento si presentava come un triangolo irregolare, fiancheggiato dai due fiumi, con la base verso nord, appoggiata contro due colline: il Kamiko, per cui trovasi con Girgenti e la Minerva. Questa era la città propriamente detta, a cui si accostavano i sobborghi, Neopoli (città nuova), come la denomina Plutarco, la quale si allargava sotto il Kamiko occupando quasi tutta l'altura.

Le alture naturali ed un dedalo di gole e di fossati, costituivano le difese della città, e ancora oggi ne sono visibili le vestigia a levante ed a mezzogiorno.

Ponendosi dove sorgevano le mura a sud, nel centro di quella serie di templi divisi, dei quali sono giunte sino a noi alcune reliquie, si ha davanti una costa di grandiosa e malinconica bellezza, della quale è meglio tacere piuttosto che tentare la descrizione con parole.

La pianura scende al mare e offre, nel suo aspetto solenne e deserto, un paesaggio di forme severe che doveva trovarsi in completa armonia con la grandezza monumentale dei templi dorici.

Tutto vi è grandioso: l'orizzonte ampio, il mare vasto, calde vi sono le tinte e la terra arida ci indica la prossimità dell'Africa; l'unica vegetazione che qui si scorga è quella malinconica degli olivi.

All'ingiro — ove s'ergevano templi, ove ancora posano centinaia di tombe, di loculi, di grotte — sorgono qua e là tronchi di colonne e il suolo è coperto di avanzi di architravi colossali e di triglifi; tutto vi chiama alla contemplazione, all'ammirazione, e chi non si sente commosso a quella vista, vuol dire che non nutre nessun amore per l'antica Grecia, e non sa apprezzare la splendida civiltà di questa.

Non è possibile considerare una città distrutta o parlare dei suoi monumenti senza prima ricordarne le vicende. Perciò io voglio anzitutto dare un cenno della storia dell'antica Agrigento nella speranza che il lettore di queste pagine sia indotto a fermarsi in questa città di fama mondiale e di completare quanto io accenno semplicemente. Vi sono inoltre nella vita di Agrigento una folla di grandi figure, il cui nome è sulle labbra di tutti, in quanto questa città fu una delle principali fra le città elleniche, e se non così potente come Siracusa, fu però ricca in non minore misura di felici e spirituali qualità.

Anche prima dei Greci era già un centro importante dei Sicani. Il suo re Kokalus aveva, secondo il racconto di Diodoro, ospitato Dedalo fuggiasco e questi costruì per lui sul Kamiko una rocca alla quale si poteva accedere solamente per una tortuosa via artificiale.

In questo castello imprendibile portò Kokalus il suo tesoro.

L'Agrigento ellenica sorse nei due anni della 49ª olimpiade (582) come città coloniale della vicina Gela, e presto superò in importanza la città madre: avendole dato un rapido sviluppo il commercio con Cartagine.

Gli Agrigentini avevano prima una forma oligarchica di governo secondo gli statuti di Charondas di Katana, che durò fino a che Falaride la mise in mano ai tiranni. Quest'uomo straordinario era Cretese di nascita. Incaricato della costruzione del tempio di Zeusi Polieus, si giovò di questa impresa che gli metteva a disposizione denaro e uomini, nonchè il punto più forte della città.

Egli assoldò dei mercenari, armò i prigionieri e mentre che si celebrava la festa di Cerere, si rese signore e tiranno di Agrigento. Ai Greci era così odiosa la monarchia, che concepirono Falaride come un mostro favoloso, e la sua crudeltà diventò proverbiale.

A tutti è nota la leggenda del toro di bronzo arroventato, che Perillo dovette costruire per quel tiranno a fine di farvi morire dentro gli stranieri e le persone a lui nemiche.

Il toro d'Agrigento e l'immagine del toro di Dedalo furon rimandati a Creta e di poi alla vicina Cartagine, dove furono sacrificati degli uomini nei fianchi del toro.

Che il toro di Falaride esistesse veramente lo afferma Diodoro. Egli racconta: Himilkone lo ha spedito a Cartagine dopo la conquista di Agrigento, ma Scipione, 260 anni dopo, in seguito alla distruzione di Cartagine, lo ha ritornato agli Agrigentini.

Il toro di Falaride ha servito a Luciano per due dialoghi satirici, dove egli fa comparire degli inviati del tiranno in Delfi i quali portano come offerta al Dio quella macchina infernale, e il crudele tiranno vi è presentato come un uomo giusto; egli, inoltre, per bocca dei sacerdoti, fa comparire il dono del feroce come un'assai religiosa offerta.

Non è facilmente possibile potere spingere più oltre la malignità contro la Chiesa come Luciano ha fatto in questi suoi scritti.

Falaride fu potente e crudele, ma anche egli col tempo, circa verso la metà del VI secolo a. C., si distinse a guisa degli altri tiranni greci come uomo d'intelligenza, e visse nella compagnia di filosofi e artisti.

Si raccontano di lui dei tratti di generosa magnanimità come la storia di Menalippo e Cariton che ricorda quella Dionisia di Damon e Pitia, e quella che viene ricordata dal famoso Stesicoro. Falaride, che aveva assoggettate tante città, si alleò una volta con quelli d'Imera, a patto che essi dovessero eleggerlo a loro capo e potersi così vendicare dei loro nemici. A ciò si oppose Stesicoro: egli venne al popolo e raccontò una favola. Un cavallo pascolava una volta, solo, in un campo; venne il cervo, più forte, e lo cacciò via. Il cavallo andò per aiuto dall'uomo e lo pregò di castigare il cervo. Bene, disse l'uomo, però tu mi devi portare sul dorso. Il cavallo acconsentì, si vendicò così del cervo con l'aiuto dell'uomo, ma portò per sempre il morso che questi gl'impose e subì il suo dispotico dominio.

«Così, disse Stesicoro, volete somigliare anche voi al cavallo della favola, o uomini d'Imera; voi dovete ben riflettere prima di sottomettervi al giogo di Falaride». Gli Imeresi rifletterono, infatti, e quindi abbandonarono ogni idea di alleanza col tiranno.

Però, poco dopo cadde il poeta in suo potere e gli fu condotto davanti. Ma non gli fece alcun male, bensì gli offrì ospitalità e ricchi doni, prendendo molto diletto a' suoi sapienti discorsi, e all'armonia dei suoi canti, e lo licenziò quindi con ogni onore.

Assai importante appare l'influenza che i filosofi avevano sui tiranni di Sicilia. Come nei tempi favolosi gli eroi erravano pel mondo per distruggere i mostri, così più tardi i filosofi viaggiavano pel mondo per liberarlo dai tiranni.

Il cómpito della filosofia è sicuro: liberare l'umanità da ogni specie di tirannia, e questo scopo è chiaramente espresso nelle antiche relazioni dei famosi viaggi compiuti dai Pitagorici e dagli Eleusini. Vanno verso Falaride Demostene, Zenone di Elea e Pitagora per ammonirlo, allontanarlo dalla tirannia, e rivolgerlo alla virtù. Nella vita di Pitagora sono narrati i ragionamenti che un filosofo ebbe con Falaride. Egli paragonò i cattivi e i buoni modi di vivere, gli scopi, le capacità, le imperfezioni e le passioni dell'anima, rese manifesta l'onnipotenza di Dio dalle sue opere, e convinse così l'incredulo tiranno.

Egli non tacque del castigo che aspetta ai violatori della legge, e parlò molto sul giudizio divino e sulla virtù, sulle vicende della sorte e della bramosia degli uomini pel possesso e la sovranità.

Ai discorsi dei filosofi rispondeva così il tiranno geniale: «Per la signoria è come per la vita. Nessuno vorrebbe nascere se sapesse anticipatamente il martirio della vita, però appena si è nati non si vuol più morire; così nessuno vorrebbe essere tiranno, se conoscesse anticipatamente la pena che soffrono i tiranni; appena però lo si è divenuti, non si può più cessare di esserlo».

Si ricordano le parole profonde che un siracusano rivolse a Dionisio. Quando questi una volta era in dubbio se deporre la sovranità o no, uno dei suoi amici gli disse: «O Dionigi, la tirannide è una bella veste da morto!»

Il presente, così mi sembra, fa rivivere quei tempi della tirannide con un esempio visibile nel ricordo: esso mostra che la natura umana è eternamente la stessa. Quando si paragonano i due grandi periodi della tirannide, la ellenico-sicula e la medioevale, che si equivalgono, con l'apparizione della nostra giovane tirannide nei suoi intrighi e nelle sue macchinazioni, si vede che nulla è nuovo sotto il sole. È cessata solamente la vecchia libertà dei discorsi filosofici e i nostri professori di filosofia adesso non fanno che creare o combattere dei sistemi e delle chimere, che non hanno nessun potere sulla felicità dei popoli.

Una favola dice che Falaride perdette la vita per una parabola di Pitagora. Parlava una volta, il gran filosofo, alla sua presenza e a quella dei cittadini della paura degli uomini davanti ai tiranni e dimostrò come essa fosse senza fondamento con l'esempio dei colombi, che, paurosi, fuggono davanti lo sparviero e invece potrebbero metterlo in fuga se essi contro di esso coraggiosamente si volgessero.

Questo discorso infiammò un cittadino presente, che raccolse una pietra e la gittò contro il tiranno: altri seguirono il suo esempio e così Falaride rimase ucciso.

Altri raccontano che Zenone di Eleusi spingesse gli Agrigentini alla rivolta contro di lui.

Il ricordo di Falaride si è mantenuto nel mondo e così notevole sembrò quest'uomo all'antichità che gli si attribuirono centoquaranta lettere morali e filosofiche, sulla autenticità delle quali però i dotti hanno lungamente disputato.

Dopo la sua morte fu di nuovo innalzata la democrazia e a capo dello Stato subentrarono due uomini saggi, Alkmener e Alkander, sotto il potere dei quali la repubblica rifiorì e divenne così ricca, che i cittadini cominciarono a portare abiti bagnati nella porpora.

La lussuria e la loro essenza geniale e sofistica sembrano essere state principalmente causa della loro rovina.

Al tempo di Gerone di Siracusa, un uomo molto forte, Tirone, riuscì a diventare il tiranno in Agrigento. Egli si era imparentato con quel re e ambedue i capi siciliani si aiutavano nell'esecuzione dei loro progetti. Cominciò allora il periodo di fioritura della Sicilia dopo che i Cartaginesi presso Imera ebbero a soffrire una sanguinosa sconfitta nell'anno 480. Il maggior numero di prigionieri cartaginesi l'aveva fatto Agrigento, e parecchi cittadini tenevano nella loro casa 500 incatenati. Però il numero maggiore fu assegnato alla comunità, dalla quale furono obbligati a trasportare le pietre che servirono a fabbricare i tempî d'Agrigento, ed a lavorare nei canali sotterranei che il celebre Faax aveva ideati. Oltre a ciò gli Agrigentini costruirono una piscina per ingrassare dei pesci rari per le loro cene raffinate; essa offriva anche un quadro pittoresco, così dice Diodoro, perchè molti cigni vivevano nelle sue acque. Gli abitanti piantavano inoltre su tutta la loro terra la vite e molti alberi da frutta.

La signoria di Tirone fu il periodo più splendido di Agrigento. Il commercio e l'agricoltura resero assai ricca la città, che si arricchì di belle opere architettoniche, plastiche e pittoriche; feste pompose dilettavano il popolo e alla corte del mite signore si videro i sapienti e i poeti dell'Ellade: Pindaro, Bacchilide, Eschilo furono in Agrigento; quando una questione sorta fra Gerone e Tirone stava per trascinarli alla guerra, si intromise per rappacificarli il gran poeta Simonide. Pindaro inoltre compose i suoi canti olimpici di vittoria su Tirone di Agrigento che aveva vinto col suo ardire, e magnificò nei canti istmici Kenokrate Akragas come la più bella fra le città del mondo.

Tirone regnò sedici anni. Quand'egli, nell'anno 472, morì, il popolo gl'innalzò una bella tomba e gli rese gli onori degli eroi. Suo figlio Trasidaos non gli somigliò; odiato dagli abitanti, fu scacciato e più tardi giustiziato a Megara. Gli Agrigentini avevano abbattuto i tiranni e avevano dato a tutta la Sicilia il segnale della liberazione dalla tirannia.

Mentre, dunque, nelle città veniva esaltata la democrazia, Empedocle in Agrigento dava una costituzione che assegnava uguali diritti tanto all'aristocrazia, quanto al popolo.

Sembra che le basi politiche del gran filosofo fossero rappresentate dall'eguaglianza di tutte le classi di cittadini; egli però si considerò come un Dio, come vien riferito da lui stesso.

Vestiva di porpora e portava una corona d'oro sulla chioma lunga e abbondante; quando usciva lo seguivano paggi graziosamente abbigliati. Così lo descrissero gli antichi, come un eroe nel quale la natura spiegò il suo più alto valore. Empedocle fu una delle figure più fulgide nelle quali i Greci abbiano ammirato il genio; i biografi postumi gli attribuirono la più alta coscienza della divinità del genio umano.

La filosofia naturale della quale fu maestro Empedocle, non rimase astratta in lui, ma l'applicò alla vita; e fu uno dei più grandi medici dell'umanità. Egli aveva liberato i Selinuntini dalla peste, e così meravigliose apparivano le sue guarigioni, che di lui si favoleggiò che sapesse resuscitare i morti.

La medicina divenne così la scienza prediletta dei Siciliani: accanto ad Empedocle troviamo il suo amico Pausania e il suo emulo Akrone di Agrigento. Fu anche famoso più tardi, nella scienza medica Erodico, fratello di Gorgia, e al tempo di Aristotile Menecrate di Siracusa. Questi imitò la vanità di Empedocle, e di lui vengono narrate storie assai amene. Non prendeva denaro per le sue cure, ma voleva solo che i suoi pazienti si nominassero suoi schiavi. Aveva guarito, ancora, con grande arte, due ammalati; essi dovevano seguirlo ovunque, chiamandosi uno Ercole, l'altro Apollo; però egli era Giove! Una volta scrisse a Filippo di Macedonia la lettera seguente:

«Menecrate Giove a Filippo, salute!

«Tu regni in Macedonia, io regno nella Medicina. Tu puoi far morire quelli che stanno bene, io posso assicurare gl'infermi di vivere sani fino alla vecchiaia, se essi mi ubbidiscono. La tua guardia del corpo è di Macedoni, la mia di quelli che ho guarito. Poichè io, Giove, ho ridato la vita!».

Rispose il re:

«Filippo augura a Menecrate cervello sano. Ti consiglio di fare un viaggio a Anticyra».

Anche Plutarco racconta che ad una lettera di Menecrate ad Agesilao di Sparta, questi in simil guisa rispondesse:

«Il re Agesilao alla sanità di Menecrate».

Si scorge già, come alla scienza naturale, della quale la Sicilia era la patria, cominciasse ad unirsi la ciarlataneria, come alla filosofia cominciasse ad unirsi la sofistica. La Sicilia, patria dei sofisti, era anche la patria dei ciarlatani, e anche oggi questa regione è caratterizzata in diversi modi da menti sofistiche e dal ciarlatanismo, ed io credo che non perderà mai questi caratteri, essendo i prodotti della sua natura vulcanica.

Empedocle preludiava già alle storie magiche e meravigliose dei tempi seguenti. Intorno alla sua morte la leggenda futura distese una luce favolosa, come per il famoso Apollo di Tyana e per molti altri semidei e profeti cristiani. Si racconta che egli abbia richiamato in vita una donna già morta e che sia quindi andato con molti amici nella villa di Peisanax per fare dei sacrifici. Quando essi al mattino si svegliarono, si accorsero che mancava Empedocle. Se ne domandò agli schiavi, dei quali uno solo potè riferire che aveva sentito gridare nella notte da una voce soprannaturale il nome di Empedocle. Quando egli si svegliò vide una luce celeste, un chiarore di fiaccole e poi nulla più.

Così Empedocle fu subito collocato fra gli dei. Secondo un'altra leggenda, il filosofo salì sull'Etna e si precipitò nel cratere. Il monte poi rigettò una delle sue scarpe. Si dice che Empedocle abbia scelto questa morte dopo che i Selinuntini gli avevano tributato onori divini, per rafforzare in loro la credenza ch'egli fosse un dio.

Ciò non pertanto, secondo quanto dice Diogene, egli morì nel Peloponneso.

Gli Agrigentini gli eressero una statua che i Romani più tardi portarono a Roma e posero davanti la Curia.

La temperata democrazia che aveva introdotta Empedocle si mantenne a lungo in Agrigento.

Però il carattere della città aveva molte somiglianze con quello di Sibari e di Taranto.

Avversi alle imprese guerresche, gli Agrigentini si mantennero neutrali anche nelle guerre fra Siracusa ed Atene. La loro lussuria era senza limiti. Fabbricavano, dice di loro Empedocle, come se dovessero vivere in eterno, e banchettavano come se dovessero morire il giorno dopo.

In tutto il mondo fu famosa «la opulenza della mensa agrigentina». Diodoro ci informa della vita d'Agrigento poco tempo prima della distruzione di questa città, e possiamo quindi farci un concetto vivo della ricchezza e della mollezza de' suoi cittadini. Possedevano eccellentissimi cavalli, che erano rinomati in tutta l'Ellade. Non solo s'innalzavano loro dei monumenti funerari, ma perfino ai piccoli uccelli tenuti in casa da ragazze e da paggi.

Quando un Exanctos aveva vinto nella corsa dei carri, lo si conduceva in città con 300 coppie di bianchi cavalli, tutti di Agrigento.

La ricchezza dei cittadini era straordinariamente grande.

Antistene festeggiò le nozze di sua figlia dando un banchetto a tutto il popolo nelle strade; la sposa fu accompagnata da 800 carri e molti cavalieri; alla sera suo padre organizzò un'illuminazione con i mezzi possibili in quel tempo. Fece ricoprire le are di tutti i templi con della legna e in un attimo, quando sulla rocca fu acceso un fuoco, tutti quelli si accesero. Si divertivano facilmente e già fin d'allora amavano le illuminazioni, come oggi nel sud d'Italia, dove la passione per i fuochi d'artificio produce tanto stupore nella gente del Nord.

Così ricco come Antistene era Gellia. Considerava tutti gli amici come suoi ospiti. Lo stesso facevano molti altri in Agrigento; secondo un vecchio uso invitavano chiunque. Perciò dice Empedocle della sua patria: che fu «una porta sacra per gli ospiti, lungi restando la falsità».

Una volta, imperversando un temporale, vennero ad Agrigento, da Gela, 500 cavalieri. Gellia li prese tutti con sè e diede ad ognuno del suo guardaroba un doppio vestito. Nella sua cantina aveva 300 anfore di pietra, delle quali ognuna conteneva 100 barili; accanto ad esse vi era un tino della capacità di 1000 barili, dal quale il vino colava nelle anfore.

Si può arguire da ciò la magnificenza delle case e lo splendore dei banchetti. Gli uomini — dice Diodoro — si abituavano fin dall'infanzia al lusso; portavano abiti e ornamenti preziosi, amavano specialmente i pettini per la chioma e le fiale d'oro o d'argento per profumi. Molto meglio rivela la mollezza degli Agrigentini l'ordinanza emessa al tempo dell'assedio della città fatto dai Cartaginesi, la quale ordinanza prescriveva ad ogni sentinella di non portare più di un materasso, una coltre, una coperta e due origlieri.

Chi può biasimare questi uomini se, sotto un cielo bellissimo, fra le voluttuose dovizie della natura, ricchi di sapienza e di cultura, Elleni e cittadini liberi, trascorrevano in gioie la vita così fugace? Ma chi può compiangerli e meravigliarsi se questa città, la cui popolazione era di circa 800,000 uomini soggiacque in poco tempo ai Cartaginesi?

Vi sono pochi avvenimenti nella storia che dimostrano la incostanza delle cose umane in modo così schiacciante come la improvvisa caduta di Agrigento.

Dopo la sconfitta degli Ateniesi davanti Siracusa, la città di Segesta aveva chiamato in aiuto i Cartaginesi. Erano comparsi essi in grandi forze nel 409 condotti da Annibale figlio di Giskone e avevano già distrutto Selinunte e Imera.

Siracusa, che non vedeva con dispiacere la caduta di queste città, non si affrettò a salvare Agrigento e Gela, e perciò quel tempo è il più ignominioso degli Elleni di Sicilia; esso offuscò la fama dei Greci nei turpi vizi, dei quali, come in tutti gli altri popoli del Sud, maggiore fu l'ira di parte.

Nel 406 soltanto tornarono i Punici con forze novelle.

Gli Agrigentini, che avevano a temere i loro primi assalti, assoldarono lo spartano Dexippo con 1500 uomini e chiamarono pure dei mercenari campani.

Annibale e Imilcone accamparono davanti la città, ad ovest del colle di Minerva, da ogni parte e al di là dell'Akaragas; fecero costruire un baluardo, facendo distruggere all'uopo i monumenti funebri. Cadde però il fulmine sulla tomba di Tirone, la peste scoppiò nel campo e colpì lo stesso Annibale: questi cattivi presagi gettarono un panico superstizioso nell'esercito.

Imilcone proibì allora la distruzione delle tombe, offrì al Moloch, in espiazione, un ragazzo e per Poseidone fece affondare nel mare molti animali.

Mentre i Cartaginesi investivano Agrigento, i Siracusani mandavano in suo soccorso il loro generale Daphnaus con truppe.

Egli battè gli Africani che gli si fecero contro e Agrigento sarebbe stata salva se i suoi corrotti generali avessero fatto una sortita dalla città. Ma essi invece fecero il possibile perchè il nemico si mettesse in salvo nel suo campo. Il popolo sollevatosi lapidò i traditori.

Avendo Daphnaus bloccato i Cartaginesi, questi videro sorgere il pericolo di morir di fame. Però il caso li aiutò, giacchè le navi cartaginesi catturarono il carico di grano che doveva approvigionare Agrigento. I cittadini avevano usato con prodigalità dei viveri, anzitutto perchè non abituati alle privazioni e perchè poi si cullavano nell'idea della prossima fine dell'assedio.

Fu consumata presto la provvisione dei viveri. Però non questo bisogno, ma la mancanza di forza difensiva propria abbattè la città; i mercenari la tradirono.

Prima disertarono al nemico i Campani, sotto pretesto che era scaduto il loro tempo di servizio; si allontanarono poscia anche Dexippo e Daphnaus. Agli Agrigentini allora mancò l'animo. I loro capi, dopo essersi assicurati che i viveri erano finiti, comandarono al popolo di abbandonare, tutti insieme, nella notte seguente la città. Avvenne l'inaudito; così presto si scoraggiò questo popolo numeroso che esso, invece di tentare tutto il possibile, come più tardi fecero Siracusa e Cartagine, si coprì dell'onta di abbandonare al nemico la fortissima città con tutti i suoi tesori. Venuta la notte, uscì il popolo: uomini, donne, fanciulli, empiendo l'aria di grida di dolore. Tanta era la paura e così vile l'animo loro, che non si curarono dei congiunti ammalati e dei vecchi deboli.

Molti cittadini però rimasero e si diedero la morte per perire almeno nella dimora dei loro padri.

La folla del popolo si avviò verso Gela con una scorta di armati, e si videro le ragazze educate tanto mollemente, camminare a piedi.

Nella deserta città entrò Imilcone dopo 8 mesi di assedio. Quelli che vi erano rimasti, furono trucidati. Si dice che il ricco Gellia, rimasto in vita, si nascondesse nel tempio di Atena e quando vide che gli Africani non risparmiavano nemmeno gli Dei, incendiò il tempio e perì con le sacre offerte.

Il bottino d'Agrigento, che non era stata mai conquistata da nessun nemico e che, secondo l'affermazione di Diodoro, era allora la più ricca città ellenica, dovette essere stato immenso. Imilcone mandò le opere d'arte più preziose a Cartagine, che poi caddero nelle mani dei Romani. Fece quindi devastare Agrigento e bruciare i templi. Tracce d'incendio si vedono ancor oggi in parecchi architravi. E dopo che i Punici vi ebbero svernato, Imilcone distrusse completamente la città. Come racconta Diodoro, fece infrangere tutte le opere d'arte dei templi, ritenendo che il fuoco non le avesse sufficientemente annientate. La cultura subì allora una perdita inestimabile, proprio nel fiorire del tempo di Pericle; avendo inoltre molte altre guerre devastatrici funestata la Sicilia, il suolo dell'isola è rimasto assai impoverito. I popoli che distrussero la Sicilia greca, il Cartaginese e il Romano, erano egualmente barbari.

Questo terribile destino aveva colpito Agrigento nell'autunno dell'anno 406 prima della nascita di Cristo e d'allora in poi la città non si sollevò, sebbene una nuova popolazione vi si stabilisse. Corinzio la popolò con una colonia nell'anno 341, sicchè a poco a poco si rialzò. Essa persino si sollevò durante la tirannide di Agatocle di Siracusa, mentre questi era occupato nel suo strano viaggio in Africa allo scopo di assoggettarsi tutta la Sicilia. Però il piano fallì e Agrigento cadde di nuovo in potere degli Africani.

Sorse in seguito, come tiranno, Finzia, un nuovo Falaride. Gli Agrigentini lo cacciarono via e si diedero a Pirro di Epiro, la cui signoria fu però assai breve. La città divenne di nuovo cartaginese ed anzi una delle loro piazze principali, nella guerra contro i Romani; essi mantennero questa città ancora dopo la caduta di Siracusa. Nella prima guerra punica fu di nuovo in Agrigento un figlio di Annibale, Giscone con 50,000 uomini.

I consoli L. Postumio e Q. Emilio circuirono Agrigento con 100,000 uomini, dove Annibale si difendeva accanitamente. Avendo però Annibale fatto una sortita per liberarsi, ed essendo stato battuto, i Cartaginesi furono sloggiati dalla città. I Romani l'avevano assediata per 7 mesi, e quando vi entrarono, massacrarono il popolo con accanito furore e lo trattarono più iniquamente di come i Punici avevano fatto una volta. I cittadini rimasti in vita furono tutti tratti in schiavitù (262 a. C.). Non molto tempo dopo però ricadde Agrigento in potere del generale cartaginese Cartalus che fece distruggere e incendiare l'infelice città. Quando cadde Siracusa si trovavano ancora in Agrigento Epecide, Annone e Mutines contro Marcello. Mutines fu un Punico d'Ippona, che aveva spinto il grande Annibale in Italia; egli ottenne dei brillanti successi comandando la cavalleria, sì che tutta la Sicilia era piena del suo nome. Annone invidioso, gli tolse il comando e Mutines, per vendetta, cedette Agrigento ai Romani. Notte tempo aprì le porte della città al console Lavinio. Annone ed Epecide ebbero appena il tempo di salvarsi su di una barca. Coll'usata ferocia i Romani punirono Agrigento, i maggiorenti della città furono uccisi, i rimanenti furon venduti come schiavi.

D'allora la bella città di Empedocle e di Tirone si perdette nella storia.

Al tempo degli Elleni si distinse per nobili intelletti. Le diedero lustro Empedocle, Pausania, Acrone il filosofo, oratori e medici, Proto scolaro di Gorgia, Dinoloco lo scrittore di commedie, Phaas l'architetto, Metello il maestro di Platone, nella musica, Fileno lo storico e ancora nel tempo della miseria, quando Verre rubò alla decaduta Agrigento gli ultimi tesori che la grazia dello spogliatore di Cartagena gli aveva lasciati, onorò la sua patria Sofocle, difendendola davanti ai Romani contro quel ladro.

Si può supporre che Agrigento, prima delle ultime conquiste si sia limitata al Kamikus, dove sta anche oggi, da 2000 anni durevole nella miseria come nello splendore. Nell'anno 825 la presero i Saraceni, i successori dei Punici provenienti dalle stesse terre. Il loro ultimo emiro, Kamul, vi fu sconfitto nel 1106 dal conte Ruggiero. D'allora Agrigento diventò feudo di nobili famiglie cadendo sempre più in basso, arrivando ad una popolazione di soli 16,000 abitanti.

Passando sul colle di Minerva si raggiunge quella fila di templi che stanno sul confine meridionale delle mura della città. La loro vista sullo sfondo del mare Libico, quando il sole ardente illumina le loro pietre gialle e fa sfavillare le colonne potenti, è ancor oggi incantevole; e fa pensare quanto stupenda dovesse essere nell'antichità.

Il bel tempio di Giunone Lucina è il primo della serie. S'innalza su di un piccolo colle, ed è a metà distrutto; soltanto da una parte esistono ancora le sue 13 colonne doriche che sostengono l'architrave.

Sul prospetto solo due colonne stanno ancora in piedi, con un pezzo dell'architrave; alle rimanenti mancano i capitelli, o sono abbattute e spezzate. Il tempio giace sopra un alto ripiano di quattro gradini.

Era circondato da 34 colonne doriche con 20 scannellature; di esse 13 stanno ai lati e sei nel prospetto. Le colonne hanno cinque palmi di diametro e un'altezza di circa cinque metri. I loro capitelli sono scolpiti con eleganza ed armonia.

Disgraziatamente nulla è rimasto del frontone e del fregio. Nelle rovine si notano tracce d'incendio. Lo storico Fazello fu il primo che diede a questo, come agli altri templi, il nome, perchè prima si chiamava la «Torre delle pulselle».

Secondo Plinio, Zeusi dipinse per esso il celebre ritratto di Giunone e per modello gli Agrigentini misero a sua disposizione cinque delle più belle fanciulle della città. Cicerone però riporta lo stesso episodio pel quadro di Elena, nel tempio di Giunone a Crotone.

Dai gradini del tempio si abbraccia benissimo il circuito dell'antica città.

Vicino a chi guarda si ergono le mura meridionali, formate dalla rupe naturale, come si vede anche in qualche punto dell'antica Siracusa, dove l'a picco di una rupe servì di muro. Molte tombe, colombari, nicchie e sepolture rotonde si scorgono nel muro.

Anche il tempio della Concordia sorge su di una collina, in mezzo ad un pittoresco insieme di rovine e di fichi d'India. È completo fino al tetto, che manca con le due fronti e tutte le colonne. Anch'esso posa su quattro gradini ed ha 34 colonne.

Non distrutto dai Cartaginesi, ha sfidato vittoriosamente il tempo e nel medioevo, essendo stato trasformato in chiesa, se ne impedì così il suo deperimento. Quando nel secolo XV si fece della cella una cappella, si introdussero nelle pareti laterali i due archi che rimangono ancor oggi. In seguito, la chiesa fu abbandonata, e nell'anno 1748 il principe di Torremuzza restaurò il tempio. Fazello gli ha dato il nome di Concordia, con la quale non ha che fare nessuna divinità dorica. Fra tutti i templi italiani e siciliani, nessuno ha conservato la cella così intatta come questo; le scale che conducono dalla sua entrata orientale sul tetto sono rimaste intatte in ogni loro parte.

Senza dubbio è il più completo dei templi siciliani, poichè quello di Segesta rimase incompleto, non scorgendosi in esso il minimo indizio di cella. Le colonne maestose, i capitelli colossali, le belle proporzioni dell'architrave che ha preservato gli ornamenti del suo triglifo, la grandezza semplice dell'architettura, offrono il più puro godimento estetico. La costruzione dorica è certamente la più bella dell'antichità, certo non apparisce inferiore alla plastica e alla poesia, la cui forza e la cui purezza viveva nell'anima del popolo greco, che fu capace di trovare quelle semplici leggi architettoniche. Guardando un tempio dorico non si può fare a meno di ricordare in quali grandi e semplici ritmi si è sviluppata la vita dei Greci, se l'intero modo di sentire nazionale, che quel popolo espresse nel modo più originale ed evidente nell'architettura religiosa, si potè rappresentare in simil guisa.

Noi comprendiamo benissimo quest'armonia, che è così semplice come una relazione fondamentale geometrica; però ancora non possiamo afferrare l'intero senso della sua intima connessione coi costumi del popolo. Io son persuaso che il duomo cristiano di Monreale (Palermo) sia il più bel contrapposto a questo tempio della Concordia.

Se la Sicilia non avesse altro che questi due edifici, monumenti di due grandi culture, rimarrebbe sempre una terra meravigliosa. Il tempio dorico è l'effigie vivente del tenace ordinamento del mondo greco e delle sue tragiche necessità; il caso, e tutto il fantastico è escluso da questa prima forma; nessun principio pittorico predominante vi signoreggia, non v'è ancora il lusso del disegno, nè il giuoco di diverse figure.

Il terzo tempio è quello di Ercole, un tempo il primo d'Agrigento, oggi una massa gigantesca di rovine che giacciono fieramente accavallate. Una sola colonna scannellata si erge da quel caos. Si contemplano con stupore quei blocchi di pietra, quei bellissimi capitelli, le rovine dell'architrave, che hanno conservato tutti le tracce della loro coloritura purpurea, e quei pezzi di colonna scannellata che giacciono miseramente all'intorno simili a gigantesche pietre molari, sepolti per metà nel terreno e coperti da piante incolte. Questo tempio, vicino all'Olimpion, era il più grande della città e aveva fama mondiale: il suo porticato aveva 38 colonne doriche, di cui 6 sulla larghezza e 15 per la lunghezza, numerando pure le colonne degli angoli. Il loro diametro era di 8, 5, 10 palmi, la loro altezza col capitello poco più di quattro metri.