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VIRGILIO
NEL MEDIO EVO

PER

DOMENICO COMPARETTI

VOLUME I.

2ª edizione riveduta dall'autore

FIRENZE
BERNARDO SEEBER
Libraio-Editore
1896

FIRENZE-ROMA
Tipografia Fratelli Bencini
1896

ALLA MEMORIA

DI

GIANPIETRO VIEUSSEUX

VIRGILIO NEL MEDIO EVO

PREFAZIONE

Nel libro che qui pongo a luce io intendo esporre tutta intiera la storia della nominanza di cui godette Virgilio lungo i secoli del medio evo, segnarne le varie evoluzioni e peripezie, determinare la natura e le cause di queste e i rapporti che le collegano colla storia del pensiero europeo. Intraprendo adunque ciò che mai altri fin qui non intraprese, benchè il Virgilio medievale sia già stato soggetto di parecchie monografie. I piccoli scritti di SIEBENHAAR[1] e SCHWUBBE[2] non diedero che poche notizie e le più volgarmente note. Con dottrina più scelta e con qualche maggiore elevatezza parlarono di alcun lato di quella nominanza PIPER[3] e CREIZENACH[4]. MICHEL[5], GENTHE[6], MILBERG[7] vollero invero abbracciare tutto intiero questo tema, ma consecrarono ad esso lavori relativamente brevissimi, limitandosi a trattarne in modo aneddotico e senza alcuna profondità scientifica. La parte più saliente e volgarmente visibile della rinomanza medievale di Virgilio, la più attraente per la speciosità e singolarità sua era la leggenda della magia virgiliana, che molti scrittori rammentarono, dandone qualche notizia incidentemente in opere e raccolte di varia natura, dal sec. XVII in poi, non altrimenti considerandola che come una curiosità, e senza fermarsi a studiarla da vicino[8]. Per primo prese a studiarla di proposito DU MÉRIL[9] in un lavoro più notevole per ubertà e novità di notizie che per metodo e per critica. La vera e propria indagine storica su quella leggenda la intraprese per primo il ROTH[10], il cui lavoro è senza dubbio quanto di meglio e di più serio vide fin qui la luce su tal soggetto. Ma il Virgilio mago non è che un lato e una fase nella storia della rinomanza virgiliana, e mal s'intende se si studi separato dal resto, È quella una idea che parte invero dalla plebe incolta o semicolta, ma pur si diffonde nella regione letteraria e dotta, il che non avrebbe potuto avvenire se in quella non avesse trovato elementi omogenei. Di qui la divisione del mio lavoro in due parti una delle quali studia le vicissitudini del nome virgiliano nell'ambiente letterario tradizionale, per tutto il periodo anteriore al risorgimento, periodo che per noi splendidamente si chiude col Virgilio dantesco, l'altra indaga e descrive l'aspetto che prende quel nome coll'introdursi delle leggende popolari nell'ambiente nuovo dovuto allo sviluppo delle letterature volgari, indipendenti dall'arte tradizionale. Per la prima parte, che è pur la più essenziale e difficile, ho trovato il terreno quasi vergine. Solo in qualche caso ed in piccola misura ha potuto essermi di qualche utilità un lavoro di ZAPPERT[11], nella massima parte consecrato dall'autore ad illustrare, con grande ricchezza di esempi, un fatto che io ho studiato e formulato in maniera molto diversa[12]. Sensibile è stata sopratutto per me una lacuna che offre tuttora la scienza, voglio dire la mancanza di una storia ben completa e profonda degli studi classici nel medio evo. Gl'incrementi del sapere odierno hanno reso l'opera di HEEREN cosa troppo elementare; certo essa è del tutto insufficiente per chi voglia rappresentarsi alla mente l'idea che nel medio evo si ebbe dell'antichità e dei grandi scrittori antichi. Gl'illustratori di Dante che pel Virgilio della Divina Comedia avrebbero avuto occasione di studiare i caratteri della nominanza del poeta nel medio evo letterato, troppo facilmente si contentarono, per questo lato, delle notizie comuni; talchè allo studio, per più ragioni importante, di quel personaggio del divino poema, io dovetti arrivare per una via non calcata finora, quantunque essa sia, parmi, la via maestra. Mentre però io tutto questo noto, non vorrei essere frainteso. Intendo solamente dire che io non vengo qui a rifare il già fatto; lontanissima però è da me l'idea di disconoscere i meriti di coloro che in qualunque maniera mi precedettero in simile lavoro. Quantunque io abbia concepito tutta questa trattazione con un piano intieramente nuovo e mio, con idee e fatti risultantimi in grandissima parte da studi e indagini mie, pure per talune parti non poca utilità ho tratta dal materiale già raccolto ed esplorato da uomini dotti, che verranno da me nominati ognuno a suo luogo, al sapere e alle nobili fatiche de' quali non vorrei mai detrarre alcunchè della dovuta giustizia.

Ciò che rende difficile trattare con pienezza di sintesi scientifica questo tema in tutta la sua estensione, e ciò che forse impedì che così venisse trattato fin qui, è il trovarsi troppo raramente coltivati da una stessa persona gli studi delle lettere classiche e delle romantiche. Nella storia del nome medievale di Virgilio queste s'incontrano e si mescolano tanto che concepire tutta intiera quella storia e i rapporti delle varie sue parti non può chi abbia limitato i suoi studi ad una soltanto di quelle discipline. Per le tendenze mie, felici o no ch'esse siano, e l'estensione del piano de' miei studi da quelle risultante, a me è avvenuto di coltivare ed amare egualmente questi due rami di sapere, che non mi sembrano poi tanto inconciliabili quanto pare a molti tuttora. Li ho coltivati ambedue con interesse e con piacere, per l'uno e per l'altro procurando di spingermi al di là del semplice dilettantismo. Mi è sembrato adunque che questo mio non essere estraneo ad alcuna di quelle due provincie del sapere odierno potesse trovare una opportuna applicazione in un'opera di questa natura, quantunque non mi dissimulassi quanto ardua cosa essa fosse. Un primo abbozzo ne diedi già un tempo nella _Nuova Antologia_[13], nel quale la parte più considerevole non era ancora tracciata che in modo rudimentale. Tempo e lavoro si richiesero per condurre a compimento quel primo disegno dell'opera, nella forma e nelle proporzioni definitive in cui oggi questa viene dinanzi al pubblico.

Parrà strano a taluno che il mio libro dia più di quello prometta il titolo, ed invece di tenermi nei limiti del medio evo, io cominci la mia storia dal tempo stesso in cui il grande poeta viveva. Questo però io doveva necessariamente fare per rendere intelligibile e spiegabile nelle sue cause e coi suoi precedenti l'idea medievale. Perciò di quanto precede questa ho soltanto parlato nella maniera e nei limiti che un tale scopo richiedeva. Pei secoli anteriori al medio evo non ho fatto che notare e definire i primi più essenziali lineamenti della nominanza virgiliana. Più evidente e più profondo avrei potuto essere in questa parte se mi fosse stato concesso dare una più piena idea della influenza che in quei secoli vedesi esercitata da Virgilio sulla produzione letteraria; ma ciò mi avrebbe condotto a dare a questa parte del mio lavoro un'ampiezza ch'io non poteva darle in un libro di cui essa non è la ragione principale. Potrà fare ciò colla dovuta pienezza di trattazione colui che scriverà la storia dello stile e del linguaggio letterario latino nei secoli dell'impero, come pure colui che scriva la storia delle dottrine grammaticali presso i Romani; lavori questi che ancora rimangono da fare, e pei quali neppure tutto il materiale può dirsi ancora preparato ed elaborato sufficientemente.

Nell'intento di dare intorno a Virgilio nel medio evo un libro quanto più completo io potessi, ho pensato sarebbe utile, e in ogni caso comodo pel lettore, corredarlo dei principali testi di leggende virgiliane, taluno de' quali inedito, i più sparpagliati in opere e pubblicazioni diverse neppur tutte facili a trovarsi. Dar tutto sarebbe stato dar troppo. Mi son limitato ai testi più importanti per la storia di quelle leggende, desunti principalmente dalle tre letterature nelle quali queste più sono rappresentate, italiana, francese e tedesca. Avendo poi avuto occasione di rammentare, a proposito di leggende virgiliane, il libretto popolare italiano relativo al mago Pietro Barliario, ho creduto opportuno aggiungere in fondo al volume anche il testo di quel libercolo fra noi più noto alla plebe che ai dotti, e intieramente ignoto fuori d'Italia.

La perspicacia del lettore troverà facilmente, in un'opera quale questa vuol'essere, il perchè di tali capitoli ne' quali meno apertamente e meno direttamente parlasi di Virgilio. Divertire e sorprendere narrando fole antiche e fatti bizzarri non è la ragione dell'opera mia. Ciò che mi fece amare questo studio e spendervi attorno molta e lunga fatica è tutta quella parte assai considerevole della storia dello spirito umano, che si riflette nei molteplici e numerosi fenomeni che ne compongono il soggetto. I lettori vedranno se io mi sia ingannato pensando che su tal tema si potesse meditare e comporre qualche cosa di più serio ed elevato che un'opera di erudita curiosità. Nè poi io italiano ho dimenticato essere il mio argomento italiano di natura e d'interesse. Ho scritto invero con animo calmo, studiandomi di eliminare o limitare quanto potessi ogni causa subbiettiva di allucinazione. Se un qualsiasi sentimento mi avesse condotto a travedere, me ne dorrebbe; pregherei però il giudice troppo severo a cercar bene nella propria coscienza se veramente a lui si addica scagliarmi per questo la pietra.

A queste parole che io nel 1872 premetteva alla prima edizione del mio libro, poco ho da aggiungere e nulla da cambiare oggi, nel darlo a luce per la seconda volta. Accolto con favore in Italia e fuori dall'antecedente generazione di dotti e studiosi, pare ch'esso non dispiaccia neppure alla presente, dacchè con fortuna oggi rara per libri di questa natura, dopo 23 anni lo veggo pur testè tradotto in inglese[14] e ricercato ancora tanto da indurmi a ripeterne l'edizione, essendo da un pezzo esaurita e divenuta introvabile la prima. In tanto estesa, rapida e mobile attività scientifica del nostro tempo, può ben esser contento quell'autore che, ridando alle stampe la sua opera dopo sì lungo intervallo, non si senta obbligato a rifarla. Ed invero nulla di quanto in questo corso di anni fu scritto sul mio libro o sul suo soggetto, nulla di quanto si è venuto innovando negli studi a cui esso si riferisce, richiede che l'opera sia oggi rifatta anzichè ristampata.

Con pochi ritocchi adunque e poche aggiunte l'opera vien qui riprodotta inalterata, messa però al corrente tenendo conto di quante pubblicazioni venute a luce in questi anni abbian rapporto con essa, sia in generale, sia ne' particolari. Alcune notizie furono aggiunte, particolarmente alla seconda parte, ma con sobrietà e solo là dove parvemi potesser servire a far più evidente la natura, la diffusione, la sopravvivenza di talune idee e leggende, evitando di accrescere con inutile farragine erudita la mole e la pesantezza, già forse troppo grave, del libro.

Dai molti che scrissero criticamente intorno a quest'opera o trattaron del Virgilio medievale prendendola per base[15], solo poche censure furono mosse, e queste, prese da me nella dovuta considerazione, mi hanno indotto a ritoccare in alcun luogo ed accrescere di brevi aggiunte qualche capitolo (1-3) della seconda parte, senza modificare il mio pensiero, ma spiegandolo meglio dove mi parve fosse frainteso, confortandolo di nuovi argomenti dove mi parve la mia tesi fosse a torto negata. Così ho inteso soddisfare a chi ha pensato che a torto io distinguessi fra tradizione letteraria e leggenda popolare, non essendovi a suo credere leggende virgiliane che non siano di origine letteraria; e così pure a chi ha negato l'origine napoletana del Virgilio mago, cosa, anzi fatto di cui sono oggi convinto anche più di prima. Non so se a soddisfare i dissenzienti sarò per tal modo riuscito; ben mi parrà però aver molto ottenuto se, con usar tal riguardo verso le loro opinioni pur senza dividerle, io abbia, a giudizio dei più, migliorata o resa meno imperfetta quest'opera mia.

Firenze, Giugno 1895.

PARTE PRIMA

VIRGILIO

NELLA TRADIZIONE LETTERARIA FINO A DANTE

VIRGILIO

NELLA TRADIZIONE LETTERARIA FINO A DANTE

Tityrus et fruges Aeneiaque arma
legentur
Roma triumphati dum caput orbis
erit.

OVID. Am. I, 15, 25.

O anima cortese mantovana
Di cui la fama ancor nel mondo dura
E durerà quanto 'l mondo lontana.

DANTE, Inf. 2, 28.

Virgilio rappresenta come principe quella scuola di poeti che i suoi contemporanei chiamavano poeti nuovi; ed erano infatti poeti nuovi di tempi nuovi. — Era quella un'epoca in cui la novità era un fatto ed un bisogno generale nel mondo romano. Quel colosso che con tanta abnegazione avea lavorato lungamente a farsi così grande, voleva ormai godersi la propria grandezza, vivere grandemente, espandere in mille forme il sentimento di sè stesso, nobilitare e raffinare la sua vita così materiale come intellettuale. Rozza, gretta e povera pareagli l'antica vita repubblicana, degna di grande ammirazione da lontano, ma ormai non più attuabile perchè non più proporzionata al suo essere e al suo sentire. Politicamente, e in vista delle sue conseguenze, quel grande rinnovamento, quel distacco dalla severa tradizione antica può giudicarsi con rigore; certo è però che negli ordini dell'arte e del sapere quelle nuove condizioni, generatrici di nuove tendenze per gli animi e per le menti, diedero origine a grandi prodotti artistici non più uguagliati, i quali costituiscono nella storia dell'arte e del pensiero romano il culmine più eccelso. A noi qui non è concesso trattenerci a studiare l'origine la natura e le vicende della nuova scuola poetica allora sorta, le cause della sua grandezza e del suo successo, i contrasti che pur dovette sostenere con quei partigiani del passato che non possono mai mancare in epoche di rinnovamento. L'economia del nostro lavoro, quale ci viene imposta da ciò che in esso è principale argomento, ci chiama ad occuparci qui esclusivamente di Virgilio, che è il più grande poeta di quella scuola ed insieme il più grande poeta romano. Una critica della poesia virgiliana fatta di proposito non potrebbe aspettarsi da noi, che abbiamo per ufficio il dire, non ciò che Virgilio è, ma ciò ch'ei parve, non come va, ma come fu giudicato. Certamente ciò non potremmo fare con certa razionalità, se un concetto non fosse in noi del reale valore di Virgilio, ma questo non è tanto subbiettivo e nostro esclusivamente, che non ci sia lecito dispensarci dal porlo in chiaro ed in sodo dal bel principio del nostro lavoro. Sia dunque senz'altro (poichè lunga assai è la via che dobbiamo percorrere) nostro punto di partenza quello che più necessariamente si richiede pel nostro soggetto, lo studio cioè della prima impressione che fece la poesia virgiliana nel mondo romano, impressione che raggiunge il suo massimo grado col poema dell'Eneide, pel quale essa acquista il più stretto rapporto colle ragioni della rinomanza virgiliana nei secoli successivi. Difatti, quantunque la fama di Virgilio cominciasse già grande colle Bucoliche e le Georgiche, opere di grandissimo valore, la massima grandezza di quel nome riposa propriamente sull'Eneide, che è il più alto portato della poesia latina, e che fa di Virgilio, non solo il principe, ma anche il più essenzialmente nazionale dei poeti latini. A questa dunque dobbiamo noi principalmente volgere lo sguardo nella storia che ora intraprendiamo.

CAPITOLO I.

Il supremo ideale dell'epopea era per gli antichi, com'è anche per noi, l'epopea Omerica: ad essa guardava il poeta epico nel comporre, ad essa il pubblico nel giudicare di lui. Quell'ideale era tanto alto che, mentre escludeva la possibilità di raggiungerlo, anche restando inferiori si poteva pur toccare un'altezza imponente e prodigiosa. Nel giudicare Virgilio i romani corsero subito all'inevitabile confronto; distinguendo fra la potenza divina di chi creò e l'ardua e faticosa opera di chi imitava, riconobbero invero l'inferiorità del poeta loro rimpetto all'antico greco (chè le esagerazioni di certi entusiasti non si possono prendere per la regola[16]), ma videro altresì che di quanti tentativi in quel genere erano stati fatti in lingua greca e romana il più felice era il virgiliano. Questo giudizio, limitato ad un confronto assoluto ed esterno delle due poesie, era giusto senza dubbio. Ma quante volte il confronto si estendesse alla natura ed alle cause di quelle composizioni epiche, gli antichi, non conoscendo l'essere vero dell'epopea omerica come oggi noi lo conosciamo da Vico in poi, consideravano erroneamente Omero e Virgilio come due individui solo distinti per lontananza di tempi e grado di genio; talchè essi a rigore avrebbero dovuto giudicare Virgilio meno favorevolmente di quello che noi siamo oggi in grado di fare. Difatti, noi distinguiamo fra l'epopea primitiva, spontanea, d'origine non individuale ma nazionale, e la epopea imitativa e di studio, tutta opera individuale, nata in tempi di riflessione e di storia nei quali la prima diviene impossibile; come nell'una troviamo che l'epopea greca ha il primato sulla epopea di simile natura di tutti gli altri popoli, così nell'altra riconosciamo che fra i vari tentativi sia di greci, sia di latini come anche di noi stessi italiani, e di tutti gli altri popoli moderni, niun altro ha mai raggiunto quel grado di perfezione relativa che toccò l'epopea virgiliana. Nel fare questa distinzione noi collochiamo Virgilio nel suo vero posto, e se lo paragoniamo con Omero, teniamo conto dell'immenso divario che corre fra i due nella natura e nelle cause genetiche della loro poesia; noi abbiamo quindi della sua inferiorità spiegazioni o scuse che mancavano affatto ai romani. Ma se da questo lato le condizioni del sapere di quell'epoca sarebbero state sfavorevoli al poeta, o certamente men favorevoli che le presenti, gli effetti di ciò erano affatto cancellati e compensati con larga usura dall'accordo fra quella poesia e i sentimenti e i bisogni del popolo per cui era creata. Molti hanno detto già che l'epopea virgiliana solleticava la boria nazionale ed era quindi destinata a molto successo; ma questa idea ovvia e volgare, se in certo senso ha del vero, non va intesa com'essa volgarmente suona. Il popolo romano, o meglio il mondo romano, costituisce una individualità per natura, per vita, per composizione talmente eccezionale, che giudicarla colle stesse norme con cui si giudica qualunque altro popolo, è un errore. Esso è un ente storico per eccellenza; la sua vita è una espansione continua dalle minime alle più gigantesche proporzioni, nella quale egli obbedisce ad un impulso fatale, irresistibile, che comincia fin dal primo momento della sua esistenza, dal fatto politico della fondazione di Roma. Questo estremo limite dei suoi ricordi nazionali è il nucleo di un ingrandimento tanto costante, è tanto strettamente connesso colla natura della vita nazionale susseguente, che anche la favola delle origini come quella di altri fatti successivi ne acquista un carattere politico e prattico[17]. Il ricordo di un'età eroica estranea affatto all'attività politica, nella quale gli elementi nazionali rimanessero sparpagliati e non centralizzati con una mira che riguardasse tutto l'avvenire della nazione, non esiste presso i romani. La piccola gente latina, dal cui seno venne quell'embrione di grandezza, non fu certamente dimenticata; ma fra essa e Roma rimanevano ben visibili tutte le differenze che distinguono in due individualità, affini ma diverse, la madre e la sua prole.

Questo essere storico che fin dal primo momento della sua vita ebbe la coscienza di sè e della sua missione, che visse di attività storica mirando sempre ad una meta reale e determinata, che a sè stesso ed alla propria energia dovette il successo e la grandezza, doveva naturalmente trovare nella contemplazione della propria entità e della miracolosa sua vita una potente ispirazione poetica. C'era un sentimento di natura tutto speciale, che potremo chiamare storico, come quello che risultava dall'idea di una grandiosa attività storica, il quale, non ristretto nei limiti segnati dalla cerchia di una sola nazione, ma comune a genti le più diverse che Roma avea saputo, non solo sottomettersi, ma anche assimilarsi, si distingueva dal sentimento nazionale che è proprio di ogni popolo, pel suo carattere astratto ed universale, tanto che sopravvisse allo stesso dominio romano. Questo entusiasmava i dominati e i dominatori egualmente, e fra le tante espressioni di esso, che dal principio alla fine distinguono ed in gran parte anche compongono la letteratura latina, è impossibile trovare una differenza qualsivoglia fra tanti scrittori di nazione diversa, romani, greci, etruschi, galli, iberi, africani o altri[18].

Tornando dunque all'epopea, è chiaro che i romani dovevano avere una naturale tendenza all'epopea storica, ed il fatto stesso lo prova colla quantità di epopee storiche che essi ebbero da Nevio a Claudiano[19], fatto che non ha riscontro presso i greci, e per buone ragioni. Ma quel sentimento, che animava tutto il mondo romano e tanto avea bisogno di espansione, era di natura e di origine tale, che riusciva sommamente difficile trovarne l'espressione epica. Considerato nella sua causa ed astrattamente, esso è tale che s'intende come dovesse naturalmente spingere all'epopea; ma quando si cercasse per questa un subbietto in cui concretarlo e dargli una formola adeguata, subito si presentava la base storica su di cui esso riposava, e ciò a scapito; poichè il fatto storico, finchè sia presente alla mente come tale, non può in alcuna guisa servire all'epopea. Per tale scopo conviene che prima esso diventi fatto epico, è necessaria cioè una elaborazione della fantasia, non di un individuo ma della nazione, che lo tramuti in ideale poetico; opera giovanile di cui l'animo nazionale non è più capace in epoche di maturità storica. A sciogliere il difficile problema i greci non aveano fatto nulla, perchè un problema tale ad essi, popolo di natura affatto diversa, non si era mai presentato. Il più noto tentativo di epopea storica presso i greci fu, nell'epoca classica, il poema di Cherilo di Samo sulla guerra persiana, il quale, fondato su di un avvenimento che, quantunque glorioso, non figurava che come un incidente nella vita della nazione, nè rappresentava in alcuna guisa l'essenza stessa di quella, non ebbe che un successo politico momentaneo e passeggiero. L'idea nazionale greca si era già manifestata nella poesia ben più luminosamente e con forme ben più appropriate. Ma il sentimento dei romani era tanto gagliardo e potente, e la natura loro di popolo storico era tanto fortemente pronunziata che non solo le epopee storiche presso di loro furono più numerose che presso di altri, ma ebbero anche maggior successo di quello si sarebbe potuto aspettare dall'epopea storica anche la meglio concepita, quando la freddezza sua naturale non fosse stata compensata dal calore straordinariamente intenso e persistente del sentimento a cui era rivolta, e che anche l'avea suggerita. Ed infatti, cessato quello nell'epoca moderna, anche le migliori di esse sono affatto cadute a terra. Se però un certo relativo successo era possibile per quelle epopee storiche, ed anche per quelle di esse che riunivano (quelle di Ennio e di Nevio, per esempio) in uno strano connubio la favola e la storia, tanto per ragioni di forma quanto per la insufficienza poetica del soggetto, il bisogno nazionale non ne era rimasto completamente soddisfatto. Aver trovato una soluzione di questo problema difficile e complicato è appunto il merito fondamentale del mantovano, ed una causa principale di quell'entusiasmo che destò la sua epopea, e che durò in grandi proporzioni finchè rimase vivo quel sentimento di cui era la più nobile completa e fedele espressione poetica. Le mire nazionali di Virgilio come di altri poeti augustei sono sempre evidentissime, nè appariscono soltanto prodotte da impulsi istintivi e non avvertiti, come in tanti altri scrittori romani, ma sono spesso calcolate nell'intento artistico. Virgilio non volle comporre un'epopea che avesse un carattere puramente letterario o dotto, alla maniera degli alessandrini, e non iscelse quindi, come altri fece prima e dopo lui, un tema dalla ricca saga greca, quale la Piccola Iliade, la Tebaide, l'Achilleide od altro simile sprovvisto di ogni valor nazionale pei romani. Guidato da un istinto artistico maraviglioso in un epico di quel tempo, egli arrivò anche a scansare tutti quei temi storici che tanto tentavano altri poeti, ed aveano tentato alla prima anche lui, e si determinò pel solo che, fra le tradizioni allora in corso presso i romani, offrisse quel carattere eroico ideale che è indispensabilmente richiesto dall'epopea, ed insieme fosse nazionale, se non di origine, certo di significato[20]. Com'egli a ciò arrivasse per semplice sforzo di genio poetico, modificando gradatamente il concetto primordiale dell'opera sua, è cosa che si rileva da parecchi indizi con certa chiarezza, e che non può lasciare inosservata chi voglia equamente giudicare di lui. Imperocchè, per le ragioni generali che abbiamo dette, anche a lui, quando volle intraprendere la composizione di un poema nazionale, si presentò per prima l'idea di un argomento storico latino o romano. Già prima che scrivesse le Bucoliche avea pensato ad un poema sui Re di Alba; ma presto abbandonò quell'idea, come dice il biografo, «offensus materia»[21]. Più tardi, entrato già in rapporto con Augusto, si decise seriamente alla composizione di un poema, e di nuovo il soggetto che gli si affacciò primo alla mente fu di natura storica. La grandezza degli avvenimenti contemporanei, e l'amicizia del principe che tanto prevalse in quelli, lo condussero naturalmente a scegliere per tema le Gesta di Ottaviano[22]. Tale egli stesso dichiarava essere il lavoro da lui meditato, allorchè nel 29 leggeva in Atella[23] le Georgiche ad Augusto tornato d'Asia[24]. Da questo primo soggetto, a forza di modificare il piano primitivo secondo le esigenze del suo sentimento artistico, egli giunse a comporre l'Eneide nel corso di undici anni, cioè dal 29 fino alla sua morte. Nel 26 già Properzio conosceva alcune parti del lavoro e ne parlava entusiasticamente come di grande cosa che andavasi facendo, ma profondevasi più largamente nelle lodi delle Bucoliche e delle Georgiche sulle quali fin lì riposava la rinomanza del poeta. Dalle parole di Properzio, come anche da quanto scriveva Virgilio stesso in quel torno ad Augusto[25], si rileva[26] che le parti del poema allora composte appartenevano già a ciò che poi rimase l'Eneide, ma il poeta manteneva ancora il pensiero di arrivare col suo poema da Enea ad Augusto. Come oggi si vede, inoltrandosi nel suo lavoro egli con tatto felicissimo eliminò ogni idea di narrare fatti puramente storici, facendo così un poema epico-storico, ed invece diede corpo al suo disegno solo rammentando fatti e personaggi storici di volo e per via di occasioni artisticamente colte o procurate, senza che ne rimanesse menomata la natura propriamente eroica e poetica degli avvenimenti che formano il soggetto fondamentale del poema[27]. Della opportunità artistica di questo procedere si accorsero anche i critici antichi, i quali seppero pur ben definire quanto per questo lato Lucano siasi mostrato inferiore a Virgilio[28]. E così nacque l'Eneide, in un modo che agli occhi nostri mostra patentemente quanto chi la scrisse fosse nel concetto e nel sentimento della poesia superiore ai migliori poeti della sua epoca, della più splendida epoca che s'incontri nella storia dell'arte, dopo quella delle grandi creazioni greche.

La critica moderna ha potuto ragionevolmente distruggere certe vecchie idee sul valore storico della saga di Enea, e sulla provenienza di essa[29]; le sue negazioni non potranno mai estendersi a questo fatto indiscutibile, che questa saga già fin dal tempo della prima guerra punica la troviamo in corso fra i romani, e che resa popolare dai poeti, dagli storici, dal teatro, dalle arti plastiche, dal culto e dagli atti stessi dello stato, ai tempi di Virgilio essa aveva acquistato il valore di una saga nazionale estremamente simpatica a tutti gli uomini di cultura romana e del tutto armonizzante colla poesia propria del sentimento romano[30]. Certo se si fosse trattato di comporre un'epopea che fosse in tutto dell'indole dell'epopea omerica, a ciò si sarebbe prestata assai male anche quella saga per gli elementi e caratteri eterogenei che racchiudeva; ma ciò che doveva esprimere l'epopea virgiliana era ben diverso di natura da quanto avea espresso l'epopea omerica, e rimpetto a questo scopo i difetti del tema, pur rimanendo, erano assai meno sensibili. Omero si muove in un'atmosfera tutta ideale; egli non può mai volgere lo sguardo alla storia, che nascerà soltanto più secoli dopo di lui; i limiti e le proporzioni reali dell'essere umano e della sua attività sono tanto lontani dalla sua mente nell'opera poetica, che ben di rado, e solo come termine di paragone, richiama la povera mole dell'uomo vero e proprio (οἷοι νῦν βροτοί εἰσιν); figlio di una età senza storia, egli è l'interprete di una idealità nazionale che è già esclusivamente poetica di per sè stessa. Il poeta latino invece vivendo nella più alta fase dello sviluppo storico della nazione, doveva, tenendosi nell'ambiente ideale voluto dall'epopea, mirare pur costantemente alla storia nella quale avea le sue radici quell'universale sentimento che allora raggiungeva la sua massima intensità, più che mai bisognoso di grandiose espansioni[31]. Conscio di questo suo ufficio ed assistito nel compierlo da una genialità tutta sua propria[32], egli coordinò il suo poema, nel soggetto e nella trattazione, così strettamente colla storia romana, ch'esso può dirsi una preparazione a quella ed insieme un riassunto poetico dell'impressione ch'essa lasciava nell'animo di quanti la contemplavano[33]. Come accade sempre quando si trova la formula lungamente desiderata che esprima intieramente ciò che è nell'animo di tutti, il poema fu accolto con uno scoppio di generale entusiasmo in tutto il mondo romano.

È mirabile vedere con quanto interesse tutti gli uomini colti s'informassero dei progressi di quella grande composizione, e quanto forti, visibili influenze essa esercitasse, fin dal suo nascere sulle lettere latine. Mentre il poeta l'andava componendo, Augusto, Mecenate e tutta la schiera di amici, cortigiani, dilettanti, poeti, retori che li attorniava, erano più o meno al corrente del lavoro, di cui varie parti venivano dall'autore grado grado recitate in quei circoli. Quando Virgilio morì, non altra pubblicità che questa aveva avuto il poema, di cui niuna parte era stata condotta a quel grado di perfezione che meditava il poeta; ma un vasto pubblico ne conosceva l'esistenza e, per l'incontro avuto dai saggi recitati agli amici, grandissima era l'aspettazione. La pubblicazione ebbe luogo per opera dei due amici di Virgilio, legatari dei suoi scritti, Tucca e Vario, ai quali Augusto impose quell'incarico delicato. Quanto tempo impiegassero nel preparare quella pubblicazione non sappiamo, ma certamente dovette essere assai breve[34]. L'impressione fu profonda e universalmente vivissima. In quel poema, che divenne il primo titolo della nominanza dell'autore, tutti riconobbero la più grande opera della poesia latina[35], e per esso divenne Virgilio pei romani, come poi lo chiamava Velleio, il «principe dei carmi»[36]. Lo studio di Virgilio e della sua fraseologia si riconosce già nel suo grande contemporaneo Tito Livio, nel quale trovansi chiare reminiscenze anche di frasi dell'Eneide[37]. Ricco di tali reminiscenze mostrasi poi singolarmente Ovidio[38] che avea 24 anni quando morì il grande poeta, da lui però conosciuto soltanto di vista[39]. E deve notarsi che per Livio e per Ovidio ciò non si può certamente ripetere dall'uso fatto di Virgilio nella scuola, come poi accade per tanti altri poeti e prosatori latini. Dai ricordi di Seneca il vecchio[40] rileviamo pur chiaramente che nel primo decennio dopo la morte del poeta l'Eneide era conosciutissima e si citavano versi di essa come volgarmente noti. Singolarmente attraente per una certa parte del pubblico riusciva la patetica poesia delle avventure di Didone[41], che più tardi strappava le lagrime ad Agostino[42], e che troveremo sempre fra le parti del poema più ammirate nei secoli seguenti.

Una critica affettatamente severa, schifiltosa, paradossale e pregiudicata può dir quel che vuole su questo grande poeta come su tanti altri grandi scrittori latini. Se essa erra, il danno è tutto suo. La scienza potrà difficilmente perdonare gli eccessi di certe reazioni intellettuali, comunque queste possano essere feconde di progresso. L'opera di Virgilio, considerata, com'è dovere, nell'ordine suo e nelle sue ragioni storiche è e riman sempre un grande monumento che non ebbe l'eguale nè prima nè poi; legittimo è il fascino che per tanti secoli esercitò su tutti gli spiriti colti, dagl'infimi ai più grandi. Imitatore è Virgilio solo negli accessori ed anche come tale è grandissimo; lo è perchè doveva esserlo, nè v'era potenza di genio che a tal condizione potesse allora sottrarsi; una emancipazione totale dell'arte da quanto imponevano le ancor vivissime creazioni greche, era cosa che niuno desiderava, niuno voleva, e sarebbe stata accolta con indignazione come una anormalità mostruosa ed inintelligibile. Le vie del genio non possono essere sempre libere in qualunque momento e condizione dello spirito umano. Non per questo però esso si fa men manifesto a chi non si veli gli occhi per non vederlo; nè è lecito disconoscerlo e denigrarlo, dandogli sprezzantemente, come si è fatto per Virgilio, il nome di virtuosità. Per la natura, gli elementi, lo scopo affatto speciali dell'opera sua, Virgilio lavorò in un ordine di produzione tanto diverso da quello della poesia omerica e dell'epica greca in generale[43], che la sua opera, proporzionata com'è all'intento, costituisce una vera creazione. Una dose di ellenismo c'era nel pensiero romano, c'era quindi anche nel poeta, e sarebbe stato infedele se non l'avesse rappresentata nel suo poema; ma il primo più profondo carattere di Virgilio sta nell'esser egli, come con giusta intelligenza lo chiama Petronio essenzialmente Romano[44].

CAPITOLO II.

A quei risultati però non si poteva arrivare per semplice genialità naturale, chè questa sola non bastava nelle condizioni d'allora, come non basta mai a produrre grandi opere d'arte in epoche di grande cultura. Tanto la natura sua stessa e delle sue cause, quanto anche l'influenza dei greci contemporanei, davano alla poesia augustea, come in generale alla più gran parte della poesia romana, un carattere essenzialmente dotto. Molti studi filologici ed eruditi erano indispensabili al poeta per raggiungere una forma d'arte che stesse in armonia colle condizioni della cultura generale. L'indirizzo della poesia greca di quel tempo, dominata dagli alessandrini, era talmente dotto, che nè la lingua della poesia era cosa vivente, nè la poesia stessa era destinata ad esser patrimonio d'altri che di dotti. Se v'ha fatto che metta in rilievo quel tanto di genialità poetica che ebbero pure i romani, tale è senza dubbio il confronto fra essi e i greci nell'uso degli esemplari antichi. Da Alessandro in poi la decadenza della poesia greca è tale, che chi ne studia la storia, se vuol riempire la vasta lacuna che gli si fa dinanzi, conviene si rivolga ai latini, presso i quali soltanto trova una continuazione di quell'indirizzo e di quella produttività.

La dottrina e lo studio, non solo dei prodotti greci, ma anche degli antecedenti prodotti romani, non impedisce ai più eletti poeti latini di trasfondere nell'opera loro quella vera poesia e quel carattere nazionale di cui gli alessandrini sono affatto privi. Non iscrivono per una stretta cerchia di dotti, ma per un pubblico vastissimo di cui l'educazione è tale che nel poeta richiede ed apprezza anche il retore, il grammatico e l'erudito. In queste doti, essenzialissime in un poeta romano, niuno raggiunse Virgilio, il quale oltre ai molti delicati studi di arte, molto studiò pure la lingua nella sua natura presente, e nei suoi antecedenti letterari, per piegarla alla maggior possibile perfezione e farla organo adequato dei suoi concetti artistici; molto pure studiò, in libri e con viaggi, e località e miti e antichi usi e quante simili cose di fatto si connettevano col suo poema[45]. Egli ebbe il segreto di adoperare soltanto come mezzo, senza mai ostentarla, questa molta dottrina, e di non subordinare ad essa la poesia. Gli antichi di questo ben si avvidero[46], talchè egli riuscì a due intenti non sempre identici, quello di piacere ai dotti di professione ed a tutti gli altri ad un tempo. Le doti mirabili della poesia virgiliana nell'uso e nella creazione del linguaggio poetico, e nella struttura del metro, la minutezza delle ricerche erudite da lui fatte per dare al suo poema il colorito più fedele, sono cose tanto vere, che la più severa e maldisposta critica odierna ha pur dovuto in questo confermare gli elogi prodigati al poeta dagli antichi[47].

I bisogni e il carattere del pensiero romano erano tali, che l'impressione prodotta dalle caratteristiche più estrinseche e meccaniche del poema fu profondissima. Essa sopravvisse e dominò in tutte le variazioni che subì il concetto del poeta, e rimase, comunque contorta e deturpata, pur vivissima per tutta la tradizione letteraria del medio evo latino. La perfezione della lingua era pei romani di tanta importanza in un'opera d'arte, che si può dire fosse la principal cosa a cui si guardava nel giudicarne, ed essa sola tenesse luogo di molti altri meriti. Ed invero le condizioni degli scrittori romani erano per questo lato assai diverse da quelle dei greci, presso i quali le forme dell'arte, svoltesi per un moto naturale e spontaneo del pensiero nazionale, furono assecondate da un corrispondente svolgimento del linguaggio spontaneo e naturale, talchè i poeti questo piegavano e traevano facilmente ai loro intenti, senza bisogno di uno studio grammaticale e filologico. Il processo per cui si è svolta la letteratura romana è ben lontano da tanta naturalezza. Ridurre una lingua rozza aspra ed incolta a servire di organo a forme letterarie d'origine non nazionale e quasi repentinamente accettate dal di fuori, era cosa di grandissima difficoltà, colla quale ebbero a lottare i più antichi autori latini; ed essa costituisce la più forte loro preoccupazione[48]. Da questo aspetto può dirsi che da Livio Andronico a Cicerone e a Virgilio, la letteratura romana non sia che una serie di tentativi coi quali si cerca continuamente di piegare la lingua alle esigenze estetiche imposte al pensiero ed al gusto dalla influenza greca[49]. Così presso i latini, contrariamente a quanto avvenne fra i greci, per questa condizione di cose ed anche pel contenuto materiale della influente cultura greca, la ricerca grammaticale esiste già e domina, presso a poco, in ogni scrittore, assai prima che lo sviluppo completo della letteratura abbia avuto luogo, ed il pensiero nazionale siasi acquetato nel trovamento di forme che lo esprimano adequatamente. A questo ultimo risultato giungono Cicerone nella prosa e Virgilio nella poesia. L'uno e l'altro hanno tanto bene e tanto giustamente soddisfatto a quell'ideale di perfetto linguaggio, a quel bisogno di proprietà di finezza e d'armonia, che con essi la meta è raggiunta, ed ogni ulteriore tentativo non riesce che a male. Questo merito loro, certamente altissimo, fu il principale ad essere veduto dagli antichi, e fu senza dubbio in tanta intensità e universalità delle esigenze a cui soddisfaceva, una principalissima causa della loro rinomanza. L'efficacia così dell'oratore come del poeta era tanto dipendente da un merito di questa natura, che raggiungendosi per esso lo scopo, esso poteva servire anche a misurare l'oratore come oratore, il poeta come poeta.

Invero questo prevalere dell'importanza di una qualità formale sopra le altre nella pubblica estimazione, al punto da esagerare anche queste in grazia sua, od anche da tenerne luogo, non è certamente ciò che ci vuole per giudicare giustamente il valore artistico di uno scrittore. Senza soscrivere al giudizio troppo aspro di Mommsen sul merito di Cicerone come oratore, è indubitato che la grande rinomanza, anche oratoria, di questo scrittore è in grandissima parte un effetto del suo alto valore come scrittore latino, piuttostochè del vero suo merito oratorio[50]. Per questa maniera di giudizio Terenzio fino all'ultimo medio evo ebbe più voga di Plauto, quantunque inferiore ad esso in qualità di comico[51]. Se però il giudizio degli antichi su Cicerone fu fuorviato dalla loro predilezione per le qualità della lingua, talchè gli assegnassero un posto diverso da quello che in realtà gli compete nella storia dell'eloquenza, certo il giudizio loro su Cicerone si teneva in una sfera più prossima alla vera e più di loro competenza, che non quello su Virgilio; chè realmente gli usi prattici dell'arte oratoria, e la vita repubblicana, avean reso i Romani più competenti giudici d'oratori che di poeti; i quali meno che i primi avevano nella vita e nell'indole nazionale romana la prima causa dell'esser loro. Perciò è da notarsi che dei giudizi su Cicerone di un carattere generale, nei quali egli è, comunque, giudicato in qualità d'oratore, è definita la sua arte tanto in sè quanto in rapporto cogli altri oratori greci e latini, se ne trovano; su Virgilio invece un giudizio che lo definisca, non dico giustamente, ma completamente nella sua qualità di poeta, non lo troviamo. Molti scrissero su di lui, quanti su niun altro scrittore latino. Lo stesso entusiasmo che destò la sua opera, non solo appena fu pubblicata, ma anche mentre il poeta la componeva e non se ne conosceva che qualche libro o qualche saggio, provocò degli scritti e delle critiche assai[52]. Contro le buffonerie e le smodatezze di alcuni, piuttosto nemici che critici, stanno le numerose espressioni di ammirazione entusiastica, che senza dubbio fedelmente rappresentano il grado e la natura dell'impressione generale. Ma l'entusiasmo e il sarcasmo non sono la critica. Fino a qual punto gli scritti relativi a Virgilio di molti grammatici suoi contemporanei o del primo secolo dell'impero fossero di carattere estetico, e si occupassero di ciò che oggi dicesi l'alta critica, è difficile giudicare dalle notizie che ci rimangono; ma è chiaro che, se l'arte virgiliana avesse in quelle trovato una notevole e sufficiente definizione generale, la tradizione grammaticale a noi nota, che è tutta piena del nome del poeta, l'avrebbe pur conservata. Invece il meglio che questa ci conserva si riduce ad una osservazione di Domizio Afro, insufficiente quantunque giusta, la quale segna affatto esternamente il posto che compete a Virgilio in quella gerarchia di poeti di cui Omero è sovrano[53]. E del resto, come abbiamo veduto, solo esternamente potevano giudicare gli antichi con giustizia il rapporto fra la poesia omerica e la virgiliana. Dei giudizi dei contemporanei, uno solo ne vien riferito[54] che, quantunque espresso con parole maligne, definisce con qualche verità una caratteristica generale dell'arte virgiliana; ma esso considera il poeta unicamente dall'aspetto retorico, e potrebbe essere applicato anche ad un oratore[55]. Coloro poi che facevano un rimprovero a Virgilio del grande uso ch'egli ha fatto d'Omero, evidentemente erano animati da un sentimento d'inimicizia, poichè dimenticavano l'uso simile di tanti altri illustri poeti anteriori[56], così romani come greci, ed inoltre (come lo stesso Virgilio a ciò soleva rispondere)[57], non pensavano alla grande difficoltà di farlo convenientemente. L'uso assai libero che Virgilio ha fatto dei poeti anteriori, così greci come romani, aveva la sua giustificazione, o meglio la sua naturale ragione di essere in un modo di vedere ed in una tradizione fra gli antichi comune e regolare; il fargliene un addebito era cosa assai più evidentemente ingiusta ed odiosa allora, di quello possa parere oggi a noi che abbiamo su tali fatti idee molto diverse[58].

Generalmente la critica di quei grammatici si attiene ai particolari; giudica di parole, di forme, di struttura metrica, discute certe parti dell'organismo della narrazione, notando qualche inconseguenza, qualche contradizione, si trattiene in questioni di erudizione. Scarse, e sempre relative a luoghi particolari, sono le osservazioni di stile; per lo più si riducono a confronti; là è una immagine che Virgilio ha trattato meglio o peggio di Omero, qua una descrizione in cui è stato superato da Pindaro. Nell'assieme di tutte le osservazioni che ci rimangono[59] si scorge una certa libertà e indipendenza di giudizio, per la quale, quantunque considerato come altissima autorità nel campo grammaticale retorico ed erudito, Virgilio non è in questa prima epoca dai grammatici dotti ed assennati ammirato ciecamente; molti nei sono riconosciuti in esso e messi in evidenza, e li ammetteva in certa misura lo stesso Asconio Pediano nel libro che scrisse contro i detrattori del poeta. Ma quei detrattori che erano animati, nel criticare, da sentimenti nemici al poeta, durarono poco, e non si trovano che fra i suoi contemporanei. Le osservazioni critiche di Igino, di Probo, ed anche quelle più aspre e più numerose, ma meno giuste, di Anneo Cornuto[60] non ledevano in alcuna maniera il nome di Virgilio. Eran considerate come macchie inevitabili che si trovano in ogni opera umana, e che si notavano anche nello stesso Omero; generalmente si era convinti che il grande poeta le avrebbe tolte via, se la morte non gli avesse impedito di compiere l'opera sua. Taluno arrivava ad attribuirgli l'intenzione di mettere alla prova, introducendo certe difficoltà nelle sue poesie, il sapere e l'acume dei grammatici[61].

Così della poesia virgiliana già in questa prima epoca si sentiva più di quello si definisse. Come organo il più fedele del sentimento nazionale, come prodotto artistico in ogni parte finamente armonizzato col gusto le tendenze la coltura i bisogni dello spirito pubblico, essa esercita un prestigio immenso e ben giustificato, dinanzi a cui il nome stesso del grande oratore romano impallidisce e diviene troppo unilaterale. Ma allorchè da quella impressione vogliono risalire alle cause e ad una analisi dell'opera virgiliana, si arrestano ad una parte di essa puramente esterna e formale, tanto perchè l'indirizzo generale dello studio d'allora a questa parte sopratutto rivolgeva le menti, quanto perchè la teoria letteraria d'allora non poteva guidare a veder bene addentro nella vera natura dell'epopea. Quest'abitudine nella critica turbò non poco, come abbiamo notato, anche il concetto dell'eloquenza ciceroniana, quantunque l'oratoria fosse assai di competenza romana, e quantunque nel paragone fra Cicerone e Demostene si stesse su di un terreno assai più solido che in quello fra Virgilio ed Omero. Quanto a Virgilio, quella specie di critica ristringeva il valore del poeta in un campo troppo angusto per tanto nome, e per la qualità e la universalità dell'entusiasmo che avea destato. Il valore poetico e nazionale di questo nome, quella parte cioè che generalmente sentita pur non capiva in quel campo ristretto ed incapace di farla vedere nella sua vera e complessa natura, serviva come di lievito ad accrescere le proporzioni della parte che restava definita, dei meriti dotti, spingendo ad esagerarla. La idea della sapienza universale del poeta non si scorge ancora, ma c'è già quella di una sua universalità letteraria per la quale esso regna nella poesia e nella prosa, nella grammatica e nella retorica, ossia negli elementi primi e caratteristici della cultura del tempo; ognuno è prono a trascendere parlando di lui, esagerando più o meno il numero e la varietà dei suoi meriti; nè certamente Marziale esprimeva una idea esclusivamente sua, quando diceva che, se Virgilio avesse voluto provarsi nella lirica e nel dramma, avrebbe superato di leggieri i più grandi lirici e tragici[62]. Fin dal principio adunque si trovano nella nominanza del poeta i segni e le cause di un traviamento di cui vedremo poi le fasi e le proporzioni ulteriori.

CAPITOLO III.

Virgilio è del piccolo numero dei poeti fortunati sott'ogni aspetto. Ammirato per le rare doti del suo ingegno non solo, ma per quelle dell'animo eziandio che rendevanlo uno degli uomini più simpatici del suo tempo[63], quanti furono buoni poeti suoi contemporanei non dubitarono di riconoscere la sua superiorità, e tutti a gara e con parole di entusiasmo gli fecero onore, come scorgiamo da quei che ci rimangono. Non mancarono a lui nemici, chè al genio non mancano mai: ma glieli fece facilmente dimenticare la stima dei grandi d'ogni specie e del popolo romano che, udendo i suoi versi in teatro, unanime sorse in piedi, ed al poeta a caso presente fece segno di rispetto, come solea fare collo stesso Augusto[64]. Egli certamente da quanto ottenne coll'opera sua in vita, dovette argomentare della durevolezza e della immortalità del suo nome.

I segni della popolarità del poeta si ritrovano in ogni sfera. Nell'alta società, che per moda amava darsi l'aria di letterata, la donna saccente, descritta da Giovenale, (secondo lo scoliasta sarebbe Statilia Messalina moglie di Nerone), in mezzo ad un circolo di grammatici e di retori, trattava con molto sussiego e gran profluvio di parole le questioni letterarie più in voga; parlava di Didone; pesava e confrontava il valore di Virgilio e di Omero[65]. Polibio liberto di Claudio, cortigiano molto influente, e dilettante di lettere, assai probabilmente del calibro del suo padrone, intraprendeva una parafrasi latina di Omero ed una greca di Virgilio, ed a lui Seneca, nello scritto che gli ha dedicato, profondeva per tale suo lavoro[66] elogi tanto sinceri quanto gl'incensi che nello stesso scritto profonde al di lui signore, futuro eroe dell'Apokolokyntosis. Anche il teatro era un campo di ogni grande popolarità, nel quale trionfava il poeta. Non solo ivi già mentr'egli era vivo e per più secoli dopo la sua morte furono recitati i suoi versi[67], ma anche da questi si trassero speciali rappresentazioni. Nerone, minacciato da ogni parte, vedendo approssimare la fine, fece voto, se scampava, di rappresentare egli stesso una composizione pantomimica intitolata il Turno, desunta dall'Eneide[68]. Era poi una finezza di moda avere nei ricchi banchetti, fra gli altri divertimenti, anche recitazioni di versi omerici e virgiliani. Così anche alla mensa goffamente lauta di Trimalcione vediamo figurare gli Omeristi, e recitato con istrazio crudele da un servo il quinto dell'Eneide[69]. Fra i donativi (Xenia) che l'uso richiedeva si facessero in certe circostanze, erano anche taluni dei libri più in voga; fra questi qualcuna delle poesie minori, od anche tutte le opere di Omero e di Virgilio, scritte elegantemente in piccolo volume, e talvolta anche ornate del ritratto del poeta[70].

Nè il nome di Virgilio e dei poeti della nuova scuola rimase limitato alla sola Roma, ma corse in un attimo per le provincie. Fra le numerose iscrizioni che si veggono tuttora graffite sui muri in Pompei, alcune ci presentano versi di Ovidio e di Properzio, ma più assai di Virgilio[71]. Una di queste ci offre il verso 70 dell'8.ª egloga:

CARMINIBUS CIRCE SOCIOS MUTAVIT ULYXIS;
un'altra:

RUSTICUS EST CORYDON;[72]

un'altra, che fa una mesta impressione nella città rovinata e deserta:

CONTICUERE OM[NES].

Queste iscrizioni probabilmente sono dovute a scolari, come ad essi probabilmente si debbono gli alfabeti o le parti di alfabeto che trovansi segnate sul muro in parecchi luoghi di Pompei[73]. Quando accadde la catastrofe di Pompei, nel 79 dell'era volgare, Virgilio era morto da 98 anni, ma quantunque senza dubbio la maggior parte delle iscrizioni graffite pompeiane debba collocarsi nell'intervallo fra l'ultima catastrofe e quella che la precedette sedici anni prima, molte sono certamente assai più antiche; una ve n'è che appartiene di sicuro al 79 prima di Cristo, ed anche uno degli alfabeti pare debba ascriversi al tempo della repubblica[74]. Il nome di Virgilio nella Campania, suo soggiorno prediletto, fu grande già mentre visse, e la sua sepoltura a Napoli lo localizzò in quella regione in un modo tutto particolare. Niente impedisce adunque di credere che sui muri di Pompei possano essere stati graffiti questi versi virgiliani che vi si leggono tuttora, in epoca molto vicina alla vita del poeta e forse anche mentr'egli ancora viveva. E quel «Rusticus est Corydon» ed il «Conticuere omnes» non sono tuttora due dei luoghi virgiliani più volgarmente conosciuti e rammentati da quanti hanno frequentato le scuole? Nè soltanto i graffiti pompeiani offrono prova della popolarità di Virgilio; anche fra le epigrafi propriamente dette s'incontrano, colla più singolar varietà di oggetti, versi del poeta; se ne son trovati su di un cucchiaio di argento, su di un tegolo, in un bassorilievo che rappresenta una venditrice di selvaggina, ed in iscrizioni funebri[75].

Ma il più notevole trionfo di Virgilio e degli altri poeti augustei fu propriamente quello che ottennero nell'insegnamento. Riempito per opera loro il vuoto che già da tempo si faceva sentire nelle lettere latine, sarebbe stata cosa pazza seguitare nelle scuole la vecchia tradizione, e non profittare del nuovo e vitale alimento che si offriva agli studi. Assai più che certe riforme augustee, dava occasione ad un incremento degli studi grammaticali come professione speciale, lo sviluppo a cui la lingua letteraria era arrivata, e il grado di perfezione che avea raggiunto con Cicerone e Virgilio. Appena poste in luce le nuove poesie, furonvi grammatici che se ne giovarono nell'insegnamento, e primo tra questi si crede fosse un Q. Cecilio Epirota, liberto di Attico, il quale, secondo dice Svetonio, per primo nelle sue lezioni elementari fece esercitare i giovanetti nella lettura di Virgilio e degli altri poeti nuovi[76]. È difficile oggi per chi non abbia fatto uno studio speciale sulle condizioni della coltura e degli studi in quell'epoca, figurarsi esattamente quanto grande fosse la potenza e l'influenza dei grammatici nel formare e promuovere le rinomanze letterarie. In quella febbre di produzione letteraria, non soltanto provocata dai gusti di un principe, ma resa di moda anche dalla eleganza dei tempi, per cui fin Trimalcione si atteggiava a letterato, i mezzi d'ottenere pubblicità e favore erano cercati avidamente; come nelle recitationes molti pagavano chi li applaudisse[77], altri ricorrevano ad ogni basso mezzo per ottenere l'accesso nelle scuole dei grammatici, e vedere così i poveri prodotti della loro musa quasi consecrati dall'insegnamento. Il disprezzo con cui Orazio parla di queste arti mostra quanto fossero adoperate[78]. Certo è che l'onore d'essere letti nelle scuole meritava la pena di occuparsene, ed era cosa di conseguenza, anche per noi tardi posteri; poichè i grammatici fecero la scelta di quel tal canone di poeti che per la via delle scuole, e non per altra, è giunto fino a noi. Molti scritti che sono andati perduti nol sarebbero se avessero avuto la fortuna di essere adoperati dai maestri come libri di testo; così pure molti altri furono conservati che non avrebbero meritato un tale onore. Finchè un certo buon gusto dominò fra coloro, principalissimo regnò nelle scuole Virgilio, ed insieme con esso Terenzio ed Orazio, nè mancò chi esponesse Ovidio, Catullo e gli altri che ci rimangono del buon tempo. Più tardi, quando la retorica ebbe più profondamente invaso il campo della poesia, si credettero degni di servir come testi Lucano, Giovenale, Stazio ed altri, ai quali il confronto coi primi riesce invero assai svantaggioso. Questi primi seguitarono però sempre ad essere letti e studiati insieme coi nuovi; e sopra tutti ed invariabilmente Virgilio, col quale e con Omero (finchè gli studi greci seguitarono a fiorire) soleva aprirsi il corso[79].

Durante tutto il primo secolo dell'impero e parte del secondo lo studio grammaticale prende un forte sviluppo e domina tutto il campo letterario, dando luogo per parte di uomini speciali ad opere dotte ed importanti, che saranno poi espilate dai grammatici dei tempi posteriori. Il procedere di coloro era modellato fino ad un certo punto sugli studi grammaticali dei greci. Però, benchè per illustrare Virgilio da essi molto si facesse di quanto si era fatto per illustrare Omero, l'uso ch'essi fecero di Virgilio come autorità grammaticale doveva essere naturalmente ben diverso dall'uso che i greci fecero in ciò di Omero. Anche in questo, come nelle cause fondamentali, la nominanza di Virgilio differisce profondamente da quella di Omero, colla quale pure esternamente ha tanti punti di contatto. Omero era stato molto studiato ed illustrato dagli alessandrini, ma la sua lingua e le sue forme non aveano allora che un valore storico, e quantunque potessero ancora essere e fossero adoperate in certe poesie di ragione intieramente artificiale ed academica, non avrebbero certamente potuto servire di base ad una teoria grammaticale destinata a governare l'uso generale degli scrittori. Virgilio invece, il più alto e definitivo portato dello sviluppo letterario latino, era e doveva essere la base e l'autorità più solenne[80] di ogni dottrina e di ogni studio grammaticale. Esso è infatti come la stella polare di ogni grammatico e nello studio di esso si approfonda chiunque si destina a quella professione[81]. Indubitatamente non vi fu altro scrittore latino sul quale tanti grammatici scrivessero quanto su Virgilio, non uno che servisse alla composizione di opere grammaticali tanto quant'egli.