SCRITTI POLITICI
DI
TERENZIO MAMIANI.
EDIZIONE ORDINATA DALL'AUTORE.
FIRENZE.
FELICE LE MONNIER.
1853.
AVVERTIMENTO DELL'EDITORE.
Un obbligo mi corre di delicata onestà nel dar fuori questo primo Volume delle Opere dell'egregio Terenzio Mamiani: ed è, che questo aver dato principio alla collezione di esse dagli Scritti politici, è avvenuto contro il primo concetto formatosi e contro la prima intenzione a me dichiarata dal medesimo Autore. Non già ch'egli provasse pentimento nè alcuna vergogna delle opinioni che, secondo coscienza, aveva in quelli espresse o propugnate: ma pareva a lui, che quegli articoli ed opuscoli, la maggior parte improvvisati nei tumultuosi tempi che corsero in ispecie dal 1847 al 49, non fossero per la lor forma tali, di che la comune patria potesse in qualche modo onorarsi, nè procederne verace incremento alla fama che il dettatore di essi erasi con le altre sue produzioni meritata. Ed a me, d'altra parte, era avviso che quelle scritture già sparse dovessero e insieme raccogliersi e riprodursi prima che maggiormente invecchiassero (per così parlare) le questioni che in quelle si agitano; ed anche perchè dal loro avvicinamento venisse più compiuta e la generale idea di esse, e più sicuro il giudizio che il pubblico avrebbe dovuto pronunziarne. Sicchè, quando mi vidi al fine compiaciuto del grazioso assentimento di lui a questo mio desiderio, mi sentii pure compreso da un doppio affetto di gratitudine, parendomi che alla già usata cortesia di permettermi la ristampa delle sue Opere, egli avesse come posto il colmo col farmi sagrifizio di quella sua particolare opinione.
Comechessia, essendomi venuto a notizia che il signor Mamiani non ha interamente deposto gli scrupoli a cui qui dianzi accennavasi; nè potendosi ormai soprattenere il divulgamento di questo Volume, ch'è già in procinto di spedizione e da assaissimi richiesto; ho stimato dicevol consiglio, a far piena fede dell'animo di lui, il produrre alcuni brani di una lettera ch'egli scrive intorno a ciò ad un suo quasi conterraneo ed amico. «Temo e dubito forte di avere errato a cedere alle iterate e cortesissime istanze del signor Felice Le Monnier. Sónomi avveduto, rileggendo quelle mie povere filastrocche sbalzate fuori dall'occasione e dalla necessità, che io m'illudeva a sperare ch'elle facessero cenno a quella forma speciale di perfezione che l'Italia domanda oggi a' suoi scrittori politici.» — «I tempi non concedevano (ad Ugo Foscolo) di usare uno stile corretto e purgato; ma il vigore, l'affetto e la veemenza non possono venir superati. Io, invece, avevo dai tempi facoltà e modo di scrivere con rigor di grammatica e proprietà esatta di voci e di frasi..... Ma nemmeno questo pregio ò saputo ben conseguire, e m'accorgo di avere inciampato troppo spesso in neologismi, e adoperato una lingua nè schietta nè evidente nè sicura nè viva.» — «Neppure son tanto acerbo con me medesimo, che io non conosca le molte e buone scuse che io ò della mia foggia di scrivere. Tra l'altre, la novità della materia, l'aver dovuto spesso parlare al popolo, l'esser vissuto in Francia, tornato assai tardi agli studj della lingua; pressochè ogni cosa scritta come gittava la penna ec.» — «Ma sopprimere l'edizione non si potrebbe, e conviene mandarla al palio.»
In queste parole se molti ammireranno, com'è ben certo, la modestia rarissima di chi ponevale in carte non coll'intento che fossero depositate nel seno dell'amicizia, ma con quello assai manifesto che servissero di avvertenza alla presente pubblicazione; io spero altresì che altri vorranno leggervi e l'acquiescenza di lui al mio proprio divisamento, e la mia brama di adempiere ad ogni più squisita maniera di riguardi verso la persona dell'onorevole Autore. Per ciò poi che concerne alle materie, delle quali in questo come in ogni altro caso mai non m'ebbi arrogato il sapere nè il voler giudicare, mi gode l'animo di poter rimettere i leggitori a quello che ne è ragionato da un valoroso giovane Piemontese nella qui seguente Prefazione.
F. LE MONNIER.
PREFAZIONE
Discorrere a parte a parte le opere filosofiche e letterarie in cui si esercitò l'ingegno di Terenzio Mamiani; seguirne il discorso speculativo, incominciando col Rinnovamento della Filosofia Italiana e dimorando ai Dialoghi di Scienza Prima; e dire della perpetua eleganza con cui la classica forma e la pellegrinità dei concetti si maritano negli Inni, negli Idilii, e nelle altre minori composizioni di lui, sarebbe impresa la quale ricercherebbe non pure comodità di tempo e ampiezza di spazio che non abbiamo, ma, e più ancora, quella copia di dottrina e vigoria di mente a pochi soltanto concedute; sulle quali se chi scrive qui credesse di far capitale, meriterebbe nota più che di presuntuoso, di stolto.
Men largo e più facile intento hanno le brevi parole onde, a modo di Prefazione, accompagniamo le Prose politiche del Mamiani; poichè le nostre avvertenze, pretermesse le altre considerazioni che ragguardano l'illustre Autore, toccheranno solamente della natura delle dottrine civili da lui costantemente professate, e di cui il presente volume è insigne documento.
Terenzio Mamiani si connumera fra i più valorosi continuatori della antica scuola politica italiana. La quale fiorita, prima in Europa dopo il rinascimento, mercè sovrattutto dei Fiorentini e dei Veneti ingegni, non pure è splendido monumento del passato, ma, siccome quella che poggiò sui veri ed inconcussi principii, sarà per essere buona guida sola essa nei progredimenti avvenire. La tradizione sua sembrò chiudersi con Paolo Sarpi e colla libertà delle Repubbliche, a malgrado della copiosa bibliografia del seicento, e non ostante le onorate prove che, pur ormeggiando i Francesi, fecero nello scorso secolo i Napoletani massimamente; e non venne ripigliata con originalità di vena e sincerità di nazionale impronta, fuorchè nei tempi a noi più vicini, dapprima, grazie agli scritti di Gian-Domenico Romagnosi e di Ugo Foscolo, poscia per opera di quegli illustri coetanei che ognuno nomina a dito.
L'antica scuola italiana pose a fondamento suo l'osservazione diligente dei fatti; e lo studio dell'esperienza ne è il carattere particolare. Questa dote le fu principalmente conferita dalla qualità degli scrittori, uomini tutti che si erano mescolati nel vivo delle faccende, ed erano stati attori pria che disputatori di politica. Mal cercheresti quindi, a modo di esempio, nel Machiavello o in Donato Giannotti o in Paolo Paruta quelle nebbiose visioni dei missionarii d'oggidì, per cui pare dettata la sentenza di Tacito: omne ignotum pro magnifico est; nei padri nostri era notizia profonda delle necessità della natura umana invincibili e degli insuperabili ostacoli che spesso al volere frappone la dura legge del fatto. Partecipi dei sommi magistrati nelle loro città, rammentavano, scrivendo, quante sono le difficoltà del reggimento, e quante dell'innovare e del mutare le malagevolezze instanti e le conseguenti; troppo erano rigidi calcolatori di ciò che è, per lasciarsi adescare dai vapori e dalle noje della fantasia.
Cotesto ritegno salutare induceva forse in essi una eccessiva timidità di speculazione, per cui il loro pensiero si raggirava di soverchio nei nudi fenomeni, e rado assorgeva alle origini e alle supreme ragioni del diritto, fuor delle quali s'immiserisce la discussione dei problemi sociali, e l'arte stessa del governare manca di base certa. Per lo che il progresso naturale della scuola italiana rinnovata dovea consistere appunto nell'accoppiamento del severo metodo sperimentale del Machiavello colla generosa e libera signoria dei veri ideali, nella cui contemplazione il genio di Giambattista Vico si era levato solitario e gigante.
Il Vico avea detto che «questo mondo civile egli è certamente stato fatto dagli uomini: onde se ne possono, perchè se ne debbono, ritrovare i principii dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana.» Ugo Foscolo costituì il suo discorso sulla detta massima, tentando l'alleanza dell'osservazione e della filosofia. E noi facciamo speciale ricordo di lui, così per debito di giustizia, essendo finora rimasti pressochè ignoti all'Italia gli scritti politici suoi, come perchè ne parve scorgere nel fiero cantor dei Sepolcri una notabile parentela d'idee col Mamiani. Fu il Foscolo, infatti, che descrivendo la servitù della patria, pronunziò che nell'educazione dell'individuo stava la somma di ogni radicale miglioramento politico, ed ebbe il coraggio di snudare la piaga velenosa delle fazioni e delle sètte che dilaniano le viscere d'Italia, e la fecero e fanno impotente; verberò quindi a sangue con quell'unica sua veemenza di stile le ipocrisie e le corruttele d'ogni maniera che avea sott'occhio; e ripudiando una infiammativa teorica che potea sorridergli nell'immaginazione ardente, si appartò da chi si faceva banditore di stato popolare in questa contrada martoriata e avvilita da tre secoli di tirannide, e oppressa da tanta mole di ignoranza e di superstizione. S'industriava egli pertanto colle parole e cogli atti ad ottenere «il solo governo comportabile dai nostri costumi; ed è, un monarca potente per sola autorità di leggi, per sola forza di armi italiane.» E discorrendo collo sguardo la serie delle italiane sventure, e scrutando perchè così spesso cotanto buoni cominciamenti ebbero pessimo fine, dalle rupi elvetiche dove andava ramingando e piangendo lo sterminio dell'ultima speranza italiana, compiuto collo sperperamento dell'esercito del Regno d'Italia, tuonava con voce di solenne e profetal rampogna, che prima e sopra di ogni questione di libertà, prima e sopra di ogni contesa di maggiori o minori larghezze di statuti e di leggi, vi è e vi sarà la impresa della INDIPENDENZA DELLA PATRIA; e che questa si tenterà indarno finchè le resíe scandalose delle fazioni apriranno al ferro nemico la breccia nelle nostre file, le quali, divise e le une dalle altre divulse, saranno prima sgominate che combattute.
Chi raccolga questi sensi che informano gli scritti del Foscolo e gli riscontri con quelli che signoreggiano le prose di Terenzio Mamiani, vedrà quanta amicizia di pensieri e comunanza di affetti corra fra i due Italiani, e come si accordino a capello nelle pratiche conclusioni e negli intendimenti finali. Del che mal si renderebbe ragione ove si avesse l'occhio solamente alle diversità che passano fra le qualità dell'ingegno dei due scrittori, l'uno dei quali precipita il corso coll'impeto della bufera, e l'altro il prosegue colla tranquilla maestà di un fiume arginato; ma di leggieri se ne avrà la spiegazione quando si consideri che ambidue, tenerissimi essendo della italianità, educarono la mente sui patrii esemplari, e da questi ritrassero l'abito di sperare le cose alla luce del vero obbiettivo, e non già colla lente variopinta del desiderio e del sentimento proprio. Vero è che il Foscolo cresciuto fra il sensismo dello scorso secolo e la scuola dell'Enciclopedia, e, per natura, incline ad una irosa melanconia, accolse ne' suoi libri principii al tutto contrarii a quelli che invalgono oggidì intorno ai dogmi della vita universa, e che sulle origini e su' fini sociali ragiona per lo più colle funeste teorie del tetro filosofo di Malmesbury; le quali ove si menasser buone da senno, sarebbe follia il travagliarsi a felicitare la razza umana ed a riformare il governo dei popoli. Il Mamiani invece, alunno e campione della spiritualità che regna la filosofia presente, e fedele alle umane ispirazioni del Cristianesimo, il quale abbraccia l'intiera famiglia dei viventi come fratelli ed apre ai caduti la via della redenzione anche quaggiù, si aggira e spazia in più serena regione di pensamenti, e studia i quesiti del viver socievole colla fede e coll'amore che ingagliardano l'ingegno e lo allenano allo scoprimento della verità riposta.
Ma se questa preminenza filosofica del Mamiani dee in alcuna guisa attribuirsi a maggior felicità di tempi, è tutta sua loda la copia larghissima di sapere che ne rincalza le scritture, e la invidiata castigatezza dello stile e della lingua onde sono da lui tratteggiate le quistioni di Stato, di economia e di giure pubblico, disusati argomenti alla prosa italiana. Chi si faccia a considerare la condizione della letteratura di questi ultimi anni, dovrà pur troppo lamentar la grande sterilità di opere fortemente pensate e con amore condotte; e troverà per contro una ridondanza infinita di opuscoletti e di scrittarelli in cui la gioventù studiosa snerva l'ingegno impaziente. Addestrata così nella facile palestra dell'improvviso dettare, si persuade che il magistero dello scrivere, la scienza del pensare, e, per giunta, l'arte stessa dell'amministrare gli Stati, s'impara mercè di una specie d'intuito misterioso, o si possiede per beneficio di natura. Intanto il popolo dei lettori si avvezza a tenersi erudito in politica, perchè vede manifestamente di saperne quanto lo scrittore che gli ammannisce il giornale o il libercolo: e si viene di tal fatta educando, prima, una generazione leggicchiante, il cui stomaco debilitato ricuserà a corto andare ogni sostanziale e nutritivo alimento; poi un'altra generazione sfringuellante, che cucendo e ricucendo a strazio della grammatica qualche decina di frasi, costiperà il sapere nazionale nelle dosi infinitesimali degli omiopatici. Ma questo non è buono apparecchio per chi vuol sedere un giorno nei consigli della Nazione, e i reggimenti liberi male si puntellano colle sonore iperboli e colle vacue astrattezze, che sono tutto il costoro bagaglio. Nè strapazzando la lingua, e dando irrecusabil saggio di non aver avuta dimestichezza di sorta coi Classici nostri, si acquista vanto di prodi Italiani.
Gli scritti del Mamiani eserciteranno a questo fine un salutevole influsso sugli studi dei giovani, e proveranno ad un tempo che il culto delle ottime lettere, non torna a scapito del profondo pensare, e non reca nocumento alla costanza delle politiche opinioni. Vedendo infatti in un sol corpo raccolte le cose da lui dettate in mezzo a quel vertiginoso incalzarsi di avvenimenti straordinarii di cui fummo spettatori nell'ultimo quinquennio, nessuno potrà non ammirare la perduranza insigne del Pubblicista nostro, che per mutar di venti non piegò costa nè mutò ciglio, e serbò invitta fede ai convincimenti suoi. Ossequente al senno pratico, che fu già prerogativa degli Italiani, e che in quegli ultimi casi sembrò smarrito e disperso, ebbe sempre fisso nell'animo, che in politica il meglio è gran nemico del bene, e non credette bene vero ciò che non era possibile ed asseguibile; parlò un linguaggio solo e nell'esiglio quando incerte erano le speranze, e quando spuntarono i lieti albori del sospirato tempo; poscia, allorchè colla Repubblica Francese del 1848 crebbero contro i riformati governi d'Italia i pericoli delle sètte rigermoglianti, con penna fatidica prenunziò i mali che si apparecchiavano alla patria vezzeggiando inconsultamente le novità d'oltremonte e discostandosi dalla nativa spontaneità del nostro rivolgimento; e nel giorno nefasto in cui le colpe dei regnatori, la levità del popolo e le nequizie delle fazioni distrussero il Principato, e sfrenando la civile discordia aprirono le porte all'invasione, alla conquista e al servaggio, secolari fati d'Italia, protestò dal Campidoglio colla eloquenza dell'uomo di Stato e col coraggio del cittadino, facendo indarno, cogli scarsi compagni, ultimo riparo al gonfiato torrente delle passioni.
Assegnatezza di desiderii o liberalità di tolleranza conciliativa tanto più rare e commendabili, in quanto che s'incontrano in uomo percosso dalla domestica tirannia, e che nell'esiglio avea logorata molta porzione della vita. Sono acerbe le punture dell'esiglio, quando vivo è l'amore della patria, e lo sbandeggiamento è premio dell'averla amata con degne opere. Agevolmente si ricevono allora nell'animo preoccupazioni esiziali, per cui la stessa generosa religione della libertà riesce a pernicie della nobil causa. L'errore più comune dei fuorusciti è quello di credersi i veri e soli interpreti della Nazione, non pure in ciò che concerne l'universale desiderio di più umani istituti, ma eziandio riguardo alle forme che debbono questi assumere e alle vie da eleggere per ottenerli. Portano fiducia che un medesimo calore d'affetto riscaldi tutta quanta la cittadinanza loro, e che la faccia lieta a qualsivoglia sacrifizio; costretti a vivere in mezzo ad altri popoli, si avvezzano a loro insaputa a giudicare del popolo loro colle idee di fuori e con quelle che essi vanno idoleggiando. Il desiderio della patria perduta e la bramosia di racquistarla generano in loro una credulità senza pari: credulità negli eventi che reputano prossimi, immanchevoli ed accomodati ai loro divisamenti: credulità nelle promesse degli estranei, che, nei paesi liberi, quando stanno dal lato della opposizione, non si fanno coscienza di largheggiare in parole per accattare benivoglienza e popolar clientela; ma ove salgano in palazzo, badano agli interessi dello Stato, e si reggono secondo la bilancia di questi, non colle voglie altrui: credulità, per ultimo, nelle forze di lor parte e nei riscontri che ne hanno dai consenzienti o dai pietosi, i quali leniscono agli assenti il dolore colle lusinghe del meglio vicino.
Tra gli esuli poi, molti o per condizione di fortuna o affinità di pensieri stanno in commercio colle parti più vive delle ospitali terre; si aggirano così in una temperie artifiziata e ristretta, e si straniano ovvero abborrono da ciò che nei più numerosi e forti ordini sociali si pensa e si opera. Quindi è che le giuste ire proprie sono del continuo rinfocolate dalle ire degli stranieri conventicoli, che trattano le ombre di lor possanza come cosa salda, e fomentano nei rifuggiti l'inclinazione alle dottrine estreme ed alle teoriche più arrisicate di governo.
Chi mediti le dottrine del Mamiani, apprenderà come abbia egli saputo tenersi immune da questi erramenti, per così dire, fatali, e come in ciò niuna lode di moderanza e di senno gli basti. Ed oggidì che la migliore Italia è proscritta, e confessa la bontà dei propositi col sigillo della sventura degnamente sopportata, necessario è ricordare più spesso cotali pericoli dell'esilio. Che se in noi fosse alcuna autorità di nome, o qualche efficacia di eloquenza, le quali non abbiamo, qui conchiuderemmo il dire insistendo su quest'ultima virtù dell'esule Pesarese, e rivolgeremmo la parola alla gioventù della emigrazione, dicendole con gran cuore: — Durissime sorti vi premono, e la grandezza delle miserie vostre null'altro agguaglia fuorchè la immacolata costanza onde la sostenete. Con voi si aduna il fiore delle provincie e l'onore delle città vostre; e se è vero il detto di Niccolò Machiavelli, essere più glorioso il titolo di orrevole ribello, che il vivere schiavo cittadino, voi avete diritto non al rispetto soltanto, ma all'amore e alla riverenza di ogni buon Italiano, e di chiunque ama la libertà e la patria. Infelicissime sono le condizioni d'Italia, e le enormità dei ristorati governi che la disertano, lascian dietro per ferocia le nefandezze che la storia dei tempi andati abbia meglio infamate, consacrandone gli autori al vindice abominio dei secoli. Ogni giorno che spunta illumina scelleranze novelle; ogni notizia che giunga da quei vietati confini, narra i casi di alcuna impresa che supera le precedenti in barbarie. E a noi pure, nati nel Regno Subalpino, felicitati da proteggevoli e bene amate istituzioni, ai quali perciò costa meno il consigliar prudenza e longanimità, a noi pure viene spesso sulle labbra la voce della collera indarno soffocata. Alle ire vostre noi facciam quindi ragione, essendochè soffrite tanto più di noi, e provate vive e nel petto stridenti le punte dell'angoscia e dell'insulto. Ma deh! lo sdegno non vincavi, come sarete vincitori per fermo delle corruttele e dello sconforto increscioso, corruttela pari alle altre. Appunto perchè non scernete coll'occhio fiso e bramoso nè lume di stella che splenda, nè vento che spiri propizio, deh! non aumentate le difficoltà della comune intrapresa che richiederà unanimità di sforzi eroici, coll'aggiungere nuovo pondo e nuovo carico alla nave. Respingete i consigli troppo assoluti, e le idee scombujate e piene d'incertezza; non preoccupate le contingenze dell'avvenire con sistemi nati nell'ora dello sdegno e condannati già dall'esperienza, maestra suprema dell'arte politica. È utopista chiunque mura in aria senza il sussidio dei fatti: se alla mente umana è dato di antivedere l'ordine generale del movimento civile, e discoprire anticipatamente i sommi capi di un rinnovamento politico, le è contesa nondimanco la divinazione degli accidenti e il conoscimento preventivo degli atti particolari che debbono comporre il disegno provvidenziale. Ripudiate per conseguente le improntitudini delle sètte, che compilano e promulgano da qualche affumicata taverna i capitoli del futuro statuto italiano, e lo inaffiano non col sangue proprio, ma con quello di ignari ed ingannati seguaci; non vi allettino le superficiali e fallaci dottrine della così detta sovranità popolare, che a' suoi patroni procaccia il breve favore del volgo, e al despoto astuto il lungo impero della spada; disegnando e colorendo l'Italia futura, non dimentichiamo l'Italia presente, e non iscambiamo le realtà coi fantasimi vani. Di tre membri consta la proposizione intorno a cui la generazione presente, erede delle aspirazioni più o men distinte delle età trascorse, si affatica e si affaticherà senza posa insino all'integrale suo componimento: l'uno ragguarda l'Indipendenza, base di ogni Italia e di ogni civil signoria; l'altro versa intorno all'acquisto di un liberale governo; l'indipendenza poi, quando fosse acquistata, rimarrebbe pericolante e mal difesa se non la tutelassero le armi confederate dell'intiera Penisola, e le forme liberali scapestrerebbero nell'anarchia dei voleri, ove non le moderasse un supremo centro di azione sovrana. Sappiamo anche noi che non si ritesse la tela del passato, e che chi si sequestra nelle angustie di una formola, smarrisce la vena operativa che si apre feconda al cospetto degli avvenimenti che sorgono e si svolgono improvvisi ed inaspettati; ma queste dottrine che furono verità, or volgono cinque anni, questi principii che sono appunto propugnati dal Mamiani insieme coll'altra onorata schiera, sono verità d'oggi tuttavia, e forse lo saranno sempre. Lasciamo all'avvenire di risecare ciò che vi sarà di mobile e di accessorio nella loro attuazione; lasciamo all'avvenire la cura di gettar la luce fra le tenebre; prepariamo di quest'avvenire l'evento. Ed a voi, esulanti per amore d'Italia, non cada dall'animo che nella universale dejezione della Penisola, la libertà e la nazionale dignità ebbero un rifugio inespugnato nel Piemonte, dove, non ostante le gelosie e gli odii che lo bersagliano, la concordia degli animi e gli influssi della libertà ordinata medicano a poco a poco le ferite amplissime che lo solcarono. E ciò chiarisca alla patria italiana, che meglio profittano agli Stati i lenti e sicuri progressi, che non i repentini sconvolgimenti disformi dalle abitudini dei popoli e dalla tradizione anticata. A voi, reduci un giorno nelle ville natie, daranno autorità e suffragio di popolo i ben sopportati patimenti, e il pregio di senno pratico che si suppone in chi dimorò nei paesi retti a vivere libero: or bene, di questa forza morale valetevi a temperare le baldanze che trescano nei momenti felici; e al pari di Terenzio Mamiani, recate con voi quella modestia di giudizio che tanto rimane offesa dalle astiose rimembranze del passato, quanto è impossibile allorchè si culla l'intelletto con insulse generalità di politiche logomachíe: a voi allora si apparterrà il vanto più altero che possa toccare ad uomo quaggiù, il vanto di autori e conservatori della libertà nella patria. —
Torino, 18 marzo 1853.
DOMENICO CARUTTI.
PARTE PRIMA.
TEMPI DI RIFORME.
Venne in luce questo Parere nel 1839 in Parigi. Ma, come ne avvisa lo stesso Autore, i Documenti Pratici contenuti nella seconda parte uscivano l'anno avanti, ed erano, a quanto sappiamo, la prima scrittura italiana che significasse il concetto di porre in disuso le temerarie cospirazioni, e volgere tutto l'animo all'educazione delle moltitudini, ed a persuadere ai governi riforme e miglioramenti. Dell'altra parte dell'opuscolo la principale intenzione si fu d'indurre a calcare la nuova via non pure gl'ingegni molto assegnati, ma i fervidi ed impazienti, e che pigliavano ancora speranza in certa setta famosa e ne' suoi disegni fantastici. Ma pochi de' moderati conobber lo scritto; i cospiratori lo dispregiarono, e nessuna menzione ne venne fatta in istampa, salvo che in un Articolo della Revue des deux Mondes, ove fu censurato con brevi e sentenziose parole.
Dopo quattordici anni e tanti casi sopravvenuti, riesce ancora acconcissimo il pensamento più generale del libricciuolo, che è di educare noi stessi e il popol minuto, e tutta la gran famiglia italiana infiammare nel sentimento di nazione. Scorgeva sin d'allora l'Autore, che le moltitudini non educate, e con civile e bene ordinata carità non soccorse e non provvedute, o rimarrebbono fredde e incuranti dell'opera dei liberali, o gitterebbonsi in braccio degli utopisti fanatici. Su molte cose peraltro che in questo scritterello sono annunciate come operabili, l'Autore à corretto alquanto il giudicio suo, e riconosciuto maggiori e più numerose le difficoltà che l'attuazione di quelle impediscono. E d'altra parte, egli ragionava di speranze remote e d'ultimi perfezionamenti sociali.
NOSTRO PARERE
INTORNO ALLE COSE ITALIANE.
I.
Qualora con occhio diligente si osservino le condizioni dello Stato lombardo, del toscano, del pontificio e del piemontese, vedesi aperto che in ciascuno di essi malamente si potrebbe tentare con mano armata l'acquisto della libertà. Il regno lombardo à i forestieri poderosi sul collo, e la Toscana è picciola e inerme; alle provincie romane mancheria il tempo per gli apparecchi delle difese; e il simile convien pensare altresì del Piemonte, alla cui città capitale possono venir sopra i Tedeschi con due marciate. Genova e la Liguria sono, è vero, muniti dai monti e dal mare, e nudrono popolazioni assai vigorose e pugnaci: ma i castelli che à sopra capo quella città, e possono in poche ore guastarla, debbonla suo malgrado far paurosa a tentare un'aperta sollevazione.
Invece, se da queste provincie italiane si volta lo sguardo alle Due Sicilie e si pon mente alle peculiari lor condizioni, sembra di doverne dedurre conclusione assai differente.
Quivi le lunghe distanze e la gagliardia che subito acquista il commovimento d'un vasto reame porgono agio e modo per ordinarsi a respingere lo straniero: quivi poco meno che otto milioni di cittadini abbondanti d'arme, di danaro e di vettovaglie: quivi, sopratutto, un suolo che pare da natura appostatamente configurato alle guerresche difese; il perchè un nostro buon cittadino lo assomigliò, con gran convenienza, ad una fortezza esposta all'assalto degl'inimici nella sola sua fronte, e questa, bene fortificata e non larga, e avente dietro di sè muraglie, fosse e bastioni a più ordini, e da ultimo una vasta e inespugnabile cittadella, che è l'isola di Sicilia.
Per queste cose, allorchè i forestieri ci chiedono quale cagione prepotente e continua interdice all'Italia meridionale d'insorgere, noi non sappiamo trovare le scuse nè molto spedite nè molto legittime.
II.
La Santa Alleanza è disciolta: le massime e le pratiche di libertà vannosi radicando in Francia, in Belgio, nella Svizzera e nella Spagna. In Inghilterra, l'autorità e la forza sono passate pressochè interamente nella Camera dei comuni. La stessa Germania alle forme costituzionali si lega e si stringe più saldamente ogni giorno. In tale disposizione d'Europa, non è dubbio nessuno che il generale e compiuto insorgere delle provincie napolitane, e supposto ch'elle si mostrassero ferme ed abili a sostenere i primi urti delle schiere tedesche, raccoglierebbe meglio che i voti e le propensioni della Francia; imperocchè i medesimi affezionati a Luigi-Filippo ed al reggimento de' suoi ministri sentono, quasi per atto d'istinto, che alla monarchia nuova degli Orléans, per vivere riposata e sicura, fa bisogno di avere amicizia e conformità di principj e di ordini con le nazioni circonvicine. Lasciando stare che il progresso delle opinioni verso un andamento più liberale della politica esterna sembra in Francia divenire tanto più certo, quanto la fiacchezza dei governi assoluti rendesi più manifesta. Degl'Inglesi poi si può dire che mai sotto il governo dei Wighs non sopporterebbono di vedere le truppe austriache sbarcare in copia e padroneggiare nella Sicilia.
Ma l'Austria medesima, quanto à meno di potenza e di predominio che nel 1821!
Fuori, le manca la lega dei re, i congressi di Lubiana e di Verona, la facile prevalenza dei principj del reggimento assoluto: dentro, à la paura d'ogni mutazione e d'ogni riforma, à l'Ungheria e la Transilvania in bollore, la Galizia conspirante, la Boemia scontenta, e le popolazioni scismatiche secretamente devote alla Russia. Aggiungi il tesoro esausto, le rendite insufficienti, un imperatore idiota, un ministro vicino a decrepitezza. Aggiungi le gravi apprensioni sugli affari d'Oriente, e i progressi del moscovita lungo il mar Nero e intorno al Danubio. Da ultimo, aggiungi il desiderio di libertà e d'indipendenza, molto più propagato e vivo in tutte le parti della nostra penisola. Quindi intervenire pericolo grave che a un primo scontro d'armi per gl'imperiali non fortunato, veggasi tutta l'Italia avvampare di tanto più sdegno e furore, quanto le umiliazioni sue ed i patimenti e le sofferenze sono state lunghe e crudeli.[1]
III.
Ora, se tutte insieme queste prospere congiunture non bastano a persuadere agl'Italiani del mezzogiorno una generale sollevazione per redimersi in libertà, forza è concludere, o che quivi le opinioni liberali procedano ancora assai lente, e dimorino in soli quegli ordini del consorzio civile che quanto abbondano di agi e di buona istruzione, altrettanto si peritano di affrontare pericoli estremi; ovvero che la memoria delle passate sventure tenga tutti gli animi impauriti ed incerti. Nell'un caso e nell'altro noi affermiamo che il sano partito a cui debbonsi oggi appigliare ostinatamente e con fede i generosi e i dabbene, si è di darsi ciascuno a rialzare intorno di sè gli spiriti soverchiamente abbattuti, e a stenebrare le menti del popolo con lunga e paziente opera. Questo, diciamo, è da farsi con gran pertinacia, con gran solerzia, con grandissima alacrità; e non commettere la scempiezza e la codardia insieme o di aspettare oziando e bamboleggiando che i Francesi scendano giù dalle Alpi per rompere le nostre catene, o che la fortuna intessa con le sue mani e componga noi non sappiamo bene che sorta di avvenimenti straordinarj, onde un bel giorno ci ritroviamo, quasi per atto di negromanzia, divenuti liberi ed indipendenti.
Noi sentiamo rispondere da parecchi, che per verità ei non aspettano nè l'uno nè l'altro di tali prodigi, ma sì spiano quel momento desiderato in cui le forze tedesche occupate e distratte fuori d'Italia non potranno resistere se non debolmente assai alla rivoluzione italiana.
Contro a siffatto ragionamento noi obbiettiamo, che visti e considerati per bene i casi politici odierni, e raffrontate insieme le condizioni diverse degli Stati d'Europa, niun avvenimento sappiam noi prevedere di quella natura e di quella efficacia che si spera e attende da cotestoro. A simile giudicio noi siamo indotti malgrado nostro dalla virtù prepotente della verità, e non badando ch'ei possa riuscire amaro a moltissimi: imperocchè la salute d'Italia non pensiamo che sia per sorgere mai dalle lusinghe e dai sogni del corrivo desiderio e della troppo accesa immaginazione.
IV.
Le cagioni più gagliarde che ci ànno mossi a formare cotal giudicio sono le infrascritte:
Tre avvenimenti crediamo noi che sia lecito di prevedere come capaci di distrarre e occupare fuori d'Italia le forze tedesche: una guerra fra i potentati d'Europa; una rivoluzione nuova in Francia; una sedizione grave e durevole in alcune parti dell'impero austriaco. Noi del primo affermiamo potersi ben dare alcune guerre parziali fra i potentati inferiori e alcune dimostrazioni ostili fra i superiori represse tostochè cominciate; ma una guerra generale europea non mai; principalmente, perchè tutte le corone ne tremano come di certa ruina loro: e se lo Czar non ci vede pericolo molto vicino per la propria dominazione, ei non possiede la metà dell'ardire che gli bisogna per rompere la prima lancia e strascinar seco a forza i paurosi alleati. Oltrechè, la rabbia rintuzzata ma inestinguibile della Polonia, la piaga inciprignita della schiavitù in casa, il tesoro insufficiente e mal custodito, le triste prove fatte, or son pochi anni, a Varna, a Silistria, a Ostrolenga; e più, la certezza di perdere le nuove sue flotte e veder disertate dall'Inghilterra le sue marine, terranlo indubitatamente a segno. E si osservi quante occasioni prossime e vive di guerra sono sopravvenute in questi ultimi anni, che poi si conducevano al niente. Noti ciascuno eziandio come nei casi dell'Oriente, gravissimi, precipitosi e di suprema importanza, gli sdegni, le minacce e le offese si risolvono d'ambo i lati in vane mostre e parole. Debbesi egli tenere per vicina e probabile una guerra europea, quando si pensa che l'Inghilterra è tuttavia travagliata nelle proprie sue viscere da un conflitto incessante tra le nuove franchigie e i vecchi privilegi, dall'esorbitanza del suo debito pubblico, dai repentini turbamenti e sbilanci delle sue industrie; e più d'ogni cosa, dallo stato inquieto e miserevole dell'Irlanda, inverso la quale non giova ormai nè la liberalità nè la forza; la prima insufficiente a placare, e la seconda a reprimere? Che diremo poi dell'Austria e della Prussia? Nessuno ignora che gli accorgimenti e le arti famose di Metternich consistono tutte nel rimuovere a suo potere le cagioni e le occasioni d'ogni qualunque novità, e segnatamente della guerra; conoscendo egli assai bene, che al primo cozzo gagliardo fra i re d'Europa, l'impero austriaco n'anderebbe in pezzi. Quanto è alla Prussia, basti il considerare le sue inquietezze sempre crescenti per le provincie renane vogliose di libertà, e pel ducato di Posen; e la povertà delle sue finanze, che durano a mala pena a mantenere l'esercito, quantunque trasformato tutto in Landver; istituzione, che se risparmia moneta, nuoce al nerbo ed alla perizia militare.
In fine, si voglia por mente che le guerre (massime una così generale e rischiosa) neppur ne' paesi retti a governo assoluto si risolvono e s'imprendono oggi contra il volere dei popoli: e questi, rivolti come sono al presente alle prosperità materiali e a moltiplicare le officine e i commerci, non si curano punto di guerre intraprese in nome di alcuni principj speculativi o d'interessi poco visibili agli occhi loro, siccome sarebbe quello della bilancia politica fra i potentati, o l'altro di raffermare il diritto delle monarchie assolute, alle quali suolsi prestare ancora obbedienza, ma non amore nè devozione.
Non taceremo che alcuni argomentano che appunto per questo scemare di forza e di autorità delle monarchie assolute, e per questo prevedere che fanno i principi la caduta poco lontana di lor dittatura, ei debbono consentire animosamente a scendere in campo, e riguadagnare ad un tratto colla vittoria quello che perdono a grado a grado in seno della pace.
Tal ragionamento (a nostro giudizio) non prova più che una cosa, cioè a dire che ai principi non rimane oggimai partito buono e sicuro da scegliere. Da una parte, con la guerra, il rischio estremo d'una ruina immediata e compiuta; dall'altra, con la pace, un perire assai lento ma certo e finale. Ora, non vi è dubbio nessuno che la tempra umana ordinaria com'è pusillanime e fiacca, così appigliasi sempre al partito che lascia tempo e lusinghe in mezzo, dà luogo ai maneggi, alle transazioni, agli accomodamenti, e non esige lo sforzo e il coraggio d'azioni impetuose e piene d'audacia.
V.
Del secondo supposto, cioè che una rivoluzione nuova succeda in Francia, noi affermiamo similmente che niuna buona ragione la dimostra vicina e probabile; intendendo, come si dee, sotto nome di rivoluzione non già un moto popolare in fra pochi dì represso e infrenato assai facilmente, e qual può dirsi con poca alterazione del vero essere stato quello del 1830; ma una scossa profonda e durevole che si propaghi all'Europa tutta, rechi molte e sostanziali novità nell'ordine delle cose, e ponga la Francia alle prese coi suoi nemici.
E per fermo, le vere rivoluzioni sono provocate ogni sempre da gravi e pressanti necessità: ma di queste noi non sappiamo scorgerne alcuna in Francia a' giorni che corrono. Il desiderio di forma migliore politica non basta a un sì grande effetto; imperocchè nè un tal desiderio riesce molto efficace e vivo presso d'un popolo converso tutto ai piaceri e ai guadagni, nè dopo assai delusioni e le tante prove ed innovazioni che à praticate, ei conserva grande e robusta fede alle promesse e alle speranze del meglio. Oltreciò, sentendosi egli pieno di forza e arbitro effettivamente della propria fortuna, non estima dover entrare in incerte rivoluzioni per conseguire riforme e perfezionamenti, ai quali pensa che giungerà senza fallo, e in modo piano e spedito, il giorno ch'ei sieno desiderati e voluti con fermezza e vigore dalla generalità. Da ultimo, ei non sa persuadersi che una o più sollevazioni sanguinose e violente varrebbero a disgroppare il nodo di que' nuovi problemi sociali, la cui risoluzione appar tenebrosa e lontana così ai filosofi come al volgo.
Ben è vero che i proletarj e soffrono e si dolgono tuttavia della scarsa provvidenza delle leggi in verso di loro. Verissimo ch'ei sono numerosi e maneschi, e quei di Parigi e di Lione arditi sopra ogni credere e sprezzatori della morte: ma con tutto ciò, qual potere effettivo risiede in loro e quale capacità di operare con unione e perseveranza, bisognevoli come sono del lavoro quotidiano, sprovveduti di capi e di ordinamento, senza disciplina e governo, senza disegno e fine determinato? Gran porzione poi d'essi pressente quasi per istintivo giudicio, e in parte eziandio per le cose vedute e sofferte, che una rivolta operata dalle sole lor braccia o non reggerebbe contro le forze unite e ordinate delle classi più ricche e civili, o verrebbe senza profitto loro maneggiata e usurpata dai demagoghi, o infine non recherebbe rimedio a quei mali di cui si querelano, e le cui triste radici pajono penetrare e occultarsi nell'ultimo fondo dell'umana natura e nelle condizioni essenziali del viver sociale. Il fatto è poi, che la storia delle nazioni non ci porge esempio notabile alcuno d'una sollevazione di plebe che senza l'ajuto efficace e spontaneo delle classi civili abbia proseguito prosperamente e riuscito al fine proposto. Potrà, pertanto, la porzione men sofferente e più baldanzosa de' proletarj francesi consumare rivolte gravi e piene di sangue, ma non mai una rivoluzione profonda e durevole.
VI.
Rimane che si supponga qualche gran rivoltura in alcuno degli Stati imperiali, come la Boemia, la Galizia, l'Ungheria e la Transilvania. Ora, noi diciamo che tali provincie ajutano di già non mediocremente l'Italia con la inquietezza e l'acuta esacerbazione che le tormenta; perchè costringono l'Austria a mantenere per tutto considerevoli corpi d'esercito, e scemano ciascun giorno il profitto ch'indi potrebbe ritrarsi pel comun bene dell'impero. Ma credere che pur durante la pace europea, esse abbiano forza e audacia d'insorgere e di sostenere guerra aperta contro esso impero, è giudicio precipitato e vano. Il malumore de' Boemi non à peranche nè intensione bastevole, nè omogeneità di opinioni e di sentimenti. La Galizia non può in disparte dall'altre provincie polacche osare di sollevarsi; e l'Ungheria è frenata dalla disunione, che in lei perpetuano le differenze di razze e di lingue, le gare fra i due ordini di nobiltà, e il giogo, difficilissimo a scuotere in Austria, della militare disciplina.
Ci vien notizia che molti fra gli Italiani attendono con certezza d'animo mutazioni e sconvolgimenti tragrandi alla morte di Luigi-Filippo. Però, se le cose qui innanzi discorse si appongono al vero, ognuno s'avvede quanto una simile aspettazione dia nell'errore: imperocchè elle dimostrano molto chiaro lo stato presente d'Europa non tanto dipendere dalla abilità e scaltrezza di Luigi-Filippo, quanto dalla necessità dei fatti per parte dei potentati, e dalla natura delle opinioni e degli interessi per parte della Francia.
In ultimo luogo, non taceremo neppur di taluni i quali, nonostante le infelici prove della spedizione di Savoja, ripongono ancora molta speranza nei tentamenti dei rifuggiti, e aspettano l'adempimento di non sappiam bene quale sbarco armato sulle coste d'Italia. Ora, a chi ben considera la sostanza delle cose e la pratica dei negozj, dee parer manifesto che poche novelle e romanzi tornerebbono così difficili ad attuarsi, come è difficile di avverare questo bel sogno dello sbarco dei rifuggiti armati; e l'averci fede e aspettarlo come principio desiderato e solenne della libertà italica, è, al creder nostro, soverchia semplicità: la quale poi non sarebbe in alcuno se la storia antica italiana venisse meglio studiata dai nostri giovani; imperocchè ei vi leggerebbero quante volte ne' secoli addietro le vane speranze e i vani disegni degli sbanditi ànno nociuto a quelli di dentro, e come lo stato del loro animo radamente li rendeva capaci di riconoscere e confessare la verità che lor dispiaceva sopra misura.
VII.
Debbono adunque gli Italiani, per tutto il fin qui ragionato, rimanere persuasi e risoluti compiutamente di questo; cioè che lor bisogna o reputare incerto e remoto assai il giorno dell'affrancamento della patria comune, o non attendere congiunture molto migliori delle presenti per dar mano all'opera. Della quale necessità non solamente noi non ci sgomentiamo, ma invece ringraziamone Dio; imperocchè siamo in questa ferma credenza, l'Italia non poter risorgere mai daddovvero, se non fidando nel proprio valore e cimentandosi animosamente con lo straniero. Le macchie antiche e recenti che oscurano l'onor nostro, non potranno cancellarsi altramente mai, che tra le armi e col sangue: tra le armi e col sangue avrem battesimo di nazione: tra le armi ritempreremo l'animo, alzeremo l'ingegno, purgheremo gli affetti e i costumi. Il genio di Dante e l'ardire di Masaniello, i prodigj della lega lombarda e il disperato resistere delle Calabrie, lo splendore di Roma, la libertà di Firenze, le armate Veneziane, i tesori Genovesi, ogni gloria passata, ogni grandezza caduta lascerà trovare di sè fra le armi e le battaglie alcuna semenza vivace e feconda, e tutte largamente inaffiate dal nostro sangue rifioriranno.
Base d'ogni prosperità civile è il sentimento del proprio valore e della propria dignità: vita delle nazioni è la gloria, e salda difesa loro è la potenza che spiegano e la suggezione che incutono. Se lo scoramento e la diffidenza stanno oggidì fra le ragioni precipue del nostro servire, giammai non ne usciremo che per effetto de' lor contrarj. Che sarebbe la libertà regalataci dallo straniero, salvo che apparenze, vacillamento ed umiliazione? e i doni e gli ajuti della fortuna che diverrebbono, se noi non siamo per ajutare noi stessi gagliardamente? E ben ci sovvenga che più d'una volta in questa prima parte di secolo la fortuna ci arrise e porse alle nostre mani tutta quanta la chioma, e noi non sapemmo afferrarla.
VIII.
Io proseguirò pertanto a discorrere alcune cose intorno all'Italia, ponendo a capo di tutte questo vero importante e solenne, ch'ella non possa e non debba fidare eccetto che nelle forze proprie e nella propria energia. E facendomi dal supposto che si voglia dar mano all'opera dell'affrancamento senza aspettare congiunture molto migliori, come quelle che non sono per accadere, dico che se il moto della libertà dee procedere tutto da noi e con proposito fermo di affrontare lo straniero il quale intenda reprimerlo, non pertanto noi dobbiam concordarlo e in certa guisa proporzionarlo con lo stato generale d'Europa. Però coloro i quali consigliano d'incominciare la rivoluzione italiana proclamando altamente la repubblica una ed indivisibile, domandano agli Italiani servi, divisi ed infemminiti da tre secoli d'ozio e scoraggiati da tante sventure, ciò che l'Inghilterra e la Francia non osano anche di porre in fatto. E si pensi che contro la Francia, forse i re perderebbono ardire in quel mentre stesso che i popoli l'ajuterebbono tentando sollevazioni. Contro l'Italia, il più timido dei monarchi prenderà cuore, e i popoli non confidenti guarderanno da lungi, aspettando l'esito. Noi avremo in sulle braccia tutte mai le armi e lo sforzo delle corone d'Europa, le quali temperate o dispotiche verranno in subito accordo e amicizia per estinguere il primo incendio repubblicano. Dietro gli eserciti poi staranno i macchinamenti, l'oro, le seduzioni, i terrori, tutto ciò che la paura e la collera dei monarchi saprà inventare di più efficace e di più pernicioso.
Ma instanno i tribuni nostri, dicendo che il proclamare la repubblica trascina inverso di noi le plebi, le quali d'ogni consorzio civile sono la parte più numerosa, più gagliarda e più generosamente devota al bene. Gridando la repubblica, ogni mezzana via è chiusa: la rivoluzione procede di necessità con modi energici ed assoluti: non può retrocedere, non può transigere. Propagasi a tutti gli animi una scossa viva e profonda, e attevole a suscitare in essi ogni facoltà, e produrvi quella esuberante pienezza di coraggio, di attività e di ardimento, che all'Italia abbisogna per cacciare d'ogni provincia sua e per sempre il Tedesco. Atterra la bandiera repubblicana, e tu cadi issofatto nelle antiche fallacie, nelle tradigioni de' principi, nelle trame dei cortigiani, in quelle concessioni dissimulate e in quelle mostre di libertà che addormentano gl'intelletti e il progresso vero ritardano. — Cotesti, a ridurli alla loro sostanza, sono i ragionamenti che si ripetono ciascuno dì da parecchi Italiani, in cui quanto abbonda l'ingegno e lo zelo, altrettanto fallisce il giudicio ed il senso pratico. Nè si vuol negare da noi, che alcuni aspetti chiari e vantaggiosi appariscono nel partito che essi propongono, come alcuni svantaggiosi ed oscuri in quello che propongono gli amici nostri. Ma nelle faccende politiche niente è netto e assoluto, e sempre si à per miglior consiglio quello che dà luogo a sconvenienze minori ed è più praticabile. Molti svantaggi, poi, che sembrano andar di conserva col tenore dei fatti e il metodo di operare che noi commendiamo, possono venire scansati assai di leggieri, come si prova qui appresso.
IX.
Tre cose si ricercano per accertare l'esito buono della rivoluzione italiana. 1º Ministri che mallevino con la vita propria della fedeltà loro inverso la causa comune. 2º Lo stato-maggiore dell'esercito rimaneggiato e rifatto compiutamente. 3º Il popolo tutto quanto infiammato a salvare la libertà, sì per nobile affetto e sì per computo d'interesse.
Perchè si ottenga il primo, vuolsi domandare e pretendere dai nuovi capi dimostrazioni ed opere tali che, vinta la rivoluzione, serrino loro ogni via di scampo e di perdonanza. Di più, bisogna che essi capi così cimentati, pigliando la volta loro, inducano i parlamenti e i capitani dell'esercito a fare opere e dimostrazioni altrettali; sicchè nessuno di loro possa retrocedere d'una spanna.
Il rifacimento dello stato-maggiore dell'esercito richiede negli ufficiali a ciò deputati viva e straordinaria energia e risoluzione. E intorno a questa materia (come importantissima in supremo grado) verrà in luce fra breve uno scritto assai meditato e molto savio e proficuo, dettato da un egregio Napoletano conoscentissimo di tali cose.
Per infiammare e interessare l'animo dei popolani inverso la racquistata libertà, sono molte le vie; tra le quali preferiamo di accennar queste. Sminuire quanto è possibile il più le imposte e i dazj che gravano sulle infime classi: riconoscere e guarentire ogni franchigia municipale, con intervento e suffragio del popolo intero nella scelta dei magistrati, e con rendiconto al popolo stesso di tutti i ministeri ed uffici loro. Manifestare in parole ed in opere, che la prima e maggiore sollecitudine del reggimento nuovo sia inverso le genti minute, le quali riescono da pertutto numerosissime e povere: accrescere ed ajutare con instancabile zelo gl'istituti caritativi: decretare scuole, ricoveri ed officine, ove i braccianti e gli operai di qualunque ragione trovino per continuo istruzione e lavoro. De' pubblici uffici e delle dignità investire persone specchiate e giuste, ossequiose della religione e affettuose inverso la plebe. Adoperare ogni diligenza per amicarsi la parte meno ambiziosa e più frequente del clero, quella per appunto ch'esce dal popolo minuto e con esso popolo vive; il che domanda dal lato nostro integrità di costumi, religiosità di sentimenti, osservanza del culto. Ecco maniere, al nostro giudicio, migliori e più certe di quelle proposte dai nostri passionati affine di scuotere validamente le moltitudini, sventare gli intrighi dei cortigiani e i tradimenti dei re. Del resto, noi dichiariamo di non parteggiare in alcuna maniera per le opinioni repulsive e troppo assolute, e di credere che le questioni di repubblica e di monarchia, di unità e di confederazione, sieno, per rispetto all'Italia, sommesse più assai che altrove a mille varie congiunture di tempi e di circostanze. Sopra ogni cosa desideriamo la indipendenza, come il fondamento primo e saldo della riedificazione italiana; noi domandiamo eziandio l'unione morale, come il mezzo primo efficiente che all'acquisto dell'indipendenza ne può condurre.
Tutte le forme, pertanto, di governo politico che a tali due fini sembreranno menar l'Italia con maggiore sicurezza e facilità, verranno da noi e acclamate e obbedite, fossero pure il dispotismo di un re, la prepotenza di un capitano, la teocrazia di un pontefice.
X.
Ma se il numero degli Italiani ardenti e risoluti a menar le mani è scarso tuttavia, e sperperato di modo da fare impossibile un degno e ragionevole tentamento d'aperta sollevazione, rimane, come dicemmo più sopra, a tutti i buoni e generosi il debito di rinfrancare a poco a poco gli spiriti fiacchi e allibbiti, e di portar luce e calore in mezzo alle moltitudini fredde ed intenebrate; impresa lunga e paziente, piena di fatiche, d'industrie, d'accorgimenti e d'annegazione; ma certa e maravigliosa altresì negli effetti suoi, qualora si voglia e sappia condurre tale azione incivilitrice su quella parte principalmente dell'umana comunanza in cui risiedono la vera forza e il vero coraggio, e in cui ciascun radicato e nobile convincimento è semenza di fatti strepitosi ed eroici; noi vogliam dire il popolo. E così non si fossero scialacquati e dispersi già molti anni in sole cospirazioni e congiure, senza attendere a coltivare con assidua fatica la mente e l'animo delle classi inferiori, chè forse il risorgimento morale e politico della nostra patria infelice sarebbe ora assai bene apparecchiato, e porgerebbe buona caparra di riuscita.
Per norma, dunque, di cotesta lenta e difficile preparazione degli animi alla indipendenza e alla libertà, egli ci par bene di ristampare qui presso alcuni pratici Documenti, scritti e pubblicati non lungo tempo addietro, ed ora ampliati notabilmente e corretti dall'autor loro: con tali indicazioni e consigli, appropriati in ispecial modo all'educazione del popol minuto, noi compiamo la esposizione del nostro parere intorno alle condizioni presenti d'Italia.
DOCUMENTI PRATICI
INTORNO LA RIGENERAZIONE MORALE E INTELLETTUALE DEGLI ITALIANI.
CAPITOLO I.
PRELIMINARI.
Per gran ventura d'Italia, ciascuno si va ora persuadendo di questa capitalissima verità, che il risorgimento italiano non possa aver luogo senza il concorso efficace ed universale delle moltitudini, e però lo sforzo di tutti i buoni doversi rivolgere all'educazione progressiva del popolo. Un'altra persuasione sembra eziandio entrare e radicarsi forte negli animi; e questa è, che per trascinar seco il popolo a fatti animosi e ritemperarlo al bene, occorre participare ai sentimenti, agli affetti e alle credenze di lui: nella qual cosa non pericola punto la verità; ché quegli affetti e quelle credenze, guardate nel loro midollo, costituiscono la natura instintiva dell'uomo, e sono fonte delle passioni più generose, de' concepimenti e delle ispirazioni più alte e magnanime che ricorda e ammira la storia. Non si dee pertanto nè dispregiarle nè combatterle, ma sì purgarle di molti errori e di molte misere superstizioni, e scioglierle dalle abbiette consuetudini indotte per entro il cuore dalla servitù, dall'ignavia e dall'indigenza.
Si opina poi dai più assennati, che per giugnere a questo massimo effetto della rigenerazione italiana, quattro cose sieno da praticare da ogni buon cittadino. 1º La emendazione di sè stesso. 2º La carità operosa nella parte minuta del popolo. 3º L'istruzione intellettuale e morale di essa. 4º La cura e l'arte di convertire il clero alle nostre opinioni.
1. — Della emendazione di sè stesso.
Il buon Italiano a' dì nostri debb'essere un animo forte e incorrotto, apparecchiato alla sventura, ugualmente sdegnoso della servitù, che afflitto ed avverso ai vizj e alle colpe de' servi. In mezzo a genti fiacche, oziose, lascive e non curanti del viver comune, ci dee serbare austerità e purità di costumi, volontà infiammata e sempre operosa, prudenza con dignità, coraggio con fede. A lui dee star sempre nel cuore la dolce patria, e volerne il bene in tutti i modi, per tutte le vie, con incessante sudore, con ferma perseveranza. Facil cosa è cospirare; facile aspettare oziando e gozzovigliando il segnale della rivolta; non troppo difficile e laborioso maneggiarsi nelle sètte e rischiare la vita in una congiura: ma duro e difficilissimo travagliarsi quotidianamente e in silenzio per cogliere senza fama un frutto scarso e tardivo di bene, e per fecondare, con lunga e tediosa sollecitudine, un suolo smagrato da tre secoli d'infortunj, di vergogne e di tirannie.
2. — Della carità operosa nel popolo.
O per qual buona ragione il minuto popolo à da tener dietro alle mosse de' liberali? che opere fanno questi in suo pro? che esempj d'alte virtù gli offeriscono per guadagnarsene la stima e la riverenza? che dottrine professano intelligibili a lui e confacenti co' suoi pensieri e co' bisogni suoi quotidiani?
Vuoi tu, o buon cittadino, tirarti dietro le moltitudini? vuoi tu il sudore, il sangue, la vita loro per te e per la causa che tu caldeggi e difendi? Comincia ad amarle di grande affetto: entra continuo a parte dei lor patimenti: consiglia la loro ignoranza, conversa con esse domesticamente, amorosamente. L'uno cade infermo; va tu accosto al suo letto e soccorrilo: un altro à difetto di lavoro; fa di procurarglielo: ài tu poderi? sii padre de' tuoi contadini, sovvienli nelle carestie, largheggia ne' patti, instruiscili con pazienza nelle rustiche lor faccende. Non fuggire la frequenza della gente minuta; e s'ella entra in chiesa a pregare, e tu prega con lei; se accorre a qualche onesto sollazzo, vi accorri tu pure e mostra di compiacertene. Per tali atti e maniere, quando spunteranno giorni di grandi prove, e tu disceso nelle piazze griderai: — Popolo, a me! — questo, non mai ingrato al beneficio nè tiepido e pigro al bene che crede, risponderà tostamente: — Siam teco; menaci dove vuoi; tu se' il nostro amico, sii il nostro salvatore.
3. — Dell'istruzione intellettuale e morale del popolo.
I buoni prendono giusta allegrezza a vedere che in Toscana, in Lombardia e in altre provincie d'Italia si pensa e suda all'istituzione delle casse dei risparmj, a quella delle scuole infantili e delle scuole lancastriane, alla compilazione di più giornali popolareschi, e ad altri mezzi efficaci ad educare e rigenerare la povera plebe. Se dovunque il popolo è autore di grandi fatti, in Italia è stato di sommi e miracolosi: e chi fa stima conveniente della vecchia stirpe latina, ed à ragionevol fede nelle prodigiose facoltà inserite in lei da natura, debbe ansiosamente aspettar di vedere quello che produrranno le intelligenze popolane, riscosse dal torpore profondo di quasi tre secoli; e quello che potrà in loro la coscienza restituita del proprio ingegno e della dignità propria, la curiosità ridestata e vogliosa di apprendere alcuna porzione del vero, la notizia sopravvenuta d'altri paesi, d'altre leggi, d'altri istituti, di tanta maggior ricchezza, potenza, gloria ed attività.
Abbiamo fede nelle plebi italiane.
Ma la nuda, nuda istruzione è strumento così del bene come del male, e più rado forse del primo che del secondo. Però intendasi con fatica incessante all'educazione dell'animo: e poichè il buon senso del popol minuto sempre vuole unificata la moralità con la religione, sforziamoci, quanto si può meglio, di purgare la pietà religiosa della scura feccia che la corrompe: sopratutto si volga l'animo a insegnare e persuadere la religione civile, quella cioè che insieme con le virtù private insegna ed inculca le pubbliche, santifica tutte l'opere volte ad ajutare il progredimento sociale, e chiama il Vangelo codice eterno e divino di libertà e di fratellanza. Avventuratissimi gli Italiani, se riusciranno a instillare nell'animo dei più la religione civile: ma l'impresa è dura e diuturna e piena di cure e travagli; perchè quella forma di religione non pure è nuova nel popol minuto, ma si è nuova in gran parte nella cristianità, la quale à più spesso udito insegnare l'obbedienza passiva, la perfezione dei solitarj e una muta e indolente rassegnazione: però il vero non istà chiuso, e già comincia a splendere di gran luce per molti libri. Il mondo impigliato ne' traffichi e nelle lascivie, infiacchisce di più in più e prende a schifo i nobili pensamenti, e poco o nulla risponde a quei desiderj e a quelle speranze che tutto il cuore gli ardevano, or sono appena cinquant'anni. Un sentimento nuovo bisogna, forte, immaginoso, infinito: e questo dove lo rinverremo noi, salvo che nella religione civile, in cui la libertà è santa cosa, la fratellanza e la carità nella plebe sono un supremo dovere, il progredimento indefinito dell'umanità nel vero e nel bene è il consiglio perpetuo della Provvidenza?
4. — Della conversione del clero.