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GASTON PARIS

LA LEGGENDA DI SALADINO

TRADUZIONE

DI

MARIO MENGHINI

IN FIRENZE
G. C. SANSONI, EDITORE
1896

PROPRIETÀ LETTERARIA

Firenze — Tip. G. Carnesecchi e Figli.

LA LEGGENDA DI SALADINO

Il giovine erudito italiano, che ha pubblicato il breve studio del quale abbiamo letto il titolo,[1] non considera il suo se non come un saggio provvisorio e preparatorio; avrebbe in animo di riprenderlo piú tardi per allargarlo e domanda che sia aiutato per compierlo e renderlo piú esatto. Corrispondo a questo suo desiderio comunicando qui alcune note prese, almeno in parte, da molto tempo, su quella che si è potuta chiamare la leggenda di Saladino, occupandomi specialmente della parte francese del soggetto, sul quale il Fioravanti confessa di avere in ispecial modo poche notizie.[2]

Sono ben lieto di venire in aiuto, per parte mia, ad un lavoratore coscienzioso e modesto; d'altronde, l'oggetto delle sue ricerche è per sé stesso, se non di capitale importanza, almeno abbastanza curioso, perché piaccia di contribuire a farlo conoscer bene; infine, facendo ciò, si toccano punti ancora poco chiari della nostra antica storia letteraria, sui quali esso fornisce l'occasione di spendere un po' di tempo. Presenterò queste note nell'ordine col quale le avevo altra volta classificate, e che non è sempre quello del Fioravanti; mi riferirò al suo lavoro per tutto ciò che vi si trova già sufficientemente chiarito.

I

I racconti dei cristiani su quello, che fu il piú terribile loro avversario e il distruttore del regno di Gerusalemme, gli sono, in generale, in tutto favorevoli; dirò piú tardi qualcosa intorno alle cause di questo fenomeno, in apparenza abbastanza sorprendente. Però bisogna notare che alcuni di questi racconti, e precisamente il piú antico, hanno al contrario uno spiccato carattere di malevolenza che apparisce, in modo naturalissimo, dal dispetto e la umiliazione che le strepitose vittorie del sultano kurdo cagionarono ai vinti, e soprattutto ai cristiani stabiliti in Siria, e da lui cacciati dai loro possessi. Infatti, presso di loro si formò indubbiamente una leggenda ostile, relativa ai suoi primi anni, che noi vediamo diffondersi in Occidente al momento stesso dei suoi piú splendidi successi. Dapprima essa, sotto la forma piú virulenta, ci appare in un curioso poema latino, sin qui inedito e appena segnalato,[3] che non è giunto intero sino a noi, e che deve essere stato composto nel 1187, poco prima della presa di Gerusalemme.

Saladino, di condizione servile, s'introduce nella corte di Norandino, diviene l'amante della moglie, per mezzo della quale ottiene il favore del sultano. A Babilonia (cioè al Cairo) uccide perfidamente un giudice integerrimo alla stessa tavola alla quale colui l'aveva ammesso; penetra con l'astuzia, non potendo entrare con la forza, nella città dove risiede l'amulanus,[4] l'assassina, e s'impadronisce dei suoi tesori che distribuisce tra i complici. In seguito, fa avvelenare Norandino e pone a morte l'unico suo figlio, dopo di che sposa la vedova, riuscendo cosí a diventar padrone di sette reami: è allora che ha l'audacia di combattere i cristiani. Questo quadro con tinte cosí fosche è stato tracciato in Occidente sopra racconti venuti dall'Oriente; le linee vi sono singolarmente esagerate. L'assassinio del giudice del Cairo e quello dell'amulanus corrispondono all'esecuzione del vizir Chaver e all'omicidio del califfo d'Egitto El-Aded, che non senza ragione sembra imputato a Saladino.[5] Il matrimonio di Saladino con la vedova di Norandino è narrato da storici serî, ma il nostro poema è il solo a dire che anteriormente esistessero tra loro relazioni di adulterio. Saladino spodestò il figlio di Norandino, ma non lo mise a morte, e non è mai stato accusato d'avere avvelenato il sultano stesso. Egli non era di condizione servile, dacché era nipote di Siracon o Chirkon, generalissimo di Norandino, e suo padre Ayoub occupava presso quest'ultimo un alto posto.

Minori infrazioni alla verità troviamo nel passo, senza dubbio d'origine palestiniana, che Riccardo, canonico della Santa Trinità di Londra, inserí, circa l'anno 1200, nell'introduzione aggiunta alla sua traduzione del poema francese d'Ambrogio sulla terza crociata.[6] Qui Saladino è di nascita equivoca, ma ha per zio Siracon, il comandante dell'armata che s'impadronisce dell'Egitto per conto di Norandino: uccide a tradimento Savarius (Chaver) e il mulanus, poi, essendo morto Norandino, ne sposa la vedova e caccia via i figli. La favola non si riannoda qui che ai primi atti del futuro sultano, il quale, innalzato ad alte cariche da Norandino, non avrebbe tuttavia esercitate prima altre funzioni da quelle di padrone delle cortigiane di Damasco; distribuisce agli «istrioni» il danaro che ricava da loro, rendendosi cosí popolare, ciò che dà occasione a Riccardo di abbandonarsi ad enfatiche proteste contro i capricci della fortuna, la quale mette un leno sul trono dei re.[7]

A fronte di questi riassunti trova posto un racconto piú particolareggiato, che risale certamente anche ai detti dei cristiani di Siria, e che si trova tanto nell'ultimo rifacimento della canzone di Jérusalem, (ms. B. N. fr. 12659) quanto nella compilazione conosciuta col nome di Chronique d'Ernoul, della quale però una piccola parte può risalire a Ernoul, scudiere di Balian d'Ibelin. Il Pigeonneau[8] crede che questo racconto sia passato al poema dalla cronaca, ma esso varia troppo dall'una all'altra, perché si possa ammettere questa opinione. Nella cronaca (p. 35 e seg.), Saladino è il nipote di un ricco prevosto di Damasco (evidentemente Chirkou); avendo guerreggiato in Egitto contro la mulaine e il suo alleato, il re Amauri di Gerusalemme, è stato fatto prigioniero; suo zio, il sapiente «largo e cortese», lo riscatta dopo la morte d'Amauri, e lo conduce in Egitto, dove riprende la guerra contro la mulaine, che ben presto assediano al Cairo. Lo zio muore e Saladino rimane capo dell'esercito; disperando di prendere la città con la forza, ricorre all'astuzia: fa dire a la mulaine che verrà a chiedergli pace «comme asnes, la somme sor le dos, por torser et por chargier sor lui quankes il lui plairoit». Si presenta infatti e s'avanza su quattro zampe, un basto sul dorso, sino al trono di la mulaine; però quando deve baciargli il piede, cava fuori un coltello, che teneva nascosto, e colpisce la mulaine al cuore; la gente che l'accompagna fa altrettanto attorno a sé e Saladino è padrone del castello. Alla porta di questo castello c'erano sempre due cavalli sellati e brigliati che attendevano un cavaliere; secondo un'antica profezia, doveva un giorno venire un uomo «qui avroit nom Ali, et monteroit sor ces chevaus, et seroit sire de tote paienie et d'une partie de crestienté»; Saladino «monta sor les chevaus qui atendoient Ali, et aloit criant par la cité qu'il estoit Ali, qui venus estoit a cheval». In tal modo s'impadronisce dell'Egitto. Più tardi, essendo morto Norandino, Saladino ne sposa la vedova e diventa padrone del suo impero.[9] La stessa storia si rinviene, però con differenze abbastanza grandi, nel poema: qui Saladino è l'erede legittimo del re d'Alessandria Eufradin; è stato spogliato e bandito da suo zio Alfadin, ma piú tardi, con l'aiuto di suo fratello Safadin, ricupera il reame e uccide lo zio. In seguito uccide la mulaine d'Egitto, presso a poco come nella cronaca, e monta sul cavallo predestinato (qui non ve n'è che un solo), dopo averlo stordito gridando Alis (il rimatore non sembra comprendere il senso di questo grido); in seguito conquista parecchi reami; di Norandino non v'è cenno (ms. 12159, fol. 357).

Questo travestimento degli esordi del glorioso sultano, ricomparisce in un'opera assai posteriore e della quale bisogna dire qualche parola, perché nella storia letteraria non è stato ad essa dato il posto che deve avere. Si tratta del romanzo di Jean d'Avesnes, che ci hanno conservato due manoscritti, uno dell'Arsenale, scritto verso il 1460, e di cui lo Chabaille ha pubblicato un'analisi e numerosi estratti (Abbeville, verso il 1845, picc. in-8º), l'altro della Biblioteca Nazionale (fr. 12572,) sino ad ora non indicato. Quest'opera si compone di tre parti ben distinte. La prima parte (Chabaille, p. 17-46) è un piccolo romanzo, che sembra appartenere tutto intero al secolo XV e che a noi non interessa. La seconda (p. 46-63) è la storia piú antica della figlia del conte di Pontieu, di cui parleremo piú tardi. La terza (p. 63-89) è semplicemente il rifacimento in prosa di una parte, perduta nella sua forma originale, d'un immenso poema del quale non si sono conservati in versi che due frammenti, se tali possono chiamarsi due brani, di cui il primo conta piú di 35,000 versi e il secondo piú di 34,000. Questo poema, composto nel nord-est della Francia, senza dubbio poco dopo il 1350,[10] doveva comprendere un'intera storia delle crociate (in gran parte, ben inteso, romanzesca), cui sembra essersi riannodato, bene o male, un racconto delle guerre di Filippo il Bello contro i Fiamminghi. La prima parte è stata pubblicata dal Reiffenberg e dal Borgnet, sotto il titolo di Le chevalier au Cygne et Godefroid de Bouillon; s'arresta al punto in cui Baldovino di Gerusalemme, fratello e successore di Goffredo, parte per una favolosa spedizione contro la Mecca. Dopo una lacuna, della quale non conosciamo l'estensione, comincia la seconda parte conservata, pubblicata dal Boca e dallo Scheler sotto il titolo di Baudouin de Sebourc e di Bastart de Bouillon. Un altro «ramo» forma il terzo libro di Jean d'Avesnes; un altro ancora costituisce il fondo del romanzo di Baudouin de Flandres; essi non esistono che in prosa, salvo alcuni versi dell'ultima, che per caso ci sono stati conservati.[11]

Ad un poema del secolo XIV dobbiamo dunque riferirci per il racconto che Jean d'Avesnes ci dà dei primi successi di Saladino. Questo racconto è stato completamente omesso dallo Chabaille; si legge nei fogli 164 e seguenti del ms. 12572; diciamo solamente che si riannoda tanto a quello della Chronique d'Ernoul quanto a quello della chanson.[12] Vi si aggiunge un passo che io non ho rinvenuto altrove: davanti la porta del palazzo di la mulaine si trovava una «scalinata» fatta d'un solo smeraldo; Saladino la fece fare in pezzi e distribuire ai suoi compagni, e di là provengono tutti gli smeraldi oggidí sparsi nel mondo.

II

Eccezion fatta di questi, la cui tendenza è visibilmente ostile, tutti gli altri racconti leggendarî su Saladino gli sono favorevoli. Alcuni si contentano di celebrare le sue virtú, altri si sforzano di ravvicinarlo ai Cristiani, attribuendogli una disposizione, piú o meno seguita in pratica, a riconoscere e a professare la fede de' Cristiani. Questi due generi di racconti si trovano naturalmente assai spesso mescolati, e noi parleremo ad un tempo tanto degli uni quanto degli altri.

Dapprima si volle che Saladino, ammirando l'istituzione cristiana della cavalleria, si fosse fatto egli stesso armare cavaliere. Già Riccardo della Santa Trinità, in mezzo al racconto cosí poco benevolo che ho riassunto piú innanzi, nota incidentalmente (I, 31): _Processu temporis, cum jam aetas robustior officium militare deposceret, ad Enfridum de Turone, illustrem Palaestinae principem, paludandus accessit et Francorum ritu cingulum militare ab ipso suscepit._ Onofrio di Toron, conestabile dei regno di Gerusalemme, era infatti uno dei piú rinomati principi del suo tempo. Fu signore di Crac di Montréal dal 1169 al 1172, ed è assai probabile che anche a lui si riferisca il racconto della Chronique d'Ernoul, secondo il quale Saladino, prigioniero in quel castello e riscattato da suo zio (v. piú sopra), domandò «an seigneur dou castel que il le fesist chevalier a la françoise, et il si fist» (Chr. d'Ernoul, p. 36). Questa coincidenza dei due racconti, d'altra parte indipendenti, non ci esime dal farci credere che possano contenere qualche fondo di verità, e che Saladino si facesse, se non armare cavaliere, almeno istruire nelle cerimonie e negli obblighi della cavalleria da Onofrio di Toron. Tuttavia non ad Onofrio di Toron, ma ad Ugo di Tabaria, principe di Galilea, la tradizione volgare attribuí piú tardi l'onore di aver conferito la cavalleria a Saladino, non quando egli era appena un oscuro emiro, ma quando si trovava all'apogeo della potenza e della gloria.[13] Ugo di Tabarie, uno dei primi personaggi del regno di Gerusalemme, fu fatto prigioniero nel 1178 da Saladino, e piú tardi posto in libertà;[14] nel 1187, la disastrosa battaglia di Hattin o di Tabarie ebbe luogo quasi sul suo territorio, ma egli fuggí insieme con i tre suoi fratelli; si segnalò piú d'una volta nelle guerre degli anni seguenti, e morí dopo il 1204. Alla battaglia del 1178, in cui era stato fatto prigioniero, si riannoda la leggenda che gli diè la parte da prima attribuita ad Onofrio di Toron. Questa leggenda cosí fissata sul suo nome ci è pervenuta: 1º in un piccolo poema del XIII secolo piú volte pubblicato;[15] 2º in una redazione in prosa che offre qualche variante e che è stampata incompletamente;[16] 3º da questa redazione in prosa, nella terza parte di Jean d'Avesnes;[17] 4º in una redazione italiana che fa parte delle Cento novelle antiche;[18] 5º in una versione neerlandese;[19] 6º in una imitazione inserita nel secolo XIV da Bosone da Gubbio nel suo romanzo l'Avventuroso Ciciliano, in cui la storiella è attribuita a un soldano di Babilonia anonimo e a un cavaliere chiamato messer Ulivo di Fontana.[20] Nel poema si è voluto vedere, in modo assai strano, l'opera dello stesso Ugo di Tabaria:[21] è detto sin dal principio che si tratta di un re saraceno che viveva «jadis». L'Ordre de chevalerie ha del resto per iscopo principale di esaltare la cavalleria e di insegnare le virtú che devono segnalarla; l'aneddoto dell'armar cavaliere Saladino non serve che di pretesto per la narrazione dell'autore. Costui aveva attinto a una tradizione popolare preesistente,[22] da cui ha altresí tolto a prestito il racconto della generosità di Saladino verso lo stesso Ugo di Tabaria: gli accorda la libertà di dieci prigionieri cristiani a sua scelta, ma gl'impone una tassa di centomila bisanti, obbligandolo a fare, per riunire questa somma enorme, una colletta tra i «prud'hommes», lasciandogli, sulla parola, un anno di libertà condizionale. Ugo non ne ha bisogno: prende il sultano in parola, e ne ottiene cinquantamila bisanti, e gli emiri, ai quali si rivolge in seguito, glie ne promettono tredicimila piú di quanti gli bisognano. Saladino gli anticipa questi tredicimila bisanti, dando cosí una prova meravigliosa della sua «largesse».

La generosità era, come è noto, considerata nel Medio Evo, almeno tra i poeti e per motivi facili a comprendersi, come la virtú per eccellenza dei principi,[23] infatti, quella che si attribuisce, e non senza ragione, a Saladino, lo rese celebre quasi come, per la stessa ragione, era Alessandro.[24] Dante esclama nel Convivio (IV, 11): «E chi non ha ancora nel cuore Alessandro per li suoi reali beneficii? Chi non ha ancora il buon re di Castella, o il Saladino...?». Ed è assai probabile che per questa considerazione, egli, nel Limbo, in mezzo agli eroi dell'antichità risparmiati dal vero inferno, abbia dato posto a Saladino, il solo dei mussulmani.

E solo in parte vidi il Saladino.
(Inf., IV, 129).

Questa «largesse» di Saladino è argomento di piú d'un racconto. Abbiamo già veduta la storia del «perron» di smeraldo e quella del riscatto di Ugo di Tabaria; ve ne sono anche altre. Secondo il Ménestrel de Reims, egli rimanda assai liberalmente il re Guido di Lusignano, fatto prigioniero in quella grande battaglia di Tabaria, da cui fu prodotta la rovina del regno di Gerusalemme.[25] A un altro prigioniero francese, cui aveva posto affezione e che vedeva rimpiangere la sua famiglia e il suo paese, aveva accordato, secondo una delle Novelle antiche,[26] un dono di 200 marchi. Il tesoriere incaricato di stendere l'ordine di pagamento scrisse per errore 300; volle correggere, ma Saladino guardandolo: «Metti 400, gli disse, non sarà detto che la tua penna sarà stata piú liberale di me».[27] Un aneddoto simile è riferito, come si sa, a un signore d'Anglure. Secondo Jean le Long, cronista del sec. XIV, il sultano vicino a morire fece venire questo signore, che era suo prigioniero, e gli chiese come un onore di portare le sue armi (insignia) e di adottare il suo grido di guerra (Damasc!), mediante le quali cose lo libererebbe con altri prigionieri; il cavaliere accettò, ricevette la libertà, e mantenne la parola.[28] Secondo un altro racconto, il signore d'Anglure, posto in libertà provvisoria per raccogliere il prezzo del suo riscatto, sarebbe ritornato a costituirsi prigioniero, non avendo potuto riuscirvi, e Saladino, commosso per la sua magnanimità, l'avrebbe reso libero alle stesse condizioni; è perciò che i signori d'Anglure si chiamarono piú tardi Saladin, e adottarono il grido e le armi del sultano.[29] Questa generosità spicca altresí in un grazioso aneddoto che il Ménestrel de Reims pone in bocca ad un prigioniero saraceno che sarebbe stato lo stesso zio del sultano. Saladino aveva inteso vantare assai la carità dell'ospedale di S. Giovanni d'Acri. Giammai si diceva, un malato si è visto rifiutare ciò che desiderava. Per assicurarsene si travestí da pellegrino e si fece ricevere come malato nel celebre ospedale. Per tre giorni rifiuta ogni nutrimento; per le preghiere del «maître des malades», dapprima dichiara che non mangerà a meno che possa ottenere una cosa che non può avere, «que ce est forsenerie a penser et a vouloir». Infine, dopo che gli è stato assicurato che «onques malades qui çaienz fu ne failli a son désir, se on le pot avoir pour or ne pour argent», egli confessa la sua cupidigia: «Je demant le pié destre devant de Morel le bon cheval au grant maistre de çaienz, et vuel que je li voie couper devant moi presentment, ou se ce non ja mais ne mangerai». Il «grand maître», saputa questa fantasia, ne è assai turbato, ma del resto: «Mieuz vaut, dice, que mes chevaus muire que uns hons, et d'autre part il nous seroit reprouvé a touz jourz mais». Si conduce quindi il cavallo davanti al pellegrino: vien legato, e già un valletto alza l'ascia per tagliargli il piede, quando Saladino esclama: «Tien coi! ma voulentez est assevie, et mes desiriers tornez en autre viande: je vueil mangier char de mouton». In ricompensa, manda piú tardi all'ospedale d'Acri una carta nella quale fa dono di mille bisanti l'anno tolti sulle sue «rentes de Babiloine», e «d'enqui en avant furent paié le mil besant chascun an au jour de la Saint Jehan». Qui la munificenza saracena è vinta dalla carità cristiana.[30]

Questa storiella ci indica una di quelle visite presso i Cristiani che si attribuirono assai per tempo a Saladino e che sono specialmente destinate a mettere in confronto le due religioni. Se ne trova un esempio piú antico in uno dei rifacimenti del poema di Jérusalem.[31] Durante una tregua con i Cristiani, Saladino viene a Gerusalemme, ancora posseduta da costoro, e assiste alle cerimonie del loro culto: le giudica tutte molto belle, salvo una, che gli sembra abusiva e ridicola, il costume dell'offerta fatta dai fedeli al clero. Qui non vi è se non una malizia abbastanza inoffensiva, ma sembra che si sia divulgata assai per tempo una storiella di carattere piú grave, secondo la quale Saladino, disposto ad abbracciare la vera religione, ne sarebbe stato distolto dallo spettacolo dei costumi dei preti, e particolarmente dei prelati, quando gli fosse stato prescritto di osservarli. Lo racconta almeno Gilles de Corbeil nel suo poema ancora inedito e intitolato Jerapigra ad purgandos prelatos, composto verso l'anno 1215.

Ecco l'intero passo che V. Le Clerc ha in parte citato secondo il manoscritto:[32]

Catholice fidei leges et dogmata Christi
Legit et audivit Saladinus, rex Orientis,
Doctoresque suos, quos lex gentilis habebat
Precipuos, tante jus[s]it decreta sophie
Chaldeis mandare notis, ut pabula sancta
Crebra recenseret illi recitatio vite.
Sed fidei celebris adeo reverentia movit
Concussitque virum, tanta admiratio mentem
Impulit, ut nostre se vellet subdere legi.
Seque catholicis cuperet nodare cathenis.
Rex ergo cepit studio explorare fideli
Que prelatorum foret observatio morum,
Qualis religio populi, que vita ministros
Ecclesie regeret; que postquam singula novit.
Spurcitiam, mores pravos, vitam[que] palustrem,
Luxuriam, fraudem, invidiam, scelus atque rapinam,
Et fraternum odium, cupidi quoque pectoris estum,
Membrorum et capitis tantum discrimen haberi,
Flexit in oppositam mentis vestigia partem,
Et profugus retro vertit iter; cultum reprobavit
Et meritum fidei vitio cultoris iniqui.
Proh! summum facinus, quod, tanto rege repulso
Labe sacerdotii nequam populique maligni.
Artatum Christi imperium, quod crescere supra
Posset in immensum dilatarique valeret
Ex tanti virtute viri! Sed prava malorum
Vita ministrorum summe perterruit illum,
Extinxitque bone conceptum mentis in ipso. (fol. 39 v).

Conforme a questo tipo, ma generalmente con minore asprezza, i racconti delle visite di Saladino ai Cristiani divengono cosí una specie di «lettres persanes», in cui, anche esaltando la religione cristiana, si fanno criticare da Saladino alcuni abusi cui essa dà luogo o alcune negligenze cagionate da coloro, che dovrebbero praticarla meglio di tutti. Talvolta la critica sembra andare anche piú in là, sino agl'insegnamenti della religione stessa. Nel poema indicato poco fa, il quale ha servito di base alla terza parte di Jean d'Avesnes, la confessione e l'adorazione del papa per opera dei cavalieri cristiani, di cui è stato testimonio a Roma, fanno sdegnare l'orgoglioso soldano. «Vouz aourez, dice, un homme comme moy ou un aultre; qu'il ait puissance de pardonner ce que avés meffet a aultruy, ce ne croiray je de ma vie; et par la foy que je doy a tous les dieux que homme puisse aourer,[33] se ore le tenoye en Surie, je le feroye detraire a chevaux».[34] Qui la satira sembra mettersi al di sopra degli elementi stessi della fede cristiana, ma essa non ha alcun risultato, trovandosi in un'opera in cui regna da un capo all'altro, a fianco della piú credula devozione, un brio borghese e grossolano, che si ride di tutto e che non dà nessuna importanza alle barzellette che prodiga.

Spesso è anche il modo di comportarsi dei Cristiani che distoglie Saladino dall'abbracciare la loro religione, per quanto egli sembri preferirla alle altre. Una celebre storia che gli si attribuisce,[35] è in realtà molto anteriore a lui: Pier Damiano, nel sec. XI, la riferisce a un re pagano contemporaneo di Carlo Magno, il falso Turpino al re saraceno Agolante, l'autore d'Anseïs de Carthage a Marsilio, quello delle Enfances Godefroi al re di Gerusalemme Cornumarant: tutti questi infedeli, per quanto disposti a convertirsi, sono sdegnati a vedere che i Cristiani, i quali dichiarano che i poveri sono «les messagers de Dieu»,[36] li trattano in modo cosí poco onorevole che ai banchetti, cui li ammettono, li fanno sedere in terra e non dànno loro che i rifiuti del pasto.[37] Una storiella narrata nelle Cento novelle antiche è piú puerile: Saladino, durante una tregua, invita a un pasto i Cristiani, e dà loro, per sedersi, dei magnifici tappeti, sui quali ha fatto ricamare ovunque croci d'oro; i Cristiani, senza porvi attenzione, calpestano le croci coi piedi e vi sputano sopra, donde Saladino conclude che solo a parole amano la loro religione.[38] Piú imprudenti sono i monaci, i quali, venuti per convertir Saladino, si lasciano ubriacare e indurre a un peccato piú grave ancora, abbandonando cosí la loro religione e le loro persone al disprezzo del sultano.[39]

Piú interessanti sono quei racconti, che fanno vedere il gran sultano titubante fra le tre religioni che si dividevano il mondo allora conosciuto. Il piú celebre e il piú bello è quello in cui un ebreo, che egli vuol confondere domandandogli qual sia la migliore religione, gli narra la parabola dei tre anelli;[40] tuttavia Saladino vi rappresenta una parte passiva che in origine non gli era stata attribuita. Una novella che nel secolo XIII raccolse il rimatore austriaco Jans Enenkel o Enikel mette il sultano piú direttamente in scena: «Quando fu vicino a morte, chiese lungamente a se stesso a qual Dio rimettere la sorte dell'anima sua, a quello dei giudei, dei mussulmani o dei cristiani: quale era il piú potente? Nel dubbio, volle conciliarseli tutti e tre. Possedendo egli una tavola fatta d'un enorme zaffiro, la fece spezzare in tre pezzi,[41] e ne fece portare uno alla principale sinagoga, uno alla chiesa e uno alla moschea di Gerusalemme, dopo di che morí».[42] Tutto compreso, noi abbiamo qui una speculazione abbastanza grossolana, come se ne attribuiscono a piú d'un sedicente barbaro convertito al cristianesimo;[43] però la novella è ancora imparziale, come quella dei tre anelli nella sua forma primitiva. I narratori cristiani non dovevano naturalmente limitarsi a ciò; già nella Chronique d'outre mer, compilazione del sec. XIII, della quale indicherò piú in là i diversi elementi, la bilancia pende dal lato della religione cristiana: «Ançois que il morust, manda il le califfe de Baudas et le patriarche de Jerusalem et des plus sages juïs c'om pot trover en la tiere de Jerusalem; car il voloit savoir por voir la quele lois estoit la meillors. Assés desputerent ensamble, et soustenoit cascuns la soie loi por la meillor. Li juï disoient qu'il ne pooit estre que Diex nasquist sans conception de pere et de mere et sans engendrement, et tout autretel dist li califfes; encontre tout çou fu li patriarces, et moult monstra de biaus examples et de bieles paroles. Quant Salehadins ot oïes les paroles de cascun, il dist que il ne se savoit a la quele tenir; dont fist trois parties de l'avoir que il avoit conquesté, si dona as crestiiens la meillour, et l'autre as Sarrasins et la tierce as jüïs, et si delivra tous ceus qu'il avoit en ses prisons».[44] Ma la forma di questo aneddoto, ad un tempo il piú ingegnoso e il piú favorevole al cristianesimo, si trova in una raccolta latina del secolo XIII, che ci è stata conservata in un prezioso manoscritto di Tours, e di cui noi dobbiamo la conoscenza a Leopoldo Delisle. Vi si racconta, come nelle precedenti versioni, che Saladino, prima di morire, fece venire l'ebreo, il cristiano e il saraceno, reputati tra i piú saggi di Gerusalemme, e domandò a ciascuno di essi qual'era la miglior loi: «La mia, disse l'ebreo, e se l'abbandonassi abbraccerei la legge cristiana, che ne discende. — La mia, disse il saraceno, e se l'abbandonassi abbraccerei la legge cristiana, da cui discende. — La mia, disse il cristiano, e a nessun costo l'abbandonerei per un'altra». Allora egli disse: «Quei due, abbandonando la loro legge, s'accorderebbero ad accettar questa; costui non accetterebbe altro che la sua: io la giudico la migliore e la scelgo».[45]

Le due tendenze che abbiamo osservate, una che fa di Saladino il portavoce di alcune satire contro la Chiesa, l'altra che lo mostra inclinato verso il cristianesimo, si riuniscono in un racconto di Bosone da Gubbio, che si riferisce ai viaggi del sultano in Europa: vedendo la cupidigia dei preti, specialmente del papa e dei cardinali, esclama che la religione cristiana è visibilmente la migliore di tutte, dacché il Signore dei Cristiani è abbastanza paziente e misericordioso per sopportare simili offese, ciò che non farebbe certamente il Signore delle altre leggi.[46] Qui abbiamo il primo abbozzo, assai goffamente tracciato, dell'ammirabile e mordace novella del giudeo Abramo nel Boccaccio, e della sua impreveduta conversione dopo il viaggio di Roma.[47]

Sia come si voglia, per un motivo o per l'altro, si credette volentieri che Saladino fosse stato internamente persuaso della verità del cristianesimo e che avesse altresí ricevuto il battesimo. Il manoscritto latino che è stato citato poco fa, lo riferisce, aggiungendo ut dicitur, come conclusione del suo consulto in extremis.[48] D'altronde bastò immaginare che avesse dovuto, per la presenza dei suoi, limitarsi ad una specie di simulacro, la cui virtú non sarebbe forse sembrata sufficiente a un teologo: «Une chose fist a la mort, dice il preteso zio di Saladino nei Récits du ménestrel de Reims, qui mout nous ennuia; car quant il fu si apressez qu'il vit bien que mourir le convenoit, si demanda plein bacin d'iaue. Et maintenant li courut uns varlez aporter en un bacin d'argent, et li mist a la main senestre. Et Salehadins se fist drecier en son seant, et fist de sa main destre croiz par deseure l'iaue, et toucha en quatre lieus sour le bacin, et dist: Autant a de ci jusques ci comme de ci jusques ci. Ce dist il pour qu'on ne se perceüst. Et puis reversa l'iaue sour son chief et sour son cors, et dist entre denz trois moz en françois que nous n'entendimes pas, mais bien sembla, autant comme j'en vi, qu'il se bautizast.[49]

III

L'ingegno di Saladino, i suoi successi, le sue grandi qualità personali ispirarono una naturale ammirazione ai crociati di Francia e d'Inghilterra, i quali, al seguito di Filippo e di Riccardo, erano andati a combatterlo in Siria; la tolleranza di cui, in generale, fece prova verso i Cristiani sottomessi al suo potere, l'umanità che spesso mostrò verso coloro che avea vinti,[50] ispirarono nei suoi avversari un rispetto ed anche una simpatia involontari. Per giustificare questi sentimenti s'era pensato di attribuirgli per la religione cristiana una inclinazione che era ben lungi dall'animo suo, ardentemente ed esclusivamente mussulmano. La stessa tendenza ha fatto nascere una favola piú singolare, secondo la quale il figlio d'Ayoub sarebbe stato, almeno in parte, di razza cristiana e francese: ciò spiega la sua pretesa simpatia per il cristianesimo e i suoi riguardi per i Franchi, oltre di che ciò permetteva a costoro di rivendicare una certa parte delle sue imprese e delle sue virtú. Questa favola sembra aver esistito sotto due forme differenti, entrambe fantastiche, e che s'incontrano solo nelle opere d'un carattere affatto romanzesco e popolare. Hanno di comune questo, che riavvicinano l'illustre sultano alla famiglia dei conti di Pontieu, intermediaria una donna, trasportata quasi miracolosamente in un paese saraceno e data in moglie ad un saraceno; differiscono in tutto il rimanente, ciò che ci fa credere ch'esse sieno sorte indipendentemente su questo semplice indizio, del quale è impossibile determinare l'origine. La meno conosciuta e la piú recente si trova in quel gran poema del sec. XIV, del quale è stato parlato piú innanzi. Secondo questo poema, una «dame de Pontieu», al momento in cui andava sposa a un favoloso Esmeré, cugino di Goffredo di Bouillon, è messa in mare in seguito ad una impresa disgraziata e trasportata dai venti da Nimaye (Nimègue) a Babilonia(!), dove il sultano Saladino la accoglie, la sposa, e ne ha un figlio chiamato come lui, che è il celebre conquistatore.[51] Piú tardi Giovanni di Pontieu, fratello della sultana, essendo caduto nelle mani di Saladino, costui che sa d'essere suo nipote, lo tratta con grandi riguardi, facendoselo amico; nel corso del poema, la parentela di Saladino col conte di Pontieu è spesso rammentata, e quando egli fa un viaggio in Francia, del quale riparleremo, dà occasione a parecchi incidenti.[52] Il cronista Jean le Long o Jean d'Ypres, abate di Saint-Bertin, il quale scriveva circa il 1370, non teme d'aggiungere agl'indizi che raccolse pro e contro Saladino questa singolare introduzione, tolta sia al nostro poema, sia al racconto che gli aveva servito di fonte: Saladinus Turchus, sed de matre Gallica Pontiva.[53]

In un'altra maniera, e molto piú lontana, l'origine francese di Saladino è presentata nel piccolo romanzo in prosa del secolo XIII conosciuto col titolo di Voyage outre mer du comte de Pontieu, o, meno esattamente, di La Comtesse de Pontieu. Questo romanzo è certamente esistito a parte, e ne abbiamo almeno una copia isolata;[54] ma è stato assai presto interpolato in una composizione piú estesa, che ho avuto già occasione di ricordare piú d'una volta, e che è chiamata col nome di Chronique d'outre mer. È una compilazione che non può farsi risalire oltre la metà del sec. XIII. Ci è stata conservata in tre manoscritti della nostra grande biblioteca, i nn. 770 (ant. 7185^{3·3}), 12203 (ant. suppl. fr. 445) e 24210 (ant. Sorb. 397) dei manoscritti francesi.[55] Il fondo di questa compilazione è formata dall'opera anteriore che si designa, secondo l'edizione che ne ha data il de Mas Latrie, sotto il nome di La Chronique d'Ernoul, e della quale sarebbe troppo lungo studiare qui gli elementi e le relazioni con la grande opera composita, volgarmente considerata come la continuazione di Guglielmo di Tiro, la quale occupa il secondo volume della raccolta degli Historiens occidentaux des croisades. La Chronique d'outre mer dei nostri tre manoscritti riproduce dapprima il testo d'«Ernoul» senza offrire molte piú varianti di quelle dei manoscritti ordinari. A poco a poco la fedeltà nel testo d'Ernoul diventa meno grande, senza cessare d'essere reale; ma ben presto s'intercala una narrazione estranea, la cui fonte è difficile a indovinare e il cui interesse è dei piú minimi, e che continua per lungo tempo a intromettersi nella narrazione presa a Ernoul. Si tratta d'una pretesa guerra di Saladino contro Galacienne «dame de Turquie», suo fratello Ranieri di Coine e i suoi alleati, il «calife de Baudas» e il re Corlin di Nubia; in questa lunga narrazione di intonazione storica, la quale non ha l'attrattiva del romanzo né il merito d'una autenticità qualsiasi, noi vediamo figurare i due figli di Saladino e alla loro testa Lycoredis, del quale l'autore ci dice espressamente: «Che fu chil Lycoredis dont on parla tant au siecle, mais li crestien l'apieloient Coradin».[56] Si tratta dunque di Malek-Moadam o Coradin (Cheryf-Eddin), figlio di Malek-Adel o Saphadin, per conseguenza nipote e non figlio di Saladino, e che certamente non era nato all'epoca in cui il nostro autore gli attribuisce favolose imprese.[57] A partire da questo momento però la Chronique d'outre mer s'allontana parecchio dal testo d'Ernoul, di cui sembra un riassunto fatto a memoria;[58] essa imbroglia nel modo piú inestricabile i fatti storici, soprattutto quelli che si riferiscono all'Occidente, già assai sfigurati nel suo modello, e ricorda all'incirca il tono del Ménestrel de Reims molto piú di quello d'un cronista serio. Quantunque essa non termini alla morte di Saladino, e prosegua sin verso l'anno 1228 il suo racconto incoerente e talvolta incomprensibile, tuttavia è la storia di Saladino quella che costituisce il pernio di tutta l'opera, come mostra l'explicit di due dei tre manoscritti (12203 e 24210): Salhadins fine chi. Però non bisogna sperare di trovarvi utili contributi per il soggetto che ora trattiamo: salvo la storia degli esordi del sultano, tolta a Ernoul, e i due aneddoti, raccontati del resto assai trivialmente, relativi alla sua morte, che abbiamo precedentemente indicati,[59] in quest'opera non v'è nulla che possa interessare né la storia reale, né la storia leggendaria o romanzesca. La versione in prosa dell'Ordre de chevalerie, che uno dei manoscritti della Cronaca (770) ha il merito di averci conservata, in origine non ne faceva parte. La stessa cosa può dirsi del romanzo del Voyage du comte de Pontieu, che si trova in due manoscritti (770 e 12203), ma che manca nel terzo (24210), il piú recente, sebbene il piú fedele dei tre. Degli amatori hanno inserito tardivamente nelle copie della Chronique d'outre mer tanto questo racconto quanto il romanzo.

Il quale ultimo è interessante in se stesso, ma non ha con Saladino se non una lontanissima relazione. Un cavaliere di nome Tibaldo, signore di Domart in Pontieu e nipote di Saint-Pol, ha sposato la figlia del conte di Pontieu (né il padre, né la figlia sono nominati). Dopo cinque anni trascorsi in una unione felice, ma sterile, i due sposi risolvono di andare in pellegrinaggio a San Iacopo per ottenere la posterità, che essi bramano. Traversando una foresta dove si trovano separati dal loro seguito, sono aggrediti da briganti che li depredano, legano Tibaldo e violano la moglie sotto i suoi occhi. Partiti i briganti, egli chiama la moglie per esser liberato. «La dame ala cele part ou mesire Thiebaus gisoit, et vit une espee gesir ariere, qui fu a un des larons qui ocis fu. Ele la prist, et vint envers son seigneur, plaine de grant ire et de mauvaise voulenté qui li iert venne, car ele doutoit mout qu'il ne l'en seüst mal gré de chou que il l'a voit ensi veüe, et qu'il ne li reprouvast en aucun tans et li mesist devant chou que avenu li estoit; si dist: Sire, je vous deliverrai ja. Lors haucha l'espee et vint vers son seigneur et le cuida ferir par mi le cors; et quant il vit le coup venir, si le douta mout.... si tressailli si durement que les mains et li doi li furent desserré, et ele le feri si que ele le blecha un poi et coupa les coroies de coi il estoit loiiés. Et quant il senti les loiiens laskier, il sacha a lui et rompi les coroies, et sailli sus en piés, et dist: Dame, se Diu plaist, vous ne m'ochirés meshui! Et ele dist: Chertes, sire, che poise moi!» Il conte compie il suo pellegrinaggio senza riparlar con sua moglie di questa strana avventura, «et l'en mena en son païs a ausi grant joie et a ausi grant honnour comme il l'en avoit amenee, fors de gesir o li». Però si trova obbligato, malgrado la sua resistenza, a raccontare l'accaduto al suocero, il conte di Pontieu, e la giovine donna, interrogata, non solamente riconosce la verità tutta intera del racconto, ma ripete: «Encore me poise il que je ne l'ochis». Il conte, meno indulgente di suo genero, infligge a sua figlia un crudele castigo. Trovandosi un giorno a Rue, la conduce in mare, con suo marito, in un battello, in cui egli ha fatto portare una botte, fuoco e pece. In alto mare la fa entrare nella botte, la quale vien turata e accuratamente spalmata di loto e la getta nel mare gridando: «Je te commant au vent et as ondes!» Alcuni mercanti fiamminghi che andavano nel paese dei Saraceni, pescano la botte e non sono poco sorpresi nel trovarvi una bella e giovine donna vicina a morire; la conducono a Aumarie[60] e la regalano al soldano del luogo. Costui la sospetta di alto lignaggio, quantunque essa nasconda ostinatamente il nome e la sua origine, s'innamora di lei, le domanda di rinnegare il cristianesimo e di divenire sua sposa. «Ele vit bien ke mius li venoit a faire par amours ke par forche, si li manda ke ele le feroit voulentiers». Ella dunque lo sposa, ne ha ben presto una figlia e piú tardi un figlio. Intanto il conte di Pontieu, suo figlio e suo genero vivevano nel dolore, e il primo si pentiva della sua crudeltà. Tutti e tre si fanno crociati, e al ritorno della Terra Santa un naufragio li getta ad Aumarie. Il soldano li fa mettere in prigione, e perché, in un giorno di festa, i suoi arcieri, secondo l'uso, gli domandano un cristiano per servir loro di bersaglio, egli fa estrarre dalla prigione il conte di Pontieu. La moglie del soldano, quando lo vede, si sente commossa, e altrettanto fa per il suo primo marito e per suo fratello. Un giorno li scongiura di dire tutta la verità, e domanda loro che cosa è avvenuto di colei ch'essi han detto essere stata la moglie dell'uno, la figlia e la sorella degli altri. Il conte di Pontieu le narra tutta la storia negli stessi termini coi quali l'autore l'ha già detta. Quando essa ascolta la narrazione del delitto che ha voluto commettere la moglie di Tibaldo, esclama, come se il suo sentimento di pudore femminile bastasse a farle comprendere l'azione ispirata a un'altra donna da questo sentimento: «Ha! sire, bien sai por coi ele le vaut faire. — Dame, por coi? — Chertes, fait ele, por la grant honte que il avoit veü que ele avait soferte et receüe devant lui. Quant mesires Thiebaus l'oï, si commenche a plourer mout tenrement et dit: Halas! quel coupe i avoit ele? Ja por chou piour semblant ne l'en eüsse fait, car che fu mal gré sien. — Sire, fait la dame, che ne cuidoit ele pas».[61] D'altronde il conte di Pontieu e Tibaldo non dubitano che la loro figlia e moglie non sia morta. «Ma, dice la sultana, sareste contenti di sapere che vive ancora?» Entrambi assicurano che nulla potrebbe recar loro gioia piú grande. «Quant la dame ot oïes lor paroles, si li atendri li cuers, si loa Diu et en rendi graces a lui, et lor dist: Or gardés k'il n'i ait feintise en vos paroles. Et il respondirent et dirent: Dame, non a il. La dame commencha mout tenrement a plourer, et lor dist: _Sire, or poés vous bien dire ke vous estes mes peres, et je sui vostre fille, ichele dont vous presistes si cruel justiche; et vous, messires Thiebaus, estes mes sires et mes barons; et vous, sire vallès, estes mes freres»_. Questa scena non manca certamente di patetico nell'estrema semplicità della forma; richiama involontariamente il dialogo di Giuseppe con i fratelli in Egitto, e ha valso in gran parte al nostro racconto l'interesse, che non ha cessato di esercitare sin da quando è stato posto nuovamente in luce. — Qualche tempo dopo, la donna trova il modo di evadere con i suoi conducendo con sé il figlio che ha avuto dal sultano; si fa assolvere a Roma, dove ritorna alla fede cristiana e rinnova il suo matrimonio, e tutti ritornano nel Pontieu. Piú tardi il figlio del soldano d'Aumarie, che è stato battezzato col nome di Guglielmo, sposa la figlia di Raul di Préaux, potente barone normanno, e diventa signore di Préaux; il figlio del conte di Pontieu muore giovane, e i due figli che Tibaldo ha avuto da sua moglie dopo la loro riunione ereditano per conseguenza uno la contea di Pontieu, l'altro quella di Saint-Pol. Intanto la figlia del soldano era rimasta presso suo padre: «Elle crut en grant biauté et mout devint sage, et fut apielee la Bele Caitive, por chou que sa mere l'avoit laissiee ensi comme vous avès oï». Ella sposa «un Turc mout vaillant», chiamato Malakin di Baudas, che la conduce nel suo paese e «de chele dame ki fu apielee Bele Caitive fu nee la mere au courtois Turc Salehadin, qui tant fu preus et sages et conquerans».[62]

La storia straordinaria della figlia del conte di Pontieu è uno dei racconti medievali che sono stati piú presto esumati e ringiovaniti. Nel 1679, il Citri de la Guette pubblicava sotto il titolo d'Histoire de la conquête du royaume de Jérusalem sur les chrétiens par Saladin, una traduzione in francese moderno, generalmente assai esatta, della Chronique d'outre mer, con le due interpolazioni dell'Ordre de chevalerie e del nostro romanzo.[63] Da questo libro, con molta probabilità, il comandante di Vignacourt prese l'idea almeno di una parte importante dell'opera che pubblicò nel 1723 in due volumi: Edèle de Ponthieu, nouvelle historique. Tuttavia egli conservò ben poca cosa del vecchio racconto, e soppresse, per dire il vero, tutto ciò che ne costituiva l'originalità e anche l'interesse.[64] La signora de Gomez fu meglio ispirata nella sua Princesse de Ponthieu, che inserí nelle due Journées amusantes:[65] salvo qualche lieve modificazione, essa seguí l'antico racconto, che conosceva certamente per il libro del Citri de la Guette. Non ne resta, al contrario, quasi nulla nella tragedia del La Place, Adèle, comtesse de Ponthieu, debole imitazione della Zaïre, rappresentata nel 1757;[66] quanto all'opera del Saint-Marc, Adèle de Ponthieu, data nel 1776 e due volte posta in musica, non ha assolutamente di comune con le due opere precedenti altro che il nome dell'eroina.

Questo nome merita di fermarci un istante, perché ha indotto a singolari conclusioni sul romanzo che esaminiamo. L'eroina del romanzo è anonima nell'opera originale; tale è rimasta nel Citri de la Guette e nella signora de Gomez, che ne ha fatto solamente una principessa. A quanto pare, il comandante di Vignacourt ebbe per primo l'idea di darle il nome di Èdèle, che il La Place ha imitato cangiandolo in Adèle: questi due nomi non sono che la variante uno dell'altro, ed entrambi erano poco in uso durante il sec. XVIII. Si trova nella famiglia di Pontieu una Adela, figlia di Giovanni II e moglie di Tommaso di Saint-Valeri alla fine del secolo XII: percorrendo qualche genealogia, il Vignacourt avrà messo gli occhi sopra questo nome, l'avrà trovato di suo gusto e l'avrà dato alla sua eroina, lasciando al marito il cognome di Saint-Valeri, ma sostituendo al nome di Tommaso quello piú decoroso d'Enguerrand. La tragedia del La Place, che ebbe qualche successo, consacrò il nome d'Adèle di Pontieu (sostituito da lui a Édèle), e quando si riscontrò che effettivamente vi era stata una Adela nella famiglia di Pontieu, si credette d'aver trovato la prova che il vecchio romanzo non fosse senza fondamento storico, e, seguendo il processo abituale in simili casi, si cercò di rinvenire questo fondamento, eliminando dalla narrazione ciò che era troppo evidentemente meraviglioso ed inverosimile. Il Louandre, nella sua Histoire d'Abbeville, dopo d'aver menzionato Adele, figlia di Giovanni II di Pontieu e sposa di Tommaso di Saint-Valeri, aggiunge: «Fu questa giovane e bella principessa che i briganti oltraggiarono e che Giovanni fece precipitar nei flutti, credendo di cancellare in questo modo l'affronto fatto al suo sangue.[67] Questa avventura, cosí come la conosciamo, si è senza dubbio alterata e la finzione, come nella tragica storia della dama di Coucy,[68] vi tiene posto piú della realtà. Sia come si vuole, Adele è restata nel Ponthieu l'eroina d'una tradizione celebre.[69] Il ricordo della sua sciagura, dopo aver ispirato i trovieri del Medio Evo,[70] ha fornito il soggetto ad opere in musica, a tragedie e a poemi per i verseggiatori moderni».[71] Il Louandre avrebbe dovuto rammentarsi che il romanzo fa della figlia del conte di Pontieu la bisavola di Saladino: essa avrebbe dovuto dunque nascere verso il 1070,[72] mentre che Ale (è la vera forma francese di Adela) di Pontieu nacque verso il 1160; del resto, non si trova, beninteso nella: storia, alcuna traccia della tragica avventura attribuita qui alla moglie di Tommaso di Saint-Valeri. Ciò non ha impedito agli ultimi editori del romanzo del secolo XIII di dire, citando il Louandre, che «nelle avventure della nostra eroina non è tutto fittizio», e che essa ha esistito «sotto il nome di Adele di Ponthieu, moglie di Tommaso di Saint-Valery e figlia di Giovanni I di Ponthieu, durante la seconda metà del secolo XII».[73] Ahimè! anche la sua esistenza, in quanto figlia unica d'un conte di Pontieu[74] maritata a un Tibaldo di Domart,[75] non è reale piú delle sue disgrazie, o dell'introduzione di tre figli nelle liste genealogiche delle case di Pontieu, di Saint-Pol, e di Préaux: i valorosi Guglielmo, Giovanni e Pietro di Préaux, questi fedeli compagni di Riccardo, che combatterono cosí valorosamente contro Saladino, non sospettavano affatto d'esser suoi cugini e d'avere avuto per avolo il figlio del soldano d'Almeria!

Il nostro romanzo ci presenta probabilmente, seguendo un fenomeno assai conosciuto, l'applicazione d'una novella popolare a un dato leggendario, da cui era del resto indipendente. Si credeva, senza che noi sappiamo come questa credenza nascesse, che la figlia d'un conte di Pontieu avesse sposato uno degli avoli di Saladino: si cercò d'immaginare per quali avventure essa avesse potuto essere trasportata in paienie e risolversi a sposare un saraceno. Si fece uso di un racconto assai commovente, che apparteneva a un gruppo di narrazioni molto sparse nel Medio Evo, le quali hanno per iscopo di dimostrare che gli uomini s'arrogano a torto il diritto di giudicare e di condannare le colpe dei loro simili, e che la misericordia divina confonde spesso con dei prodigi la pretesa giustizia umana. Noi possediamo una variante abbastanza bella, quantunque tarda (secolo XIV), del tema cui sembra appartenere la novella della bisavola di Saladino: il Dit des annelets. La colpa della moglie qui è diversa, piú grave in realtà, quantunque non sia se non intenzionale: partita con suo marito dal Boulonnais, come la nostra eroina dal Pontieu, per il pellegrinaggio di San Iacopo, essa si lascia trascinare, quasi contro sua voglia, a seguire in un castello solitario un cavaliere, che ha incontrato i viaggiatori e che s'è unito ad essi; quando il marito li sorprende, ella sostiene l'audace menzogna del suo complice (che non è ancora tale di fatto) assicurando esser questi il marito e l'altro un intruso. Un dibattito giudiziario ha luogo tra i due rivali, e già il pentimento piú sincero e piú profondo s'è impadronito del cuore della povera donna, la quale non trema che per il suo sposo. Vincitore, questi la conduce nel loro paese, e là, convocando tutti i suoi parenti ed amici, racconta l'avventura senza nominarne i personaggi, e domanda qual giudizio si darebbe della colpevole, che non solamente ha voluto tradire, ma ha rinnegato suo marito. Il padre della dama dice che, se avesse potere sopra una donna simile, la condannerebbe, e tutti sono del suo parere. Il marito allora, dichiara che si tratta di sua moglie, ma che la punirà in modo da non disonorare la famiglia. La conduce a Wissant,[76] e l'abbandona sul mare in un battello senza ormeggi.[77] Prima di abbandonarla, le fa mettere nelle dita dieci anelletti di ferro, che le entrano nella carne, e getta nell'acqua l'anello d'oro che ella gli aveva dato in altri tempi, dichiarando che si riconcilierà con lei sol quando Dio glielo renda. Trasportata dai flutti in un'isola deserta, vi è raccolta da un conte spagnuolo che ha pietà di lei, la trova bella, le offre invano di sposarla, e, dietro sua domanda, la fa entrare, insieme con dodici beghine, in una casa lungo la strada di San Iacopo, dove essa pratica opere di misericordia verso i pellegrini. S'indovina che dopo qualche tempo si rinvenga nel corpo d'un pesce l'anello gettato nel mare, che il marito ritorni in Galizia per implorare da San Iacopo di riunirlo con sua moglie, che egli la ritrovi, e che, quando le ha perdonato, gli anelli di ferro che avevano quasi marcito le dita e che essa non aveva mai voluto far togliere cadano da sé, per un miracolo di Dio. Si ponga a confronto la prima parte di questa leggenda, alquanto modificata, con una delle scene di riconoscimento che sono frequenti nelle novelle e specialmente in quelle del ciclo cosí ricco e cosí vario della «moglie innocente e perseguitata», e si avrà all'incirca il nostro romanzo, meno gl'incidenti e i particolari che ha saputo aggiungervi, con discreta felicità d'invenzione, colui che l'ha redatto. Gli è stato sufficiente dare all'eroina un conte di Pontieu per padre, maritarla temporaneamente a un soldano saraceno e fare della nipote la madre del gran Saladino, per dare al suo romanzo un interesse maggiore, molto gustato, e riannodarlo con una leggenda che si conosceva vagamente senza sapere su quale fondamento s'appoggiasse.

Non è dunque sorprendente che questo romanzo abbia avuto successo. È passato in Jean d'Avesnes, ma il redattore del secolo XV non si è limitato a ringiovanire la lingua del romanzo del Dugento: anche seguendo assai da presso gli avvenimenti,[78] ha completamente rinnovato lo stile sul gusto del suo tempo e alla semplicità un po' secca del racconto antico ha sostituito una rettorica che, pur non essendo, qua e là, priva di merito,[79] non pecca meno in generale per l'enfasi[80] e la prolissità. Come si è già veduto, ringiovanito nel Seicento, il nostro romanzo ebbe nel secolo XVIII una voga letteraria da compararsi a quella del Châtelain de Couci; doveva però questa voga al suo interesse intrinseco, e non alle origini di Saladino, che i rifacitori avevano persino creduto di dover sopprimere.[81]

IV

Al contrario, si tratta proprio di Saladino in un gruppo di novelle, le quali si riferiscono ai viaggi che in incognito avrebbe compiuti in Occidente. Questi pretesi viaggi sono stati oggetto di parecchi racconti che noi troviamo in Francia, in Italia, e in Ispagna. In Francia non ci se ne presentano in epoca assai remota, ma è assai probabile, come vedremo, che le narrazioni italiane abbiano avuto fonti francesi ora perdute. Attualmente noi non ritroviamo una storiella di questo gruppo che nel poema (scritto dopo il 1350) del quale Baudouin de Sebourc e il Bastart de Bouillon sono due rame; essa non ci è neanche pervenuta nelle redazioni versificate, bensí in Jean d'Avesnes ne abbiamo una in prosa, evidentemente fedele, e i riferimenti ripetuti e precisi che ne son fatti nel Baudouin e nel Bastart non permettono di dubitare che abbia figurato nel poema.[82] Questa storia, tal quale viene presentata qui, è, almeno nella prima sua parte, la semplice imitazione d'una finzione piú antica, appartenente al ciclo della prima crociata e riferita a tutt'altro personaggio che Saladino. Il poema delle Enfances Godefroi, il quale, nella sua forma attuale,[83] è stato redatto circa il 1160, contiene un lungo episodio che è unito al rimanente con un legame assai debole, e che ha dovuto formare in origine un poema isolato, alquanto anteriore a questa data: è il «voyage de Cornumarant». Cornumarant, re di Gerusalemme (personaggio importante degli antichi poemi sulla prima crociata), avendo avuto sentore di una predizione, secondo la quale il duca Goffredo di Bouillon deve togliere la città santa ai Saraceni, va in Francia con un interprete, con l'intenzione di conoscere la potenza del duca e di ucciderlo, se può: come sia riconosciuto dall'abate di Saint-Tron, come riveli l'esser suo a Goffredo, come rinunzi al progetto di omicidio, non è quello che devo raccontare qui. Quanto a Saladino, non è una profezia che lo conduce in Occidente, è semplicemente il desiderio di «veoir la noblesse et le maintien des chrestiens».[84] Si fa accompagnare da suo zio Giovanni di Pontieu (v. addietro p. 27) e da Huon Dodekin, divenuto Huon di Tabarie, cui deve l'ordine di cavalleria (v. addietro p. 11, n. 2). Sbarcano a Brindisi, passano per Roma, traversano la Lombardia e arrivano a Parigi: «Deux ou trois jours furent les barons a Paris pour eulx donner joye, et jamais ne leur eust illec anuyé, pour ce que c'est ung droit monde».[85] Il re Filippo non c'era, ma sono ricevuti dalla regina (che non è nominata), alla quale Saladino fa una viva impressione. I viaggiatori vanno a Saint-Omer, dove risiede il re, e Saladino difende vittoriosamente in singolar tenzone l'innocenza ingiustamente accusata di una fanciulla della famiglia dei conti di Pontieu. A Cambrai si combatte un magnifico torneo, nel quale Saladino ottiene il premio, rovesciando lo stesso re Riccardo d'Inghilterra. La «largesse» e la «courtoisie» dello sconosciuto eguagliano la sua valentia, e la regina ne è sempre piú invaghita. Glie lo dichiara senza ambage e si dà intieramente a lui; anch'egli finisce per confessarle l'esser suo, ma ciò non toglie che ella seguiti ad amarlo.[86] Finalmente egli se ne va in Siria. Però ben presto ne ritorna in tutt'altre condizioni, con una flotta immensa e col proposito di conquistare la Francia: Huon di Tabarie e Giovanni di Pontieu riescono a stornare sull'Inghilterra l'invasione minacciante, e l'Inghilterra stessa è salvata, grazie soprattutto al valore dei cavalieri francesi, in un episodio (il Pas Salehadin) sul quale ritorneremo piú tardi. Ben presto, ritornando in Siria, Saladino viene a sua volta assalito colà dai re di Francia e d'Inghilterra. Questa seconda parte del racconto non è, come si scorge, affatto in relazione con la prima, nella quale vediamo il soldano visitare la Francia per semplice curiosità.

Non unicamente per questo sentimento, ma anche in previsione di una crociata imminente e per il desiderio di informarsi delle forze dei Cristiani,[87] Saladino si risolve a percorrere il mondo nella maggior parte dei racconti italiani. Il piú antico sembra esser quello di Bosone da Gubbio (v. piú addietro, p. 11), del resto assai confuso.[88] Il re di Francia, secondo Bosone, era stato fatto prigioniero da Saladino con molti altri suoi baroni, tra i quali il conte Artese;[89] Saladino usa molte cortesie a quest'ultimo, lo mette in libertà, e gli annunzia che gli farà una visita in Francia. Infatti, travestito da eremita, gli si presenta qualche tempo dopo; quindi, sotto le spoglie d'un mercante, visita col conte l'Europa e critica la prodigalità del re in relazione coll'avarizia del papa.[90] In seguito, nel romanzo di Bosone, accade un'altra avventura la cui scena è in Ispagna: un cavaliere, Ugo di Moncaro, è di un'estrema cortesia verso Saladino, senza riconoscerlo, e di ciò il soldano lo ricompensa piú tardi, quando Ugo è caduto nelle sue mani dopo una disfatta dei Cristiani, rinviandolo libero in patria con altri dieci prigionieri e un presente di dieci mila pezze d'oro.[91]

Secondo il Rajna, queste novelle sono d'origine francese, e niente è piú probabile, sebbene siano singolarmente alterate dalla trasmissione orale. I commentatori di Dante, citati dal Rajna e dal Fioravanti, ci mostrano che durante il secolo XIV questa idea dei viaggi di Saladino era molto sparsa in Italia: «Questi, dice Iacopo della Lana, fue soldano di Babilonia, lo quale fue sagacissima e savia persona, sapeva tutte le lingue,[92] e sapeva molto bene trasformarsi di sua persona; cercava tutte le provincie e tutte le terre sí de' Cristiani come de' Saracini, e sapeva andare sí segretamente che nulla sua gente né altri lo sapea». Il Boccaccio, nel suo commento, ci attesta anche la diffusione di questa tradizione: «_Credesi_ che, trasformatosi, gran parte del mondo personalmente cercasse, e massimamente intra' Cristiani, li quali, per la Terra Santa da lui occupata, gli erano capitali nemici». Sembra evidente, come è stato notato,[93] che quest'ultima parte della frase indichi che Saladino esplorasse i paesi dei Cristiani allo scopo d'informarsi delle forze delle quali avrebbero potuto disporre contro di lui. Lo stesso Boccaccio lo dice espressamente nella bella storia di Messer Torello (Decam., X, 9), il quale, come Ugo di Moncaro, si mostra, a Pavia, d'una cortesia squisita verso Saladino vestito da mercante, e piú tardi riceve da lui una meravigliosa ricompensa:[94] Saladino aveva intrapreso il suo viaggio in «Ponente» per vedere da se stesso i preparativi della crociata, a tempo di Federico I. Era insomma uno spionaggio, e se il sultano fosse stato riconosciuto, rischiava di pagar molto cara la sua temerità.