ENRICO PANZACCHI
RACCONTI INCREDIBILI
E CREDIBILI
ROMA
STABILIMENTO TIPOGRAFICO E. PERINO
62 — Vicolo Sciarra — 62
1885
Proprietà Letteraria
COI SORDINI
Accadde ben presto ciò che il vecchio Petronio aveva preveduto e temuto; e, caldo ancora del rabbuffo che aveva toccato dalla signora contessa, entrò nella stanza del giovinotto.
— Mio caro, non sono io stato indovino? Il vostro strumento mi tira addosso de’ guai. Scendo adesso dal quartiere della signora che m’ha parlato chiaro, o smettere di sonare o uscir subito da questa casa.
Il giovine prima terminò la sua frase melodica, posò l’arco attraverso il leggìo, il violino sulle sue ginocchia, poi guardò il vecchio portiere col viso costernato, come chi è tolto bruscamente da pensieri piacevoli.
— Uscire da questa casa, voi dite? O dove volete ch’io vada? Aspetterete almeno, m’immagino, che arrivi la fine del mese. E intanto pretendereste voi altri ch’io non sonassi più? È impossibile!
E tolto l’arco e il violino, ricominciò la frase di prima, socchiudendo gli occhi per gustarla meglio. Il portiere allora si mise a girare per la stanza, a battere i piedi, a sbuffare, a bestemmiare. Il giovine si scosse:
— C’è bisogno di bestemmiare! Certo io non patirò che, per causa mia, voi andiate incontro a de’ guai; ma, d’altra parte, io ho bisogno di studiare e non posso mica andare a sonar il violino nella Montagnola... Vediamo di rimediare alla meglio.
E alzatosi, trasse dal cassetto del tavolo un gingillo d’ebano che adattò alle corde dello strumento, inforcandolo e premendolo molto sul ponticello: poi diede un’arcata lunga e vigorosa che, alla prima, fece al vecchio stendere in avanti tutte due le mani come per impedire che quel suono, così maledettamente vibrato, si diffondesse e scappasse fuori dalla finestra e salisse in alto a suscitare nuovi sdegni. Invece, con sua meraviglia, il portiere non intese più uscire dallo strumento che un suono, o, meglio, un gemitio velato, ottuso, tenuissimo che moriva, dopo avere appena vissuto, nel breve spazio della cameretta.
— Va bene così? — chiese sorridendo il giovine, dopo aver durato un poco a segare con l’archetto sulla corda. Il portiere, col viso tutto contento, senza dir parola ma facendo di gran segni d’assenso col capo, uscì dalla stanza e chiuse l’uscio.
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Però il giovine fu preso da una grande melanconia: e rimase un pezzo fermo, la testa appoggiata sul leggìo, tenendo l’archetto e il violino con le braccia penzoloni. La sua mente usciva da quelle quattro pareti silenziose e saliva in alto. Ma adesso era sola e non l’accompagnava più un’onda di suoni che entravano per le grandi finestre e andavano a volteggiare lassù in quel quartiere signorile e misterioso ch’egli non aveva mai visto ma del quale tante volte aveva fantasticato...
Perchè bisogna sapere che in quel palazzone antico, taciturno e chiuso, in cui non si vedeva entrare che qualche vecchio e qualche prete; in quel palazzone, in cui fin le cameriere parlavano poco e a bassa voce e i servitori pareva che camminassero in punta di piedi, la contessa bigotta e settuagenaria viveva con una nipote che aveva appena toccati i sedici anni. Il padre e la madre di questa erano morti quand’era ancora bambina, e anch’essa, a vederla così pallida ed esile, così scema d’ogni vivacità e d’ogni calore di giovinezza, dava ben poca speranza che potesse vivere lungamente. Che malattia aveva? Ogni settimana veniva in casa un medico celebre per la cura delle malattie nervose, ma parlava poco e vagamente del male; non scriveva quasi mai alcuna ricetta, e si fermava ad alcune prescrizioni igieniche, a qualche consiglio intorno al modo di vita, che si riferiva piuttosto al morale che al fisico della ragazza.
Il giovine s’era innamorato di lei: ma a spiegare il come, egli per primo sarebbe stato molto imbrogliato. Appena l’aveva vista qualche volta un momento, essendosi trovato, per caso, nell’androne del palazzo mentre la carrozza usciva. Aveva visti i suoi occhi grandi e fissi, raggianti nel pallore del visino bianco e delicatamente profilato; e sopra quegli occhi e quel visino una massa di capelli biondi più che il grano maturo, diffusi intorno al capo come un’aureola vaporosa. Altro: e glie n’era rimasto nell’animo come una impronta di visione bella e triste, che gli dava, ripensandola, una dolcezza ed un accoramento indicibili.
E nella sua camera chiusa non si sentiva più solo. Quella fanciulla era vicina a lui nel piano superiore, sopra il suo capo: la sentiva vivere con lui, le pareva di respirare con essa. Andava agitando nel cervello dei sogni magnifici, strani, pietosi, inverosimili. Gli pareva d’essere predestinato ad una pia impresa di liberazione, come gli eroi delle leggende wagneriane; e quando la sua mente correva al premio, non sapeva immaginarlo altrimenti che vedendo sè inginocchiato dinanzi a quella sottile figura di bambina bionda, che si chinava sopra di lui e gli posava, leggero leggero, un bacio sulla fronte...
Quando prendeva il violino e stava delle lunghe ore dinanzi al leggìo, il suo sonare da prima era come un balbettìo musicale incerto e timido, poi era una prova meno imperfetta, a periodi più lunghi e con qualche ripresa nei passi più importanti, a fine d’impadronirsene per bene; da ultimo, sicuro del fatto suo, il giovine violinista riattaccava ed eseguiva di seguito il suo pezzo intiero con tutta quanta la forza e la maestria di cui aveva saputo rendersi capace. E allora, mentre gli occhi parevano intenti alle pagine, l’anima sua saliva coi suoni, andava su al piano nobile, in cerca di lei, la trovava e si compiaceva ad avvolgerla devotamente come in una nube di suoni... Dopo quelle peregrinazioni fantastiche il giovine si raccoglieva in se stesso stanco e soddisfatto e con una vaga persuasione che quel suo messaggio musicale non era andato sperso nel vuoto, ma era arrivato a lei ed era stato bene accetto.
Donde traeva egli quella persuasione?
Qualche volta si metteva alla finestra che dava nel grande cortile interno del palazzo. Era un bellissimo cortile, fabbricato parecchio tempo dopo la facciata del vecchio edifizio, nei primi anni del secolo decimosesto. Al di sopra del vasto portico marmoreo si lanciava una galleria ariosa e allegra delle sue svelte colonne d’ordine corinzio, e sopra la galleria girava un fregio di lavoro così fine ed elegante, che la tradizione volle attribuirlo a Francesco Francia, l’orefice. Il giovine guardava lungamente d’intorno e in alto. Pareva un curioso che aspettasse, e il cuore gli batteva forte. Qualche volta perfino se lo sentiva come salire palpitando verso la gola. Ma il cortile era sempre solenne e silenzioso, la galleria sempre allegra e vuota, e il bel fregio del Francia pioveva dall’alto un sentimento di bellezza pura, fredda e inaccessibile. Del resto non un volto o una voce o altro segno qualunque. Il giovine si ritraeva dalla finestra col viso triste; ma nell’intimo suo non rimaneva a lungo senza conforto, perchè pensava che i suoni del suo strumento erano saliti in alto, e un animo gli diceva che essa li aveva ascoltati.
E prendeva coraggio e sonava ancora.
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Ma d’ora innanzi non più. Quei pesanti sordini rendevano il suo violino quasi muto; ed egli lo guardava con aria scorata, come se fosse diventato un arnese inutile fra le sue mani. Quando svogliatamente si rimise a sonare, da prima gli pareva d’essere come in uno di questi sogni, allorchè noi con la volontà e con le membra ci sforziamo a fare una cosa e l’effetto non corrisponde. Ma, continuando attentissimi nel lavoro, a poco a poco i sensi del violinista si acconciarono ad una curiosa metamorfosi. Quelle note esili e lamentose che in principio pareva che uscissero a stento, un momento appena, fuor delle corde soffocate dal peso dei sordini, ecco che ora non solo si ripetevano nel suo cervello, ma vi si compievano riguadagnando a grado a grado la sonorità, il timbro, l’espansione di prima! Il giovine si riebbe dal suo avvilimento e si sentiva invadere da una letizia profonda. Ecco che egli riaveva ad una ad una le sue note, le sue belle note che aveva piante quasi per morte! Ora esse echeggiavano novellamente nella sensibilità del suo apparecchio acustico, e poteva vibrarle a suo piacimento ingrossandole, assottigliandole, stemperandole per tutte le sfumature del colorito musicale, atteggiandole a tutte le intenzioni, le carezze e i capricci del suo gusto d’esecutore!
E la sua mente riprese subito con gioia l’usato costume di tradurre la musica in un linguaggio d’amore rivolto alla bionda creatura del piano nobile. Il suo linguaggio divenne anzi, in quella seconda prova, più fantastico, più intenso, più ardente. Le note e le frasi vaporavano come una colonna d’incenso dall’anima sua: o meglio era la sua stessa anima che pareva dissolversi in esse e salire. Talvolta il giovine a un tratto interrompeva il suono e rimaneva alcun tempo con la testa voltata in su verso il soffitto ascoltando, aspettando...
Un giorno, verso l’imbrunire, stava ripassando una riduzione per violino della settima sinfonia di Beethoven. Terminato l’_andante_ e lo scherzo egli incominciava l’_adagio_, che è un pezzo così bello di strana e potente bellezza, nel quale par d’indovinare l’invocazione d’un mondo invisibile fatta da un’anima che tutte le cose di questa vita hanno amareggiata e disillusa. Arrivato circa a due terzi dell’_adagio_, il giovine staccava lentamente i quarti di una battuta d’aspetto, quando, d’improvviso, balzò in piedi e recò una mano alla fronte, rimanendo con tutta la persona in un atteggiamento di ascoltazione attentissima. Infatti, nel silenzio, si sentiva la voce di un pianoforte, sommessa per la lontananza, che ripeteva l’_adagio_ della settima sinfonia. Il giovane corse a spalancare la finestra e sentì che la voce del pianoforte continuava più sensibile. Veniva dal piano superiore e si spandeva pel cortile deserto. Arrivata alla battuta d’aspetto, la voce si tacque; allora il violinista si rimise al leggìo ed eseguì, con mano tremante, tutto l’_adagio_ fino in fondo; e il pianoforte non tardò a seguirlo, terminando qualche battuta dopo di lui.
Il giovine era indicibilmente commosso, ma non aveva l’aria d’essere sorpreso.
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La misteriosa corrispondenza dei suoni continuò. Per la gente che abitava il palazzo, e che non udiva altro suono che quello del pianoforte, il fatto fu accolto come un lieto segnale della migliorata salute della fanciulla. Per il giovine pareva l’ultimo termine de’ suoi desiderii e non cercava altro. Si chiudeva nella sua stanza e vi rimaneva tutto il tempo che avea disponibile, sonando Beethoven e aspettando la risposta. Questa gli veniva quasi sempre verso sera, e consisteva in uno dei pezzi eseguiti dal violinista lungo la giornata; il pezzo che a lui era parso più appassionato degli altri e in cui egli aveva messo più sentimento di adorazione e più forza di desiderio.
E la relazione dei due giovani rimase là; in tutto il rimanente la stessa separazione inalterabile; non un biglietto, nè un cenno, nè un saluto; mai nulla.
D’altra parte il violinista avea bisogno, per vivere, d’esercitare la sua professione. Andava per le case a dar qualche lezione, mal pagata, e sonava nelle chiese.
Quando giunse l’autunno, fu scritturato nell’orchestra del Comunale. Soltanto due volte vide la fanciulla nel suo palco di famiglia, in second’ordine: sempre col visino pallido e l’aria sofferente e malinconiosa. Mostrava di non accorgersi quasi affatto delle persone che venivano in palco e d’essere attentissima alla musica. Tutte due le volte i suoi occhi, un momento, si volsero all’orchestra e fissarono il giovine violinista che tremava nella sua sedia sotto quello sguardo pieno di luce; poi li ritraeva lentamente, dolcemente, con una espressione di rinuncia rassegnata e triste. Al domani, il linguaggio del pianoforte parve al giovine più lungo e più appassionato.
Verso la metà di carnevale egli accettò di essere direttore d’una piccola orchestra per due balli che la marchesa X** avrebbe dati, invitando specialmente le amiche di sua figlia uscita di poco dal collegio. Abbisognava un vestito nero col frak, ma egli, poveretto, non lo aveva. Allora mise in mezzo il vecchio portiere, il quale la sera del primo ballo, gli portò in camera un vestito completo «da società», comprato con poche lire. Il frak era molto lungo per la statura del giovane, ma il vestito, nel suo insieme, poteva passare. Egli si annodò con cura la cravatta bianca, prese sotto il braccio il suo violino chiuso nella busta, e andò.
Gli avevano preparato uno sgabello su cui sovrastava alquanto alla piccola orchestra e dominava la sala, rimanendo assai bene in vista. L’appartamento era pieno di luce e fragrante di fiori. Nella sala grande, verso le dieci ore, erano già adunate molte signorine delle famiglie più ricche e aristocratiche della città. Alcune potevano dirsi ancora delle bimbe.
La voglia di ballare era in tutte grandissima. — Verso le undici il ballo era molto bene incamminato, e già alle ragazzine cominciava a mescolarsi qualche mamma elegante. Il direttore della piccola orchestra eseguiva valtzer e polke, le migliori del repertorio in voga. Dirigeva e sonava, facendo spiccare briosamente, nel concerto la bella voce del suo Guarnieri. La contessina R*** fece notare alle sue amiche che avevano per direttore d’orchestra un bel giovane bruno: le ragazze lo guardarono un poco con simpatia ma poi risero del suo abito troppo lungo.
A un tratto, si propagò per la sala un moto di curiosità, e molti occhi si volsero verso una delle porte d’ingresso.
— Hanno fatto il miracolo! — disse al vicino una vecchia signora: una giovinettina, alzandosi in punta di piedi, aggiunse: — Ecco finalmente, la principessa invisibile! — Il direttore d’orchestra impallidì.
Intanto al braccio del padrone di casa, appariva la signorina del vecchio palazzo. Alta, sottile, nel suo abito bianco, col suo incedere lento e gli sguardi raccolti, pareva che entrasse non a una festa di ballo, ma in chiesa. Gli uomini, per la massima parte, la giudicarono distintamente bella.
Dopo alcuni minuti le fu presentato un bel giovine, di maniere assai eleganti, e si mise a ballare con lui, che, finiti i giri di valtzer, le si sedette vicino, studiandosi a farla parlare. Non era facile, ma di tanto in tanto riusciva; e riuscì anche a farla sorridere.
Aveva essa avvertita la presenza del violinista? Sì: egli n’era convinto, lo sentiva.
Perchè dunque essa non gli volgeva gli occhi, mai?
Egli sentì uno spasimo nuovo, orrendo, e delle idee strane gli salivano, come vampe, al cervello. Avrebbe voluto interrompere a un tratto la suonata e sparire; gli veniva la voglia di sbattere il violino contro il leggìo; di saltare, dal suo alto sgabello, in mezzo alla sala... Ma intanto il ballo procedeva inesorabilmente e a lui toccava di sonare. E sonava, sonava. La sua testa grondava di sudore e dei momenti pareva che il braccio e le dita gli si irrigidissero, mentre, agonizzando di desiderio, aspettava sempre una occhiata che non arrivava mai.
Venne ancora la volta di sonare un valtzer. Era un valtzer di Giovanni Strauss, a fondo molto malinconico; uno di quelli che Giorgio Sand disse nati da un lungo amplesso del dolore e della letizia. La bianca giovinetta lo ballava col suo solito cavaliere e pareva che gli s’abbandonasse fra le braccia. Intanto il violino del direttore cantava con una voce così sorprendente che il resto della piccola orchestra era come ridotto a mezza voce. Gli astanti dovettero per forza occuparsi di questo straordinario esecutore di balli, e guardarono il giovane che, ritto sullo sgabello e pallido come un morto, dava dentro al suo violino con delle arcate superbe.
Guardavano tutti, ma la giovinetta non guardava. Se non che, verso la fine del valtzer, mentre il ritmo incalzava, mentre la voce nervosa del primo violino pareva che tentasse di lanciarsi a sonorità impossibili, nel silenzio della sala, sul fruscìo strisciato e cadenzato dei piedi, s’intese uno strappo secco; il cantino dello strumento si era spezzato. La giovinetta, a quel punto, diede un tremito per tutto il corpo, si fermò in tronco, e fissò i grandi occhi sul violinista....
Il suo cavaliere la condusse alla sua sedia, ed ella disse di non sentirsi bene. Di lì a un quarto d’ora aveva abbandonato la festa.
La quale, non ostante, continuò in piena allegria. Al tocco cominciò il cotillon e alle tre il ballo era finito. Il direttore d’orchestra, a malgrado de’ complimenti e degli inviti, non volle rimanere a cena con gli altri sonatori, pretestando il sonno e la fatica. Chiuso nel suo pastrano e tremando pel freddo egli girò, a caso, per le strade deserte e rientrò nel palazzo dopo le quattro. Giunto nella sua camera gittò il violino sul letto e si mise alla finestra.
La notte era fredda e serena, con la luna che volta al tramonto, illuminava tuttavia un pezzo del cortile e della galleria, lasciando il resto nell’ombra fitta. Il giovane, coi gomiti sul davanzale e la testa fra le mani, guardava nel cortile e piangeva delle lagrime silenziose.
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Rimase a quel modo circa mezz’ora, quando fu scosso da un lieve rumore di passi che partiva di su dalla galleria. Fosse un servo? No, era ancora troppo presto... Il giovine guardava senza battere palpebra. Il suono dei passi s’andava avvicinando. A un tratto, ai piedi dello scalone che metteva nel porticato, vide una figura bianca che lentamente avanzava. Dio, era lei!
La giovinetta usciva di sotto il portico e si incamminava pel cortile. Attraversata la parte di ombra, ella apparve nella piena luce lunare, vestita ancora del suo abito da ballo. Avanzava con passo sicuro, mostrando che si dirigeva all’uscio del portiere.
Il giovane lasciò la finestra, attraversò in punta di piedi la sua camera, un breve corridoio, la stanza d’ingresso, ed aprì. La luce entrò nel buio ambiente, e dopo qualche secondo entrò la giovinetta. Alla prima egli volle prenderle tutte due le mani, ma subito rimase interdetto vedendo ch’essa aveva gli occhi chiusi. Aveva gli occhi chiusi e sorrideva, col volto triste, pallidissima.
E con quella voce ch’egli non aveva mai intesa gli disse: — Sono venuta a dirti addio e per sempre... Tu hai sofferto molto questa notte, non è vero? Io lo sentivo bene, ma sentivo anche di non poter nulla altro che soffrire con te... Il nostro amore è come un filo tenue gettato attraverso un grande abisso. Che ci posso io? Che ci puoi tu? La natura si compiace talvolta a combinare di queste cose assurde...
Accompagnò quest’ultima parola con un gesto di rassegnazione stanca; e proseguì, sorridendo.
— Questa notte sei stato geloso!... Il tuo cuore, difatti, era un poco indovino, perchè essi pensano a far di quel giovine il mio fidanzato... Povera gente!... Lo so io quali nozze mi aspettano! Sento che fra pochi mesi io sarò morta...
Il giovine ruppe in un gran singhiozzo, e cadde in ginocchio dinanzi alla fanciulla, mormorando: — Adriana! — La bianca veste profumata della fanciulla toccava quasi il suo volto.
— Sai tu dirmi — ella seguitò — quanti germi di vita uccida l’inverno nel grembo oscuro della terra? E quanti fiori il vento di marzo faccia cadere morti dagli alberi?... È la legge, mio caro, ed io mi sono già rassegnata... Ora sono venuta per dirti addio e per esprimerti il mio volere, certo che tu lo eseguirai.
— A costo della mia vita, io lo eseguirò. Te lo giuro...
— Ebbene parti da Bologna. Parti presto e vai lontano, più lontano che potrai. A che rimarresti? Ad aumentare le mie e le tue sofferenze? Parti; me lo hai giurato.
E intanto inoltrò le braccia nude e posò le mani sulle spalle del giovine.
— Poc’anzi mi hai chiamata col mio nome. Io invece non conosco ancora il tuo... Non dirmelo!... Quello che t’ho dato io nel mio cuore è tanto bello! E non voglio saperne altro; e con quello io voglio pensare a te fino alla morte... e anche dopo. Addio. Non ti raccomando la mia memoria, perchè sono certa che tu penserai a me fino che vivrai su questa terra; e anche dopo. Ci siamo amati perchè così volle il nostro destino: e potemmo esprimere il nostro amore con un divino linguaggio, noto solamente a noi due. Non ti rendere mai indegno di questi santi ricordi. Addio! Parti.
E il giovine inginocchiato, attraverso le lagrime, vide contro la luna la figura della giovinetta abbassarsi ancora un poco; e sentì sulla fronte, leggero leggero, il bacio della sua bocca... Poi la figura si raddrizzò con un gesto energico, si volse alla porta ed uscì. Egli la vide attraversare il cortile, entrare sotto il portico e dileguare nello scalone senza mai voltarsi. Fermo sull’uscio sperò di vederla, di udirla forse ancora dalla galleria; ma non sentì che il rumore lieve de’ suoi passi perdersi nel silenzio, mentre nell’aria fredda apparivano i primi colori dell’alba...
Dopo una settimana il violinista era di partenza, avendo accettata scrittura per il teatro di Corfù.
OCCHI ACCUSATORI
Al signore della rocca erano giunte notizie gravi ed ordini precisi. — A Bologna, per volontà di Sisto V, avevano già strangolato in carcere, con un bel cordone di velluto rosso, il conte Giovanni Pepoli; parecchi de’ suoi seguaci e complici erano stati anch’essi strangolati, senza nemmeno l’onore del cordone di velluto; altri erravano fuggiaschi per le montagne dell’Appennino, ma li inseguiva l’ira del terribile papa e poca speranza di scampo avevano. A lui, il conte, salva la vita e gli averi; ma doveva andare subito a Roma a chieder perdono e fare atto di umile sudditanza, prostrato a’ piedi santissimi del pontefice.
Non era il caso d’esitare e bisognava partir subito.
La contessa sarebbe dunque rimasta sola nel castello. A esporre la sua delicata giovinezza ai disagi e ai pericoli del lungo viaggio in quella cruda invernata, nemmeno si poteva pensare. — Il conte andava corrugando le sopracciglia nere e si metteva spesso una mano nei capelli grigi perchè un brutto pensiero gli passava per la mente. Ma il giorno innanzi la partenza tenne un lungo e segreto colloquio con una sua zia, fiera vecchia di ottant’anni; poi fece schierare nella gran sala, al cospetto d’entrambi, tutta la gente del castello. Alla gente egli rivolse discorso breve, ma con quell’accento di comando insieme e di minaccia, al quale non si era mai osato resistere neppure con un moto dell’animo: ogni potere durante la sua assenza, passava nella vecchia contessa; legge assoluta per tutti, dal più alto al più umile abitatore della rocca, la sua sovrana volontà; e guai all’autore della più piccola trasgressione!
L’indomani il conte partì. Gli addii della giovane sposa furono tenerissimi, ma senza lagrime.
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Era venuto l’amore: l’amore negato a lei giovinetta nel freddo isolamento della vita claustrale; l’amore desiderio vago e timida speranza appena intravvista e subito distrutta, quando la famiglia toltala dal convento, la mise tra le braccia del conte, che poteva essere suo padre.
Invece il giovane conte degli Alidosi aveva quattro anni meno di lei e non era che suo lontano parente da parte del marito. Quando pei rovesci di quella potente casata, il padre fu costretto a mandarlo al castello dell’amico perchè vi crescesse sicuro e vi fosse educato da cavaliere, Oliverotto degli Alidosi era poco più che un ragazzo mal fermo in salute, timido e come spaurito della vita che s’era aperta a lui in mezzo a dolori e terrori di tragedie domestiche. — Parlava di rado e male; solo qualche volta dai suoi occhi nerissimi pareva lampeggiasse intensa la vitalità della fiera schiatta da cui era nato.
La dolce castellana raccolse da prima su quel taciturno fanciullo le cure e gli affetti della maternità, che altrimenti non le era stato concesso d’espandere. E vide fiorire la sua salute e le sue membra fortificarsi, e da quella triste puerizia uscire rapidamente la giovinezza ingegnosa, forte e leggiadra. — Una volta tornando insieme al conte da una caccia sull’Appennino pistoiese che li aveva tenuti fuori parecchi giorni, Oliverotto, vista la bella contessa che li aspettava nell’angusto cortile del castello, gittò l’arme a un servo, corse a lei e la baciò; poi rimase lì interdetto e turbato vedendo che la bella dama arrossiva, e sentendosi anch’egli salire al volto un gran calore come di vampata improvvisa.... Cominciarono d’allora per il conte i corrugamenti delle ciglia e quel gesto di portare la mano ai capelli, mentre la sua mente, più sovente che non avesse voluto, pensava insieme alla contessa e al giovane ospite.
Ma l’amore non istette per questo. Penetrò fiamma occulta, sottile e inavvertita, dentro quei due giovani petti, invadendoli rapidamente. Doventò casto sogno e ardente passione, prima che i due avessero avuto modo d’avvertirlo e di schermirsi. Essi s’amavano già d’amore e non lo sapevano; e quando lo seppero s’amarono con più violento abbandono, obliando, calpestando, sfidando ogni cosa.
Ed erano appena alle prime dolcezze, quando arrivarono gli ordini che fecero partire il conte per Roma!
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Cominciò allora per i due innamorati un supplizio indicibile. — In tutta la rocca e nei dintorni prese subito a dominare con volontà strana e terribile la vecchia zia del conte; la quale, sia che agisse per gli ordini avuti, sia che si compiacesse ad attuare un suo proprio disegno, circondò e afflisse i due giovani di vigilanze così minute, severe e continue che ogni più viva e gelosa immaginazione ne sarebbe rimasta superata. La vecchia pareva ritornata indietro di vent’anni. Non era più nè impedita nell’andare, nè miope, nè sorda; si trovava sempre in ogni luogo dove la sua ingegnosa sorveglianza la richiedesse; e dormiva con un occhio solo, se pure è vero ch’ella dormisse là in quel suo lettuccio che s’era fatto portare vicino all’uscio della stanza da letto della contessa. Con questa poi adoperava ogni gentilezza più compita e col giovane anche; ma nelle ventiquattro ore del giorno mai un minuto secondo nel quale i due potessero trovarsi soli a cambiarsi una parola, a stringersi la mano di furto....
Tormento siracusano: e tanto più atroce perchè i due innamorati, in udire della prossima partenza del conte s’erano naturalmente lasciati andare ad ogni sorta d’immaginazioni dilettose. Quella inattesa contrarietà pareva a loro una durezza ingiusta del destino a cui si rivoltavano, egli con le imprecazioni ed essa con le lagrime. Vane lagrime e vane imprecazioni. La vecchia era sempre al suo posto, e tutti nella rocca con una esattezza implacabile secondavano il suo volere.
Sulle prime Oliverotto non si diede per vinto e cercò di rompere qualche maglia a quella perfida e fitta rete di sorveglianze e di spionaggi che d’ogni parte li involgeva; ma ogni suo tentativo, per audace o astuto che fosse, riuscì inutile. — Una notte, guardando dalla finestra, credè d’accorgersi che non gli facevano la solita guardia. Scese nel fossato della rocca, esplorò bene intorno: nessuno. Alzò gli occhi alla finestra della stanza ove dormiva la contessa e vide splendervi il lume. Allora si sentì tutto invadere dalla brama di salire in qualunque modo fino a quella finestra, chiamare la sua donna, parlarle delle sue pene e cogliere attraverso la inferriata un suo bacio; sì uno, cento baci per calmare un poco la sete d’amore che dentro lo tormentava! — Credette il giovane che la forza del volere e il desiderio ardentissimo gli avrebbero conferita la snellezza rampicante d’uno scoiattolo; ma invece il salire, non fu senza grandi ostacoli e dolori. Saliva adagio adagio adoprando ogni sasso sporgente ed ogni crepaccio del vecchio muraglione; talvolta era costretto a fermarsi a lungo, talvolta a ridiscendere e studiare altra combinazione di cavità e di sporgenze. Più d’una lucertola, sentendo le dita che il giovane ficcava fra le pietre, usciva spaventata strisciandogli tra la faccia e il muro; una nottola, turbata anch’essa nel suo nascondiglio, gli volava d’intorno silenziosa. Man mano che s’approssimava al termine desiderato, crescevano gli ostacoli, l’incertezza, la smania disperata. Aveva le mani e i piedi sanguinanti e grondava di sudore freddo.... Finalmente potè abbrancare una sbarra dell’inferriata e, fatto un ultimo sforzo, arrivò a tirarsi su di mezza persona contro la finestra; gittò innanzi lo sguardo e stava per sussurrare il nome della donna amata, quando s’accorse d’avere dinnanzi a sè, ritta, appoggiata al davanzale della finestra la vecchia contessa, che lo guardava immobile, con occhi severi...
Poco mancò che Oliverotto non cascasse all’indietro nel fossato della rocca.
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* *
Unico conforto non conteso ai due innamorati era dunque vedersi e parlarsi in presenza d’altri; e in quello essi condensavano tutte le sollecitudini e cercavano d’acquetare o contenere alla meglio, tutti i desiderii. — Passavano le giornate lente, uniformi, uggiose. Oliverotto e la contessa ogni dì stavano lunghe ore seduti uno in faccia all’altra, essa istoriando coll’ago i pietosi fatti di Bradamante, egli fingendo di leggere qualche trattato dell’arte della guerra o qualche libro di cavalleria. La vecchia contessa o alcun altro della casa non mancavano mai.
I due si parlavano di rado; invece si guardavano lungamente, intensamente deliziandosi e tormentandosi insieme con un linguaggio muto e infaticabile. — E gli occhi neri d’Oliverotto parea che, supplicando, chiedessero: fino a quando? E gli occhi azzurri della contessa non sapeano che rispondere chiedendo anch’essi: fino a quando? — Le quattro ardenti pupille stanche e mai sazie di quella amorosa tensione, di tanto in tanto tremavano, si inumidivano, pareva che si stemperassero in bagliori languidi e tristi.... Nelle serate lunghe dirimpetto al focolare gigantesco, mentre sugli alari bruciavano i vecchi faggi di Monte Venere e si udiva fuori lamentarsi il vento della notte, Oliverotto leggeva alla contessa qualche scena del Pastor fido:
Ben è soave cosa
Quel bacio che si prende
Da una vermiglia e delicata rosa
Di bella guancia; e pur ch’il vero intende
Come intendete voi,
Avventurosi amanti che il provate,
Dirà che quello è morto bacio a cui
La baciata beltà bacio non rende;
Ma i colpi di due labbra innamorate
Quando a ferir si va bocca con bocca.....
La morbosa tenerezza di questo e somiglianti passi era come olio bollente sulla fiamma, al cuore dei due poveri giovani, gli occhi ora vivi e scintillanti, ora annuvolati, smarriti e depressi riprendevano quel loro ufficio di esprimere insieme e di esasperare il desiderio infelice.... E talvolta l’interno struggimento cresceva a tal segno che la contessa era costretta, avanti l’ora, di ritirarsi nelle sue stanze. — Oliverotto allora correva ansando sugli spalti a respirare l’aria gelata della notte, ad imprecare alle stelle, a tempestare indarno contro il suo avverso destino!
In meno d’un mese i due amanti erano ridotti ad uno stato davvero compassionevole; e guardandoli nei visi consunti si sarebbe detto che sulla loro giovinezza stava passando un soffio di vecchiaia precoce. Ma tutto ciò era nulla rimpetto ad uno stranissimo fenomeno che nei loro occhi si veniva manifestando.
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* *
Non era, no, un inganno visivo della gente, ma un fatto che saltava agli occhi ogni giorno più.
Le grandi pupille della contessa, che erano di un bellissimo azzurro oltremarino, sembrò da prima che un poco si annebbiassero smontando in una tinta meno dolce e meno pura. Poi quell’annebbiamento si rese sempre più opaco e crebbe e crebbe finchè fu necessario riconoscere ch’essa mutava in nero il colore degli occhi. Era forse effetto delle lagrime dirotte che l’infelice versava di continuo, invece di pigliar sonno? — Ma d’altra parte anche negli occhi di Oliverotto accadeva mutamento: le pupille nerissime e fiere cominciarono a temprarsi d’una luce più dolce e mansueta che adagio adagio le veniva come clarificando; poi apparvero striate qua e là di piccole vene azzurreggianti, le quali dilatandosi ogni giorno accennavano ad invadere presto tutto il campo dell’iride.....
Che era avvenuto nell’intimo di quei due esseri? Con che forza di corrente misteriosa le due anime, incontrandosi solo e sempre per gli occhi, agli occhi avevano potuto imporre quella trasformazione, quello scambio portentoso? — La vecchia sorvegliatrice non fece motto e nemmeno diede segno d’essersi accorta di cosa alcuna; ma la gente della rocca guardava, tra stupita e atterrita, a quello che essa chiamava un nuovo miracolo d’amore. Non andò molto tempo e già per largo tratto di paese s’era sparsa la voce del fatto incredibile; e molti trassero al castello studiando qualche pretesto d’accertarsene cogli occhi proprii. — I due amanti sulle prime gustarono una strana e immensa voluttà contemplandosi così trasformati dalla potenza dei loro sguardi; si sentivano come più uniti nell’amore; vedevano nei loro occhi come un segno di predestinazione a unione più intima e durevole. Ma ben presto sopraggiunse il terrore ad agitare in vario senso le loro anime. Un giorno o l’altro sarebbe tornato il conte....
La contessa nelle veglie interminabili meditava di sottrarsi colla morte alla propria vergogna, e a chi sa quale dura espiazione, quando il terribile marito l’avrebbe guardata negli occhi accusatori; Oliverotto dal canto suo, inspirandolo la passione e la disperazione, lavorava a un piano di fuga in cui era risoluto ad affrontare, con lei, ogni estremo cimento. Ma intanto ogni mattina ambedue pensavano con angoscia indicibile che in quel giorno stesso forse sarebbe giunto alla rocca l’annunzio di un prossimo ritorno!
Invece una improvvisa serenità sopravvenne in quell’orizzonte così minaccioso. Un giorno sull’imbrunire bisognò calare il ponte e ricevere nella rocca, con le debite onoranze, un messo del Senato bolognese. Egli riferì il sunto di un dispaccio da Roma: Sisto V, sia che avesse chiamato a sè il conte per averlo più sicuro nelle mani, sia che in quel frattempo nuovi e più forti capi d’accuse si fossero scoperti contro di lui, appena giunto il conte a Roma, lo aveva fatto legare e chiudere in Castel Sant’Angelo e dopo breve processo strangolare. — La giustizia del sommo pontefice non andava oltre nel punire, mantenendo alla famiglia del ribelle beni, titoli e privilegi.
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IN CASA DELL’AMICO
Dal salotto da pranzo, guardando per di sopra alla terrazza, fu prima la signora a vedere il fattorino del telegrafo, che saliva ansando per il viale ancora tutto invaso dal sole e sonava al cancello del villino. Il telegramma, portato subito dal giardiniere, diceva così:
«_Abbisognami sua pronta risposta, circa arazzi. È arrivato negoziante milanese. Riparte domani sera._»
— Ah! ecco che Shylok mi vuole stringere i panni addosso, — disse il marito incrociando la posata sul piatto. La signora, lasciata andare indietro la sua testa bruna e guardando il soffitto con aria indolente, mise una pausa in mezzo e replicò:
— E tu attacca la tua voglia ad un arpione. Faremo senza degli arazzi....
E mostrava sorridendo i denti bianchissimi.
L’avvocato rimase un poco a guardare il telegramma spiegato sulla tavola e scosse il capo com’uomo a cui quel consiglio non andava. Poi con accento risoluto:
— No. È già la seconda volta che quell’imbroglione di milanese mi passa davanti. Questa notte prenderò la corsa delle tre e andrò a Ferrara.
— Bel gusto a fare una mala nottata! Telegrafa piuttosto le tue ultime condizioni; e vedrai che gli arazzi saranno per noi.
A queste parole il marito posò sulla donna uno sguardo in cui trapelava l’intimo compiacimento suo. Ebbe un momento di esitazione, ma si raffermò subito nel primo proposito.
— Chi vuole vada, mia cara. Quando tu sarai a letto, io scenderò in città. Passo al club un paio d’ore; ceno magari, se mi vien voglia, e m’arriverà l’ora di prendere il treno senza ch’io me n’avveda. Farò una buona dormita domani: anzi conto, con questo caldo, che avrò finalmente una notte di refrigerio.
Il caldo, di fatti, in quegli ultimi giorni di luglio, era grandissimo; e sebbene la sera fosse assai vicina, nella villa non si sentiva ancora spirare dalla collina un fiato di vento. La signora non rifiniva di mettere dei pezzi di ghiaccio nel suo bicchiere e nel bicchiere del marito.
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* *
Poco prima della mezzanotte, nel piccolissimo gruppo dei frequentatori estivi del club, si levò una esclamazione lieta di sorpresa quando l’avvocato fu visto entrare. Egli salutò tutti allegramente: anche il giovane conte Salerni, ch’egli non vedeva da qualche tempo. Dopo una partita all’_écarté_, ordinò da cena e mangiando espose agli amici la causa di quel suo trovarsi in città e al club ad ora così insolita.
Sonarono le due. La comitiva dei cinque o sei in breve si sciolse e rimasero l’avvocato e il Salerni, soli, seduti a un tavolino, l’uno in faccia all’altro. L’avvocato sorbiva lentamente il caffè e il conte gli offerse una sigaretta. Poi, il discorso essendo tornato sulla gita a Ferrara, il conte non esitò a dichiarare ch’egli la giudicava un passo falso.
— Come, un passo falso?
— Sicuro: anzi, una sciocchezza bella e buona. Ma dov’è la tua solita furberia? Io non me la spiego altrimenti che pensando a questo gran caldo che fa. Che diavolo? E non vedi che è tutto un gioco combinato tra il negoziante ferrarese e quello di Milano, che gli fa da compare? Se tu ora ti precipiti a Ferrara, caro mio, fai conoscere d’avere degli arazzi una voglia matta; ed essi, sta’ certo, ti leveranno la sete con l’acqua salata. Oh, molto salata!...
L’avvocato con un gomito sul tavolino e l’indice della mano sulla fronte spaziosa stette alquanto in silenzio:
— E d’altra parte, anche a non andare io corro un rischio. Un gioco combinato, tu dici?... Può essere benissimo. Ma se non fosse? Se, come mi è accaduto altra volta, il milanese dice davvero e compra? Io non voglio che gli arazzi mi scappino. Dopo averci tanto pensato su, sento che mi nascerebbe un albero nello stomaco, come si suol dire. Che vuoi farci? Ognuno ha le sue debolezze: e anche mia moglie, quantunque non lo dimostri, sono sicuro che sarebbe afflittissima se mi vedesse tornare a mani vuote... Pensiamo al modo....
— Senti — disse allora il Salerni con l’accento più naturale di questo mondo — se non è domani, sarà doman l’altro che io andrò a Ferrara e di là al Trombone a vedere un cavallo. Facciamo dunque così: prendo ora il treno di Ferrara e mi presento domani dal mercante a contrattare gli arazzi per conto mio. Tu non ti muovere e dimmi solo l’ultima cifra a cui vuoi arrivare col prezzo: vedrai che domani sera torno con la roba e t’avrò probabilmente anche risparmiato un paio di mille lire.
— È una buona idea e ti ringrazio! — esclamò l’avvocato alzandosi in piedi.
Mancava mezz’ora alla partenza, e i due amici usciti dal club s’incamminarono fumando verso la stazione.
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I due amici passeggiavano sotto la tettoia dinanzi al treno pronto; e già la macchina mandava i primi fischi della partenza. A un tratto, l’avvocato si tastò in fretta con le mani le tasche dell’abito esclamando:
— A proposito! O come faccio io ad andare a casa a quest’ora, che non ho la chiave?
Il conte trasse subito fuori una chiavettina inglese, porgendola all’amico:
— In dieci minuti sei a casa mia. Tu conosci il mio mezzanino. Dormirai tranquillissimo, perchè sono tutti in campagna. Domattina alle nove verrà la portinaia a svegliarti col caffè. Buona dormita!
L’avvocato, per risposta, diede in una risata ed ebbe appena tempo di stringere la mano all’amico montato sul treno, che già si moveva lentamente.
Quando uscì dalla stazione rideva ancora fra sè, tenendo fra le dita la chiave del mezzanino del conte Salerni. Era di buon umore. Gli piaceva d’aver accettato il parere dell’amico circa la gita a Ferrara, gli piaceva d’andar a dormire una notte in città, fuori di casa: incidente bizzarro che gli ricordava la sua vita di scapolo, che lo faceva rivivere nella sua lontana vita di studente.
Però, a cercar bene in fondo all’animo dell’avvocato, si sarebbe visto che altra era la causa di tutto quel suo buon umore. Egli era geloso della moglie. La sua gelosia non era di quelle che dànno ogni giorno in manifestazioni minute, opprimenti, volgari; ma era una idea fissa, una preoccupazione acuta e costante, celata quasi sempre nell’animo con dignitoso riserbo, e per questo assai più dolorosa. Fra le cure di una vita molto affaccendata, in mezzo agli alto e basso de’ suoi affari, quell’uomo, in apparenza positivo e freddo, traeva le ragioni di tutto il suo benessere e di tutto il suo malessere da un fatto solo: la certezza che egli aveva o no dell’amore e della fedeltà di sua moglie. Il rimanente veniva sempre in seconda linea.
Aveva avute, a intervalli, parecchie inquietudini vive. Da ultimo i suoi sospetti erano stati eccitati dal conte Salerni, che s’era messo a corteggiare molto assiduamente la signora ed essa, pur troppo, non gli aveva opposto quel contegno che disanima e stanca un uomo. Questa volta le male apparenze si erano prolungate e aggravate in modo che il marito, non potendone più, aveva espressi a lei con una certa violenza i suoi dubbi e il suo mal contento.
Era la prima volta che le faceva una scena di questo genere.
La moglie accolse le parole del marito con un misto di meraviglia, d’offesa e di sottomissione. Si tenne con lui molto seria per una settimana; ma anche gli dimostrò col fatto che le stavano a cuore il proprio buon nome e la quiete di lui. Il Salerni tornò in visita e fu accolto con amichevole ma fredda cortesia: una cavalcata che di lì a pochi giorni sarebbe fatta e in cui il Salerni doveva intervenire, fu con bel garbo disdetta dalla signora; la quale, perchè proprio voleva che ogni nube fosse dissipata, da venti giorni non era scesa in città che una volta sola e accompagnata da suo marito.
Già da una settimana i pensieri dell’avvocato si voltavano alla tranquillità; ma in quel giorno, in quella serata, in quella notte egli sentiva che una serenità piena e intera era venuta ad occupare rapidamente il suo animo. E ripensava le parole con cui sua moglie s’era provata a dissuaderlo dalla sua andata a Ferrara; e correva con la mente dietro al giovane amico, che, con sì spontanea cortesia, s’era offerto di allontanarsi esso, in vece sua, per un giorno dalla città. — Quale più favorevole occasione invece per i due, se... No! no! Egli era stato ingiusto a sospettare. Nè si fermava a questo unico fatto; ma diffondendo in largo giro le tinte rosee della sua vena confidente, adesso esaminava tutta la sua gelosia passata, la trovava assurda, la sconfessava e malediva con tutta la forza del suo volere. E intanto gli si ricomponeva nella mente la fisonomia di sua moglie, bella, schietta, amorosa degna di un affetto immenso e di una fede senza confine.
Insomma, si sentiva contento. E camminava lentamente sotto i portici respirando l’aria fresca dell’alba, mentre spegnevano gli ultimi fanali. Si sentiva libero e sciolto, come se un cattivo spirito tormentatore fosse uscito per sempre dal suo corpo, in virtù di un felice scongiuro.
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* *
Quando entrò, con in mano un cerino acceso, nella stanza da letto del conte, fiutò gradevolmente un odore delicato di legno di sandalo che impregnava l’aria. — Sibarita! — pensò sorridendo e inoltrandosi di qualche passo nella stanza.
Poi accese la lampada e si guardò intorno. La camera da letto era vasta, ricca, bellissima e, mediante una alcova in fondo, aveva anche l’aspetto di un salotto da ricevere. I buongustai, visitandola insieme a tutto il mezzanino, concordavano nel giudicare che il Salerni vi s’era mostrato artista, a un tempo, e gran signore. Il conte si scagionava d’ogni merito e confessava che, avendo lungamente vissuto a Vienna con un artista celebre e fortunato, egli non aveva fatto altro che imparare da lui, anzi copiare in piccolo dal suo appartamento. A ogni modo il copista aveva mostrato molto buon gusto nella scelta e nella esecuzione.
L’avvocato, respirando l’odore di sandalo, girava gli occhi ammirati sui mobili e sulle pareti, li posava sul pavimento di marmo bianco riquadrato a liste nere, li spingeva nell’ombra discreta dell’alcova, in cui vedeva il letto basso e semplice con il lenzuolo bianco rimboccato sulla coperta azzurra, sotto i festoni azzurri delle cortine ricchissime.
— Sibarita! — ripetè l’avvocato, ma senza sorridere. E subito pensò che certo delle donne erano state là dentro; e pensò che certo dovevano aver serbato una molto grata memoria di quel luogo.
Il suo buon umore era già disceso, e seguitava a discendere rapidamente come la colonna di mercurio di un termometro quando è portato da un luogo caldo a un luogo freddo. Chi sapeva dirgli in che modo le ragioni tanto eloquenti del suo benessere di mezz’ora fa si erano così raffreddate, scolorate, spente? Adesso, ecco che altre impressioni e altre idee lo signoreggiavano! La figura del giovane conte, nel fisico come nel morale, lì in quella sua bella camera da letto, assumeva nel cervello dell’avvocato un improvviso fascino di seduzione ch’egli, suo malgrado, percepiva con una vivezza nuova, strana, esagerata, terrificante. Poi non potè fare a meno di tramutare quella percezione da se stesso in sua moglie; poi a un tratto si immaginò, sua moglie, se la vide dentro quella stanza..... e fu costretto a chiudere gli occhi, sentendosi correre un freddo per tutto il corpo...
Capì che bisognava distrarsi e si provò ad osservare con curiosità i quadri, le armi, le maioliche. Maggiore attrattiva ebbero per lui alcuni album di fotografie e disegni posti sovra una tavola grande. Passavano sotto i suoi occhi rabeschi fantastici, schizzi e caricature bizzarre, ricordi di luoghi veri; passavano fisonomie di persone note e sconosciute: ed egli seguitava a voltare le pagine piuttosto in fretta, come chi va in cerca di una data cosa. Prese da ultimo fra le mani un piccolo album elegantemente rilegato in velluto con grandi fermagli e borchie d’oro; e si pose ad esaminarlo meno in fretta che gli altri. Si capiva che quello era il volume privilegiato, l’_album_ riservato alle più belle signore conosciute dal conte in paese e fuori.... L’avvocato aveva il presentimento che qui avrebbe trovato il ritratto di sua moglie. Invece arrivò all’ultima pagina senza trovar nulla. Ma dov’era dunque il bel ritratto che essa un mese fa, aveva regalato al Salerni, in sua presenza? Dove lo teneva egli? La mente del marito trovò in quella assenza del ritratto una nuova e forte ragione d’inquietudine; e pensò a quei dolci nascondigli ove l’immagine della donna che si ama è messa in salvo da ogni profano contatto, da ogni convivenza indegna, da ogni occhio indiscreto e geloso.... Si mise a cercare per tutto nella stanza, ma fu ancora inutile. Presso al letto, però, stette ad osservare una bella fotografia della Glaneuse di Berton; e nei contorni di quello schietto viso di campagnuola, negli occhi e perfino nella linea forte e slanciata dei fianchi, credè di cogliere una tal quale somiglianza con le brune bellezze di sua moglie.
Dentro intanto gli cresceva la smania; e se avesse avuto lì presso il conte Salerni, sentiva che forse non avrebbe resistito al bisogno di mettergli le mani addosso e di frugarlo, come una guardia daziaria fruga una persona sospetta di contrabbando.
Intanto erano passate delle ore. Fuori la giornata estiva era cominciata da un pezzo, ma nel mezzanino chiuso del conte durava ancora piena la quiete della notte. L’avvocato ascoltò in quel silenzio, ove non era altro suono che il tic tic continuo di un tarlo che lavorava entro un mobile vicino a lui: ascoltò e si mise una mano alla fronte, perchè gli pareva che quel tarlo lavorasse proprio entro il suo cervello.... E quello fu il cominciamento di un bisbiglio strano e interminato, che si mise a girargli intorno agli orecchi, a empirgli il capo e scuoterlo e assordarlo tutto con un turbamento e un fastidio indescrivibili. Gli pareva che quel bisbiglio venisse dai quattro angoli della stanza, uscisse di dietro ai quadri delle pareti, dai mobili, dagli album, dal letto: e vi sentiva dentro un vago rumorìo di suoni che non arrivava a distinguer bene, ma pure ci coglieva dentro, così in confuso, come una nenia di lamenti mista a voci di scherni..... Finalmente lo pigliò alla gola un fortissimo bisogno d’aria e corse a spalancar la finestra.
Entrarono il sole oramai alto, l’aria viva e il cinguettìo mattutino dei passeri.
L’avvocato, così com’era in maniche di camicia, stirò le braccia fuori della finestra e si mise a provare gli occhi abbagliati sul vasto giardino che si stendeva dietro il palazzo, poi gli alzò alle colline sorgenti in faccia a lui. Che tranquilla allegria da per tutto! Vedeva a mezza costa, vicinissimo, il suo bel villino, col tetto spiovente con le persiane ancora chiuse e i muri rosseggianti in fra gli alberi verdi.
Certo, pensò, a quell’ora sua moglie dormiva sempre. Questa idea penetrò in mezzo al triste scompiglio della sua testa e, se non vi mise nè ordine nè calma, riuscì almeno a produrre una risoluzione: «Presto bisognava correre al villino, andare da lei, entrare inaspettato nella sua stanza, svegliarla con un bacio, dirle un mondo di cose, sentirsi ancora ripetere da lei alcune di quelle parole che tante volte avevano rianimata in lui la fede e messo un refrigerio nelle sue viscere tormentate dagli aculei del sospetto! Presto bisognava subito uscire da quella stanza maledetta ove la gorgone orrenda della gelosia lo aveva guardato per lunghe ore con gli occhi immobili; ove l’aria pareva impregnata di recente adulterio, ove tutte le cose gli bisbigliavano intorno una infame canzone di lamenti e di scherni! Presto! Presto!»
E andò a bagnarsi il viso nell’acqua fredda e a ricomporsi in fretta i capelli arruffati.
Stava infilando una manica dell’abito, quando gli giunse dalla stanza vicino un lieve rumore di passi che si fermarono all’uscio. Dopo alcuni secondi sentì anche picchiare... Allora corse ad aprire e si trovò in faccia a sua moglie, che diede indietro senza far motto, diventando smorta. Un momento prima, ella aveva nella bocca il sorriso trepido della donna innamorata che, entrando in quella stanza, s’immaginava d’apportarvi una sorpresa molto gradita.....
CANTORES!
Io non penso, mia cara, d’aver demeritata la vostra stima. E fosse pur vero tutto quello che voi siete andata fantasticando dopo la mia lettera di martedì, o credete voi proprio che anche in un desiderio a prima vista disumano, grottesco, bislacco e teratologico, non possa nascondersi un alto senso di poesia? E sopratutto un alto senso di verità?
Voglio che m’ascoltiate attentamente e pacatamente. Io ora sento di potervi parlare con calma e voi non avete più a temere da me nè crudezza di linguaggio biblico, nè impeti di «lirismo forsennato.» Sono calmo, v’ho detto, e sopratutto non ho mai cessato d’esser uomo: anzi ho in me il convincimento profondo — dopo tutto quello che è passato nell’animo mio nei giorni addietro — che un aspetto nuovo della umanità mi si è svelato e s’è in qualche modo aggiunto all’esser mio d’uomo.
Vedete dunque che io non ho niente da rimproverarmi e voi niente da sospettare sul conto mio.
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Ed ecco come andò.
Io nemmeno sapevo che quella fosse la festa dell’Ascensione. Avevo pranzato solo e di buona ora all’Albergo Milano. Come passare meno male il tempo in quel lungo dopo pranzo? A Roma in casi simili, io ho sempre la risposta pronta: salgo in una botte e mi faccio condurre a San Pietro. Ho per quella grande piazza ellittica una specie di passione strana che alimenta in me una bramosia inesauribile di rivederla: il getto superbo di quelle due fontane, illuminato dal sole, pare ogni volta che mi slarghi il petto e mi fa ballare il cuore di gioia, mentre l’immane colonnato, curvilineo, serrandomi a destra e a sinistra l’orizzonte, e tutte quelle statue poggianti ritte sovra l’attico e in atto d’osservarmi severe, par che mi avvisino ch’io sono entrato in un vecchio mondo misterioso e magnifico. Anche per la basilica vaticana io ho sempre avuta una forte ammirazione, e me la sento dentro aumentare e ingigantire, man mano che in me si raffreddano i romantici entusiasmi per certe architetture gotiche.... So che anche voi, mia cara, mi condannate per questo, ed io chino il capo rassegnato, aspettando che il tempo mi renda giustizia. Lento ma ottimo giustiziere il tempo, non è vero? Voi lo sapete per prova.
Arrivai dunque in piazza San Pietro un’ora circa prima del tramonto del sole. Cominciavano le grandi ombre a stendersi dalle moli colossali: delle due fontane quella ch’io vedevo, arrivando, alla mia sinistra, pareva tutta raccolta e tranquilla nella calma vespertina, ma l’altra, dardeggiata obliquamente dal sole occiduo, era tutta una letizia di raggi e di zampilli e di nebbia luminosa, diffusa intorno per largo tratto. Un gruppo di signori forestieri, uomini e donne, stava fermo ad ammirarla; e parevano contentissimi d’essere inaffiati da quella rugiada.
Credevo come al solito di trovare la gran chiesa a quell’ora deserta, ma m’ingannai.
La festa dell’Ascensione aveva chiamata là molta gente: forestieri delle provincie, romani de Roma, inglesi, suore, trasteverini, minenti, frati, preti, pifferari, la turba mista e bizzarra insomma che San Pietro accoglie in alcuni giorni dell’anno e che vanamente cerchereste altrove; le centinaia e le migliaia che si sparpagliano, povero formicaio umano, sotto le navate enormi, e si perdono, come ombre, dietro i piloni smisurati, non facendo nemmeno sentire il fruscìo dei loro piedi...
Mentre spingevo il pesante tendone della porta, m’arrivò subito una modulazione musicale. Era un istrumento? Era voce umana? Così alla prima non potei capire. Era un suono di timbro ed acutezza insolita, esilissimo, eppure vibrante per quella vastità in modo che parea tutta riempirla. Fatti alcuni passi nella basilica, sentii distintamente la frase di un verso biblico arrivarmi colle note all’orecchio. Era dunque canto umano senza dubbio.
E quale canto, signora! Immaginate una voce che fonde insieme la dolcezza del flauto e l’animata soavità della laringe umana, una voce che sale, sale leggera e spontanea come vola per l’aria un uccello di paradiso, e quando vi pare che siasi posata sugli ultimissimi vertici della gamma sopracuta, ecco che spicca ancora altri voli e sale sale sempre egualmente leggera, egualmente spontanea, senza la più piccola espressione di sforzo, senza il più tenue indizio d’artifizio, di ricerca, di stento, una voce infine che vi dà l’idea immediata del «sentimento fatto suono» e dell’ascensione d’un’anima verso l’infinito sull’ali di quel sentimento Che vi dirò di più? Ho sentito la Frezzolini in camera e la Patti in teatro; ho ammirato Masini, Vögel, Cotogni; ma in mezzo alla mia ammirazione rimaneva sempre qualcosa di inappagato in fondo al mio desiderio; rimaneva da togliere un certo dissidio fra l’intenzione dell’artista, non di rado elevata e fine, e la piena condiscendenza de’ suoi mezzi vocali. — Qui invece tutto il mio essere era mirabilmente soddisfatto: non la minima asprezza nel passaggio da un registro all’altro della voce, non penuria di astensione, non disuguaglianza di timbro da nota a nota, ma un linguaggio musicale calmo, dolce, solenne, intonatissimo, che mi stupiva e mi rapiva a un punto solo colla potenza di una gratissima sensazione non provata innanzi mai!
Mi spinsi avanti per la basilica con passi affrettati verso quella voce e quel canto. — Nel giorno dell’Ascensione i cantori della Cappella Sistina scendono in San Pietro e prendono parte alla celebrazione della festa. Cantano sotto la cupola di Michelangelo in una piccola cantoria eretta all’uopo, accompagnati da un piccolo organo, che anch’oggi, come al tempo di Berlioz, è mosso sovra delle rotelle pel pavimento.
La folla si faceva man mano più densa, ma io m’adoprai in modo che dopo circa dieci minuti ero arrivato proprio sotto la cantoria e guardavo in faccia il mio solista. — Eseguivano un mottetto dell’Allegri quasi tutto affidato a lui; il coro entrava di tanto in tanto con brevi risposte, e l’organo con pochi accordi di accompagnamento aiutava a sostenere l’intonazione perfetta.
Finalmente ho intesa la voce vera del soprano. Vadano a riporsi le signore cantatrici che usurpano questo nome! Con più appropriato vocabolo le chiameremo, se vogliono, soprane; ma è da augurare per il bene dell’arte del canto, declinante a gran passi, ch’esse smettano una buona volta la sciagurata ambizione d’assurgere cogli sforzi della loro laringe a certe acutezze diatoniche solo legittimamente consentite ai soprani veri ed a soprani sacri — ai soprani per diritto divino.
Oh chi ridona all’arte i vecchi contralti, così giustamente rimpianti da Gioacchino Rossini!
Nè vi paia strano, o signora, ch’io in quel giorno abbia anche compreso e partecipato il disgusto di Parini per i soprani in teatro;
Abborro sulla scena
Un canoro elefante...