[Illustrazione: Ad un cenno di Kalani tutti quei panieri furono precipitati nel vuoto.... (Pag. 224).]
Emilio Salgari
La Costa
d’Avorio
Avventure
illustrate da 18 disegni, fuori testo
di G. Gamba
Genova
A. Donath, editore
1898
Proprietà Letteraria
53-98. — Firenze, Tip. di Salvadore Landi,
direttore dell’_Arte della Stampa_.
[Illustrazione: Già l’enorme bocca si apriva sul disgraziato portoghese, quando si udì echeggiare una seconda detonazione. (Pag. 10).]
CAPITOLO I.
Sulle rive dell’Ousme
— Ci siamo?...
— Aspetta un po’, amico. Sei impaziente di provare la tua carabina?
— Desidero ardentemente di vedere uno di quei mostruosi animali allo stato libero. Non ho veduto finora che dei piccini e nei serragli d’Europa.
— Bada che sono formidabili.
— Con un cacciatore abile quanto sei tu non ho paura, e poi non credo che quelle masse enormi siano tanto leste da gareggiare colle mie gambe.
— T’inganni, Antao. Non sono trascorse due settimane, che un povero minaloto del Gran Popos, spintosi qui a cacciare quegli animalacci, è stato tagliato in due.
— Nè più nè meno d’un biscotto?...
— Non lo credi?...
— Ho i miei dubbi, Alfredo.
— Allora ti dirò, Antao, che quel minaloto era un servo della fattoria del signor Zeinger, quell’ottimo alemanno che abbiamo visitato la scorsa domenica.
— Quel minaloto doveva essere lesto come una lumaca grigia del paese degli Ascianti.
— Tutt’altro, amico mio. Era un gran diavolo di negro, agile come una scimmia, ma l’animalaccio, che era stato solamente ferito, si precipitò sul disgraziato cacciatore e prima che questi potesse giungere alla riva lo tagliò in due.
— Ecco una storia che non aumenta di certo il mio coraggio.
— Vorresti tornare alla mia fattoria?
— Sì, ma rimorchiando un ippopotamo. Non sono venuto in Africa per farmi divorare vivo dalle zanzare della costa entro una stanza, ma per visitare questi paesi e cacciare i grossi animali.
— E per aprire una fattoria portoghese.
— Non ancora, Alfredo. I miei commerci col Brasile mi hanno fatto abbastanza ricco da permettermi....
— Taci!...
— Un ippopotamo?....
— No.... taci!... —
I due uomini che così chiacchieravano, inoltrandosi in mezzo ad una splendida vegetazione equatoriale, che li riparava dagli ultimi ma ancora ardenti raggi del sole, erano allora giunti sulle rive d’un corso d’acqua, largo tre o quattrocento passi ed ingombro d’isolotti coperti d’alte erbe e da gruppi di piccoli banani, dalle larghe foglie d’un verde vivo.
Colui che abbiamo udito chiamare Alfredo, si era bruscamente arrestato, curvandosi verso la sponda che era ingombra di paletuvieri, incrocianti in tutti i sensi i loro rami e le loro radici sporgenti dal fondo del fiume, ed aveva girato all’intorno un rapido ma acuto sguardo; mentre il suo compagno, quantunque ignorasse di cosa si trattasse, si era levato dalla spalla una corta ma pesante carabina, una di quelle armi usate per la caccia dei grossi animali.
Il primo rimase parecchi secondi immobile, tendendo accuratamente gli orecchi e continuando ad investigare, cogli sguardi, le isolette e la sponda opposta coperta di fitti alberi, poi volgendosi verso Antao, disse:
— Mi sono ingannato di certo.
— Cosa avevi udito?...
— Mi era sembrato d’aver udito un grido che mi ricordava un certo uomo....
— Morto forse su questo fiume?...
— Sarebbe stato meglio che fosse morto allora.
— Ma che storia mi racconti?...
— Parlo d’un uomo che da quattro anni mi fa paura.
— A te!... — esclamò Antao, sorpreso. — Eh! via, tu scherzi, Alfredo. Un uomo che in America si è battuto come un leone e che ora gode fama di essere il più audace cacciatore della Costa d’Avorio, non può aver paura di un uomo.
— Eppure ti ripeto che ho quasi paura e temo sempre un tradimento. Ecco perchè ho lasciato il mio servo Gamani a vegliare in mezzo alla foresta ed i miei porta-fucili alla fattoria.
— Ma chi è quell’uomo?...
— Un negro.
— Lo si cerca e lo si uccide con una buona fucilata.
— È lontano.
— Si va a trovarlo.
— È potente, Antao.
— Si raccoglie una truppa d’uomini risoluti e lo si va ad assalire.
— Nel Dahomey?...
— Là!... Ecco un nome che fa venire i brividi!... Brutto paese di macellai feroci. Diavolo!... Vorrei conoscere quest’istoria che ti mette indosso tante preoccupazioni.
— Te la racconterò, ma più tardi. Ora pensiamo agli ippopotami. Spero di essermi ingannato su quel grido e che nulla accadrà nella mia fattoria durante la nostra assenza.
— Vi sono i tuoi uomini che vegliano sul tuo nipotino e sulle tue ricchezze.
— Taci: ci siamo. —
Alfredo, che aveva continuato il cammino durante quella conversazione, seguendo sempre la riva destra del fiume, erasi arrestato dinanzi ad un grande albero del cotone, il quale si curvava verso la sponda e sul cui tronco si vedevano parecchie profonde incisioni che parevano fatte da poco tempo.
Il cacciatore l’osservò attentamente come volesse essere certo di non ingannarsi, poi s’inoltrò prudentemente fra i paletuvieri che si arrampicavano confusamente su per la sponda, afferrò una fune che stava legata attorno ad una grossa radice e diede una violenta strappata.
Tosto fra quell’ammasso di rami, di foglie e di radici, si vide avanzarsi uno di quei pesanti canotti scavati nel tronco d’un albero col ferro e col fuoco e colle punte assai aguzze, usati sui fiumi della Costa d’Oro e dell’Avorio.
Alfredo vi balzò dentro invitando il compagno a seguirlo, afferrò due remi dalla larga pala e spinse la pesante imbarcazione nella corrente, dirigendosi verso un isolotto coperto d’una fitta vegetazione che si trovava quasi in mezzo al fiume.
In pochi minuti attraversò la distanza e arenò l’imbarcazione su di un bassofondo che pareva si collegasse all’isolotto e che impediva d’accostarsi di più a quel brano di terra.
— Bisogna prendere un bagno? — chiese Antao.
— Non vi sono che due palmi d’acqua, — rispose Alfredo.
— Sono almeno sicure le nostre gambe? Mi hanno detto che sull’Ousme i coccodrilli non sono rari.
— È vero, ma non osano assalire gli uomini bianchi e poi a quest’ora dormono. In acqua, amico.
— Una parola ancora. Gli ippopotami non faranno a pezzi la nostra barca?...
— È probabile, se manchiamo ai nostri colpi, ma procureremo di mandare le palle a destinazione. Orsù, in acqua. —
I due cacciatori presero le loro carabine e abbandonarono la imbarcazione, scendendo sul banco.
Alfredo non si era ingannato. Vi era così poca acqua in quel bassofondo, che a malapena toccava i polpacci dei due uomini.
In pochi istanti attraversarono il banco e giunsero sull’isolotto, celandosi fra le folte piante che lo coprivano.
Quel brano di terra situato in mezzo all’Ousme, uno dei più notevoli fiumi della Costa dell’Avorio e che scaricasi nelle paludi di Porto Novo, non misurava di più di cinquanta metri di circonferenza ed era così basso, che la più piccola piena doveva coprirlo.
Nondimeno su quell’umido terreno, fertilizzato dagli avanzi vegetali trasportati durante la stagione delle piogge, erano cresciuti rigogliosi bambù altissimi dalle lunghe foglie verdi pallide, mangifere splendide, arbusti acquatici e anche dei mazzi enormi di banani selvatici, i quali rizzavano arditamente le loro lunghe e larghe foglie, talune delle quali misuravano tre o quattro metri.
Alcuni pappagalli grigi vi avevano preso domicilio e schiamazzavano allegramente, spennacchiandosi agli ultimi raggi del sole.
I due cacciatori fecero il giro dell’isolotto per accertarsi che non vi fosse qualcuno di quei piccoli serpenti chiamati dai naturalisti echidni nasicorni, il cui morso è mortale e che sono così numerosi in quelle regioni; poi si sdraiarono sotto la fresca ombra di un gruppo di banani.
— Ed ora, dove sono questi ippopotami? — chiese Antao. — Ho guardato attentamente il fiume e le sue sponde, ma ti confesso che non ho veduto nemmeno un coccodrillo.
— Manca mezz’ora al tramonto, — rispose il cacciatore. — Quando il sole sarà scomparso, li vedrai venire.
— Qui?...
— Sì, Antao. Verranno a saccheggiare questi vegetali.
— Sei certo?...
— Gamani li ha veduti venire per tre notti di seguito.
— Non si mostrano di giorno?
— Dormono in fondo al fiume; sono prudenti mio caro. Accendi la tua sigaretta e fuma tranquillo come faccio io. —
Il cacciatore aveva levato da una tasca una scatola di sigarette, ne offrì all’amico, ne accese una, poi si accomodò fra le erbe, mettendosi la carabina sulle ginocchia.
Quei due cacciatori, che si avventuravano soli sugli isolotti dell’Ousme ad attendere i mostruosi ippopotami, anche a prima vista si riconoscevano per due persone appartenenti a nazioni diverse, quantunque avessero entrambi la pelle bruna, capelli e occhi nerissimi, distintivi particolari della razza latina.
Colui che abbiamo udito chiamare Alfredo e che sembrava il più pratico di quei luoghi selvaggi e anche il più intrepido cacciatore, era uno di quei tipi che s’incontrano così di frequente nelle regioni dell’Italia meridionale e sulle coste Albanesi.
Era un uomo sulla quarantina, di statura superiore alla media, tutto muscoli e nervi, dal profilo ardito, reso più fiero da una folta barba nerissima, dagli occhi vivissimi, lampeggianti e dalla pelle bruna, dovuta forse più di tutto all’ardente sole dell’Africa equatoriale.
Indossava un vestito di tela bianca stretto alla cintura da una larga fascia dì lana rossa, come usano portare i pescatori napoletani, sormontata da una cartucciera, ed un elmetto pure di tela bianca gli copriva i folti capelli, che il clima della Costa dell’Avorio aveva già cominciato ad incanutire.
Il suo compagno Antao invece dal nome e dall’aspetto, s’indovinava appartenere alle razze bianche dei climi ardenti. Era un giovanotto di ventiquattro o venticinque anni, di statura bassa piuttosto, ma di corpo robusto, dalla pelle quasi olivastra, dagli occhi grandi, neri, vellutati e tagliati a mandorla, con due baffettini pure neri ed i capelli ricciuti, quasi crespi come quelli dei negri.
Portava sul capo l’elmetto, cappello indispensabile in quei climi, ma invece della giacca indossava una semplice camicia di flanella azzurra, adorna di rabeschi ai polsi ed al colletto, stretta da una cartucciera elegantissima di pelle rossa ed aveva i calzoni di velluto olivastro e grandi uose di pelle gialla con fibbie d’argento.
Entrambi poi erano armati di splendide carabine da caccia, a canna corta, pesanti, ma capaci di abbattere un elefante con una sola palla ben aggiustata e dei larghi coltelli da caccia, chiusi in guaine di cuoio naturale a punta d’acciaio.
Mentre fumavano le loro sigarette conservando un silenzio assoluto, il sole tramontava rapidamente dietro i grandi boschi.
La luce decresceva a vista d’occhio e le tenebre s’addensavano frettolosamente nei più cupi recessi della foresta. I pappagalli grigi, dopo d’aver lanciati gli ultimi e più strepitosi chiacchierii, cominciavano a tacere; le aquile pescatrici, dopo d’aver fatta un’ultima volata sulle acque fangose del fiume, erano tornate ai loro nidi, situati sulle più alte cime dei giganteschi baobab; le scimmie subukumbaka, che fino allora si erano divertite a sollazzarsi fra i rami dei sicomori saccheggiandoli dei loro fichi, avevano cessato dall’emettere i loro acuti hu-ul-hu-ul che si odono a parecchi chilometri di distanza, e in aria cominciavano ad apparire i primi volatili delle tenebre.
Bande immense di pipistrelli, abbandonati i rami ai quali fino allora si erano tenuti appesi col capo in giù e le fredde ali avviluppate intorno al corpo, giungevano da tutte le parti, guidate da qualche gigante della specie, da qualche cinonittero delle palme o cane notturno, orrendo volatile dalle ali lunghe un metro e dal corpo lungo perfino trenta centimetri, dalla testa grossa somigliante a quella d’un piccolo bull-dog, traforata da due occhiacci e dal pelo aranciato sul petto e sul collo e grigiastro sul dorso e verso la coda.
Dei rauchi brontolii, dei soffi potenti, delle urla acute e degli scrosci di risa, annunciavano che le fiere abbandonavano i loro covi per cominciare le loro caccie notturne, ma Alfredo rimaneva impassibile, come uomo da lunga pezza abituato a quei concerti più paurosi che veramente terribili. Il suo giovane compagno invece, da poco sbarcato in quelle regioni, si agitava, tormentava la batteria della sua carabina, mentre i suoi sguardi si fissavano sulle due sponde con una certa ansietà.
— Diavolo!... — mormorò ad un tratto. — Ma qui pare di essere in un serraglio.
— Colla differenza però che le fiere non sono chiuse dentro le gabbie e che non si farebbero alcuno scrupolo a mangiarti, se lo potessero.
— E Gamani che hai lasciato solo in mezzo alla foresta?... Che domani non lo troviamo più?...
— Gamani è un coraggioso e sa che tutti questi animali non sono capaci di arrampicarsi sugli alberi. Si sarà accomodato fra i rami di un sicomoro e vedrai che lo troveremo vivo.
— Ma i leopardi sono buoni arrampicatori, Alfredo.
— È vero, ma Gamani ha una buona carabina e sa servirsene. Ti dirò poi....
— Che cosa?... —
Invece di rispondere, il cacciatore si era bruscamente alzato, in preda ad un’improvvisa emozione. Con una mano tesa verso il compagno, come per invitarlo a non muoversi, ascoltava con profonda attenzione, senza osare respirare.
— Hai udito nulla? — chiese dopo alcuni istanti, con voce alterata.
— Assolutamente nulla, — rispose il portoghese, stupito.
— Mi era sembrato di aver udita una lontana detonazione.
— Dove?...
— Verso la mia fattoria.
— Ti sei ingannato, Alfredo.
— Dio lo voglia. Io ho paura di quell’uomo.
— Ma di chi?... Spiegati una volta!...
— Sì.... ma.... guarda laggiù!...
— Cosa vedi?...
— Non hai udito?...
— Uh sordo respiro?...
— Sì, Antao.
— E mi pare di vedere l’acqua agitarsi presso la riva del fiume.
— È la preda che attendiamo.
— Un ippopotamo?...
— Arma la carabina!... Eccolo che si avanza verso l’isolotto.... Non mi ero ingannato conducendoti qui, lo vedi. —
Il portoghese non rispose ma si accovacciò fra le alte erbe, sotto la cupa ombra dei banani, armando risolutamente la grossa e pesante carabina.
CAPITOLO II.
I misteri delle foreste
Alla luce della luna, la quale faceva allora capolino dietro le alte cime della foresta, facendo scintillare le acque come se fossero d’argento liquefatto, i due cacciatori avevano scorta una massa enorme, mostruosa, sorgere presso la riva destra del fiume e avanzarsi lentamente verso l’isolotto.
Non si poteva ingannarsi sulla sua specie: era un vero ippopotamo, animali che se sono diventati assai scarsi nelle regioni bagnate dal Nilo, sono ancora numerosissimi nei fiumi della Costa dell’Avorio, dove godono una quasi perfetta sicurezza, essendo in generale i cacciatori negri cattivi bersaglieri e provveduti di armi troppo vecchie per cimentarsi, con qualche successo, con quei colossi.
L’animale, che era sorto dalle profondità del fiume per cercare la cena, era uno dei più grossi che Alfredo avesse fino allora veduti.
La luna che lo illuminava in pieno, permetteva ai due cacciatori di vederlo distintamente, come se fosse giorno.
Quel re dei fiumi, perchè è in realtà un vero re, non trovandosi alcun altro animale capace di disputargli il potere nelle acque che frequenta, nemmeno il coccodrillo il quale pare che lo eviti con grande cura, misurava circa tredici piedi di lunghezza, ossia oltre quattro metri, ed aveva una circonferenza enorme, superiore di qualche piede alla misura sopraddetta.
La sua testa, di proporzioni mostruose, carnosa, rigonfia verso l’estremità, aveva una bocca di due piedi d’apertura e mostrava una formidabile dentatura, composta di trentasei zanne fra cui quattro canini lunghi quaranta e più centimetri.
Il mostro, dopo d’aver nuotato alcuni istanti, era salito su di un banco, mostrando il suo corpaccio di colore bruno oscuro ma con dei riflessi fulvi e sprovveduto di peli, e le sue zampacce brevi e tozze; pareva che prima di decidersi ad avanzare, volesse assicurarsi dell’assenza dei nemici, fiutando replicatamente e molto rumorosamente l’aria.
— Che massa! — mormorò Antao, all’orecchio d’Alfredo. — Non sarà difficile sbagliarlo.
— Non tirare sul suo corpo, — rispose il cacciatore. — La sua pelle ha uno spessore di tre pollici e respingerebbe la tua palla.
— Diavolo!... Sono corazzati quegli animali!...
— Come i vascelli da guerra. Aspetta che si avvicini e cerca di colpirlo presso gli occhi o sotto le mascelle.
— Povero animale!... Non sospetta che vi sono dei nemici vicini.
— Non rimpiangerlo così presto. Sono animali pericolosi e anche dannosi. E....
— Che cosa?...
— Mi pare inquieto.
— Che ci abbia fiutati?...
— È possibile, ma non è che a centocinquanta passi e non lo lascerò fuggire, Antao. Risparmia la tua palla, per ora, e lascia che faccia fuoco io. —
Il cacciatore si era silenziosamente sdraiato fra le erbe, allungandosi meglio che poteva ed aveva puntata la pesante carabina, mirando con grande attenzione.
Ad un tratto fece fuoco. La detonazione fu tosto seguita da un muggito più forte di quello d’un toro e da un tonfo fragoroso.
Appena la nuvola di fumo fu dissipata, i due cacciatori videro l’ippopotamo in acqua, dibattersi con furore estremo. Colpito senza dubbio dalla palla e forse gravemente, il colosso nuotava disordinatamente all’ingiro, continuando a muggire e rinchiudendo, con cupo fragore, le potenti mascelle. Pareva che cercasse da qual parte si nascondevano i nemici per precipitarsi su di loro.
Alfredo, vedendo il compagno alzarsi per puntare la carabina, lo aveva obbligato a ricoricarsi fra le erbe, dicendogli rapidamente:
— Se ti è cara la pelle, non muoverti. —
Poi aveva ricaricata precipitosamente l’arma, certo di doverla adoperare una seconda volta.
Intanto l’ippopotamo, reso furioso dal dolore, continuava a dibattersi sconvolgendo le acque del fiume e facendo rintronare le foreste coi suoi muggiti. Le sue zampacce facevano spruzzare a destra ed a sinistra getti di spuma e colla testa sollevava delle vere ondate.
Ad un tratto parve che prendesse il suo partito. Nuotò velocemente verso l’isolotto e comparve a dieci soli metri dai cacciatori, i quali erano balzati precipitosamente in piedi colle armi in pugno.
— Fuoco Antao! — gridò Alfredo.
Il suo compagno, quantunque si sentisse invadere da un vivo tremito, nel trovarsi dinanzi a quell’animalaccio che pareva si preparasse a tagliarlo in due con un solo colpo delle sue enormi mascelle, fece rapidamente fuoco, ma gli mancò il tempo di constatare gli effetti della sua palla.
Con uno slancio di cui non si sarebbe mai creduto capace un animalaccio così pesante, l’ippopotamo si era scagliato su di lui, urtandolo così violentemente da farlo cadere a gambe levate.
Già l’enorme bocca si apriva sul disgraziato portoghese, quando si udì echeggiare una seconda detonazione.
Alfredo, che aveva risparmiata la sua palla, aveva scaricata la sua carabina nell’orecchio destro del mostro, il quale stramazzò al suolo fulminato.
— Per tutti i diavoli!... — esclamò il portoghese, che si era affrettato ad alzarsi. — Un istante di ritardo e mi tagliava in due meglio d’un pesce-cane.
— Sei ferito? — gli chiese premurosamente il cacciatore.
— No, sono solamente imbrattato del sangue dell’ippopotamo, ma per tutti i diavoli, credo di aver un certo tremito nelle membra.... Grazie, Alfredo, del tuo pronto intervento che mi ha salvata la vita.
— Bisogna essere prudenti con questi animali, amico mio ed evitare di trovarsi sul loro passaggio.
— Chi avrebbe creduto che simili masse fossero così leste?...
— Non lo sono in realtà, quando gl’ippopotami non sono irritati, ma quando sono feriti caricano con veemenza.
— Che corpaccio!... — esclamò il portoghese, che girava attorno all’enorme animale. — E soprattutto che bocca!... Brrr!... Mi viene freddo pensando che stavo per provare questi denti!...
— E che denti, Antao!... Guarda questi canini: pesano almeno dodici libbre ciascuno.
— Sono d’avorio?...
— Sì, ma molto migliore di quello che danno le zanne degli elefanti. È così duro, che l’urto delle scuri fa scattare delle vere scintille e conserva la sua bianchezza per sempre. Si adopera appunto per ciò nella fabbricazione dei denti artificiali.
— È buona la carne di questi animali?
— È deliziosa quanto quella del bue e soprattutto il grasso è molto pregiato, adoperandosi come burro.
— Allora qui vi è da nutrire una tribù intera di negri.
— Questo animale deve pesare almeno quattordici quintali; puoi quindi immaginarti quale montagna di carne si può trarne.
— Manderai i tuoi uomini a sezionarlo?
— Certamente, Antao, e domani ti farò assaggiare un piede di questo colosso, cucinato al forno come usano i negri di queste regioni e sarai contento di averlo mangiato.
— Ritorniamo?
— Non è prudente riattraversare la foresta di notte e poi spero di abbattere qualche altro ippopotamo. L’anno scorso alcuni negri avevano provato a dissodare delle terre ed a piantare delle granaglie su queste sponde e gli ippopotami si erano radunati in buon numero in questo tratto di fiume e vi sono rimasti.
— Forse che questi animali cercano la compagnia dei negri?
— Tutt’altro, Antao. Erano qui venuti per saccheggiare i campi e bastarono poche notti per distruggere i raccolti, obbligando i coltivatori ad andarsene altrove. Toh!... Odi?... Non m’ingannavo io. —
Verso l’alto corso del fiume si erano uditi dei muggiti prolungati e che parevano s’avvicinassero. Di certo parecchi ippopotami stavano trastullandosi a cinque o seicento metri dall’isolotto, prima di avventurarsi sotto i boschi in cerca di cibo.
— Che vengano qui? — chiese Antao.
— È probabile che scendano lungo le sponde del fiume, essendo necessaria una grande quantità di radici e di canne per quei grossi animali.
— Se si potesse farli venire presto!
— Se noi avessimo degli istrumenti musicali, non tarderebbero ad accorrere.
— Degli istrumenti musicali!... Scherzi, Alfredo?
— No, Antao. Ti sembrerà strano, ma questi animalacci sono sensibili alle dolcezze della musica. Il maggiore Denham ha narrato, che mentre passava colla sua scorta lungo il Mango nel Ganburoo, diede il comando di suonare la tromba e di battere il tamburo e che subito vide apparire parecchi ippopotami, i quali si misero a seguire le sponde del fiume tenendosi a breve distanza dai suonatori.
— Questa è fenomenale.
— Ho esperimentato anch’io questo mezzo, facendo suonare dei flauti dai miei battitori ed ho constatato l’esattezza dell’affermazione di Denham.
— Si potrebbe?
— Taci, Antao.
— Cos’hai udito?... —
Il cacciatore, invece di rispondere, gli fece cenno di nascondersi fra le alte erbe, poi gli additò la sponda opposta.
Alcuni rami si vedevano muoversi lentamente nel luogo segnalato, come se qualcuno, uomo od animale, cercasse di aprirsi prudentemente un varco.
La luna che allora erasi alzata e che splendeva proprio sopra il fiume, permetteva di vedere distintamente quei rami ad agitarsi.
— Una belva! — chiese, Antao sottovoce.
— Od un uomo? — rispose Alfredo, con voce agitata. — Un animale non prenderebbe tante precauzioni.
— Il tuo servo forse?...
— Gamani non s’inoltrerebbe così, sapendo che noi siamo qui a cacciare.
— Ma chi vuoi che sia infine?
— Chissà!... Forse un traditore.
— Un traditore?... Eh.... Dici?...
— Un compagno di quell’uomo, Antao.... guarda!... —
I rami si erano aperti e la testa d’un negro era comparsa, ma subito si era ritirata e le piante si erano rinchiuse.
Alfredo era balzato in piedi tenendo in mano la carabina e si era lanciato verso la riva dell’isolotto, gridando:
— Chi vive?... —
Nessuno rispose, nè alcun rumore si fece udire.
— Sei tu Gamani?... — chiese.
Poi non ottenendo ancora risposta, riprese:
— Parla o faccio fuoco!... —
A quella minaccia si udirono dei rami agitarsi e scricchiolare, come se venissero precipitosamente allontanati o spezzati, ma nessuna voce umana si fece udire.
Alfredo non esitò più. Puntò la carabina mirando là dove vedeva muoversi i rami degli alberi e fece fuoco, ma la detonazione non fu seguita da alcun grido di dolore, anzi ogni rumore cessò e le piante ripresero la loro immobilità.
Antao aveva raggiunto prontamente il compagno e gli porgeva la propria carabina, ma Alfredo fece col capo un cenno negativo.
— È fuggito, — disse poi.
— L’hai mancato?...
— Lo credo.
— Ma chi era?...
— Qualcuno che ci spiava.
— Un negro di Tofa?...
— Temo che sia un dahomeno.
— Un dahomeno qui?... Uno di quei negri sanguinari su questo fiume?
— Sì, Antao.
— Mi sembri agitato, Alfredo.
— È vero, sono inquieto.
— Ma perchè?...
— Sono accadute troppe cose questa notte, per non allarmarmi Antao. Torniamo alla mia fattoria.
— E gli ippopotami?
— Torneremo domani. Bisogna che io veda Gamani.
— Lo troveremo con quest’oscurità?...
— Conosco questi boschi.
— Ma l’uomo che è venuto a spiarci, non ci tenderà un agguato?...
— Siamo armati e non lo temo.
— Andiamo, giacchè lo vuoi. Apriremo bene gli occhi e terremo un dito sul grilletto delle carabine. —
Stavano per abbandonare l’isolotto e scendere sul banco per raggiungere l’imbarcazione che era rimasta arenata, quando in mezzo ai boschi si udì a rintronare uno sparo.
Alfredo si era arrestato mandando un grido, che aveva qualche cosa d’angoscioso.
— La carabina di Gamani! — esclamò.
— O del negro che è fuggito? — chiese Antao.
— No, è stata sparata in mezzo ai boschi.
— Avrà fatto fuoco contro qualche leopardo.
— No.... odi?... —
Un’altra detonazione era echeggiata, poi dopo alcuni istanti, un’altra ancora.
— Sono segnali d’allarme! — esclamò Alfredo. — Vieni, Antao, vieni!... —
CAPITOLO III.
La scomparsa di Gamani
I due cacciatori, abbandonato precipitosamente il banco, si slanciarono verso la scialuppa che era rimasta arenata e spintala in acqua con una scossa vigorosa, vi balzarono dentro, arrancando con grande lena.
Giunti però a trenta passi dalla riva, resa oscurissima dalla cupa ombra dei grandi vegetali, Alfredo fece segno al compagno di rallentare la manovra dei remi e alzatosi sul banco, col fucile in mano, lanciò un lungo sguardo sui rami arcuati dei paletuvieri.
Per alcuni istanti scrutò con somma attenzione quelle piante delle febbri, in mezzo alle quali poteva benissimo celarsi un uomo senza tema di venire scoperto, poi riprese il remo e spinse la scialuppa verso la sponda, ma procurando di non far rumore.
Prima di sbarcare attese ancora qualche minuto, tendendo gli orecchi per raccogliere il menomo rumore, poi rassicurato dal profondo silenzio che regnava sulla fiumana, s’aprì il varco fra i paletuvieri, facendo cenno ad Antao di seguirlo.
— Quante precauzioni, — disse Antao, che pareva sorpreso.
— Sono necessarie, — rispose Alfredo, che legava la scialuppa. — Non dimenticare che abbiamo degli uomini dinanzi a noi.
— Uno, Alfredo.
— Chi ti dice che fosse solo?...
— È vero, ma noi siamo armati e poi non abbiamo paura dei negri. Ed ora, come faremo a trovare Gamani, con quest’oscurità?...
— Conosco la via.
— Se segnalassimo a lui che lo cerchiamo sparando alcune fucilate?...
— No, Antao. Bisogna lasciar credere agli uomini che ci spiavano, che noi siamo rimasti sul banco.
— Ma ci avranno veduti attraversare il fiume.
— Ma ora li inganneremo.
— In quale modo?
— Lo vedrai. Imita la mia manovra. —
Aveva estratto il lungo e solido coltello da caccia ed aveva cominciato a recidere alcuni rami, riunendoli in un fascio che aveva la grossezza d’un uomo, poi lo aveva coperto colla propria giacca di tela bianca. Antao, quantunque non capisse cosa volesse fare il compagno, lo aveva imitato, vestendo quella specie di fantoccio colla camicia di flanella, non avendo giacca.
— Ora poniamoli nella scialuppa, — disse Alfredo.
— Mi spiegherai il perchè?
— Te lo dirò poi. —
I due fantocci furono messi uno a prora e l’altro a poppa, poi la scialuppa fu liberata dalla corda che la tratteneva e abbandonata alla corrente, la quale la trasportò tosto al largo.
— Seguimi, — disse poi Alfredo. — Cerca di non far rumore e apri bene gli occhi. —
Si cacciò senza esitare fra le piante, strisciando lestamente fra le immani radici che coprivano il suolo ed i cespugli che crescevano fitti fitti fra i tronchi dei grandi alberi, e raggiunse un sentiero aperto in piena foresta, ma tanto stretto da permettere appena il passaggio ad un uomo.
Si lanciò innanzi risolutamente, tenendo il fucile sotto il braccio per essere più pronto a far fuoco, ma evitando con cura estrema di urtare i rami degli alberi che si curvavano su quello stretto passaggio e posando con precauzione i piedi, per tema di far scrosciare le foglie secche o di calpestare la coda di qualche rettile velenoso. Antao gli si era messo dietro, girando a destra ed a sinistra gli occhi e volgendosi di frequente, per paura di venire improvvisamente assalito a tergo.
Dopo le tre detonazioni della carabina di Gamani più nessun rumore aveva turbato il profondo e misterioso silenzio che regnava nella foresta, pure Alfredo non pareva tranquillo, tutt’altro. Si arrestava di frequente per tendere gli orecchi, guardava all’intorno scrutando le folte e cupe macchie, trasaliva ad ogni foglia secca che crepitava sotto i suoi piedi e delle parole tronche gli sfuggivano dalle labbra. Doveva avere un motivo ben grave per essere così inquieto, lui che era così coraggioso, che nessun pericolo spaventava: così almeno pensava Antao.
Ad un tratto, verso il fiume rimbombò una fragorosa detonazione, che pareva prodotta da una di quei grossi e vecchi fucili adoperati dai negri, armi che contano cinquanta e forse cent’anni di fabbricazione.
— Gamani? — chiese Antao, arrestandosi bruscamente.
— Non è lo sparo d’una carabina, — rispose Alfredo che si era pure fermato. — So di cosa si tratta.
— Spiegati.
— Sono gli uomini che ci spiavano che sparano contro i nostri fantocci. Sono contento di averli ingannati. —
Quantunque la loro posizione fosse tutt’altro che lieta, Antao non potè trattenere uno scoppio di risa.
— Ah!... che superba idea!... — esclamò.
— Imprudente! Vuoi farci fucilare?...
— È vero; mi dimenticavo che siamo diventati della selvaggina pei negri. Toh!... Un altro colpo!... Quegli stupidi si divertono a consumare la loro polvere contro la mia camicia e la tua giacca, ora non m’inquieto. I loro fucili fanno più fracasso che danno e poi questi negri sono così cattivi bersaglieri che....
— Vuoi finirla? La pelle non ti preme forse? Se tirano male, il caso talvolta manda una palla a destinazione. Orsù; ora che sappiamo che i nemici seguono la scialuppa, mettiamoci al trotto e cerchiamo di raggiungere presto Gamani, poi la mia fattoria. —
Certi ormai di aver fatto perdere le loro tracce a quei misteriosi nemici che avevano loro preparato l’agguato e convinti di aver dinanzi la via libera, affrettarono il passo, inoltrandosi sotto centinaia e centinaia di giganteschi sicomori, di alberi dal legno rosso, di alberi dal cotone o bombasc, di mangani, di goyavi e di banani dalle foglie smisurate e cacciandosi lestamente, non senza però incespicare e urtare, fra miriadi di radici e di liane che formavano talora delle vere reti inestricabili.
[Illustrazione: — Da bere, signore.... da bere.... — (Pag. 24).]
La loro corsa durò venti minuti sempre più rapida, poi Alfredo s’arrestò dinanzi ad uno spazio aperto, in mezzo a cui giganteggiava solitario un sicomoro dal nero fogliame, che spandeva all’intorno una cupa ombra.
— Ci siamo? — chiese Antao, con voce affannosa.
— Sì, — rispose il cacciatore, — ma....
— Lo vedi?
— Fa troppo oscuro e poi si sarà nascosto fra le foglie del sicomoro.
— Odi nulla?
— No, Antao e ciò mi inquieta.
— Chiamalo. —
Alfredo accostò ambe le mani alla bocca formando una specie di porta-voce e chiamò replicatamente, ma senza gridare troppo forte:
— Gamani!... Gamani!... —
Nessuno rispose a quella doppia chiamata.
— Gran Dio!... — mormorò il cacciatore, con angoscia. Cos’è accaduto di lui?...
— Sei certo che questo sia il posto? — chiese il compagno.
— Non m’inganno io, Antao. L’abbiamo lasciato ai piedi di questo sicomoro.
— Che una belva lo abbia divorato?... Quei colpi di fucile....
— Vediamo, se è stato divorato da qualche leopardo o da qualche leone, troveremo almeno la sua carabina.
— Spero che non l’avranno mangiata.
— Vieni. —
Armò il fucile e strisciò verso l’albero gigante, mentre il suo compagno sorvegliava i dintorni, temendo che apparissero i misteriosi nemici.
Giunto ai piedi del sicomoro, il cacciatore guardò fra i rami, ma faceva troppo oscuro per poter discernere qualche cosa. Ripetè la chiamata, ma non ottenendo alcuna risposta, fece il giro dell’enorme tronco esaminando attentamente le erbe che crescevano all’intorno.
Aveva quasi compìto il giro, quando vide a terra qualche cosa di bianco, semi-nascosto fra le grasse graminacee. Allungò una mano e raccolse un cappello di foglie intrecciate e che gli era ben noto.
— Il cappello di Gamani!... — esclamò. — Il disgraziato è stato ucciso!... A me, Antao. —
Il compagno s’affrettò a raggiungerlo e comprese subito la gravità della cosa.
— Ucciso o rapito? — chiese.
— Rapito!... — esclamò Alfredo, come fosse stato vivamente colpito da quella riflessione.
Ma poi, crollando il capo, aggiunse.
— Ed a quale scopo?... Rapire un servo?... Qui, quando si odia qualcuno lo si uccide; la vita d’un uomo vale meno d’una fettuccia o di poche perle di vetro.
— Ma se l’hanno ucciso non si saranno di certo presa la briga di far scomparire il cadavere.
— Forse l’avranno gettato nella foresta.
— Cerchiamolo, Alfredo. Non ti sembra che queste erbe siano calpestate?
— Sì, sono curvate in varii luoghi.
— Seguiamo le tracce.
— Ma mi preme giungere alla fattoria, Antao; ho dei tristi presentimenti. Questo attacco improvviso in mezzo alla foresta, contro noi che siamo uomini bianchi, troppo temuti dai sudditi di Tofa e dei reami della costa, mi fa sospettare la presenza dei sanguinari negri del Dahomey.
— Taci!... —
Un grido acuto, straziante, ma un grido che pareva più emesso da una donna che da un uomo, era in quel momento echeggiato in mezzo alla tenebrosa foresta.
— Hai udito?...
— Sì, Antao.
— È un grido di donna.
— Sciagura su noi, Antao!...
— Ti ho detto che è un grido di donna.
— Lo so e perciò ho paura.
— D’una donna?... — chiese il portoghese, al colmo dello stupore.
— Seguimi!... — disse il cacciatore, senza rispondere alla domanda.
Quel grido che pareva lanciato da una persona in pericolo, era echeggiato a tre o quattrocento metri dal grande sicomoro, in mezzo alla cupa foresta. Bastavano quindi pochi istanti per giungere sul luogo dove accadeva qualche grave avvenimento.
Alfredo aveva attraversata rapidamente la radura, ma giunto sul margine della foresta si era arrestato e pareva poco disposto ad avventurarsi in mezzo a quel caos di rami, di tronchi enormi e di radici mostruose.
Udendo però echeggiare un secondo grido, più acuto, più straziante del primo, non esitò più. Tenendo un dito sul grilletto della carabina per essere pronto ad ogni evento, si slanciò in mezzo alla folta vegetazione, sempre seguito dal brasiliano.
Scivolando fra le radici ed i rami, quasi senza far rumore, quantunque fosse profonda l’oscurità sotto la vôlta impenetrabile delle frondi, in poco meno di mezzo minuto giunse in una seconda radura, ma più piccola della prima e circondata da altissimi alberi e alla luce della luna vide una massa oscura che pareva si dibattesse in mezzo alle erbe.
— Cos’è? — chiese Antao, che lo aveva raggiunto.
Un terzo grido, ma un grido di donna sfuggì da quella massa al quale rispose un urlo rauco e stridente, ben noto al cacciatore della Costa d’Avorio.
— Indietro, Antao!... — esclamò Alfredo. — Bada alla tua vita. —
Poi si spinse innanzi, tuonando:
— Ci sono io, mio caro ed ho una palla per te!... —
Udendo quella voce umana, un animale si era staccato da quella massa e con un rapido volteggio si era piantato dinanzi all’ardito cacciatore, a dieci passi di distanza, saettandolo con due occhi che avevano dei riflessi giallo-verdastri.
Aprì le fauci armate di lunghi e candidi denti, si battè i fianchi colla coda, poi si raccolse su sè stesso come fanno i gatti quando si preparano ad assalire un sorcio e lanciò tre note gutturali, lunghe, le quali risuonarono paurosamente sotto le vôlte dei grandi alberi, destando tutti gli echi della gigantesca foresta.
Quell’animale, che la luna illuminava perfettamente, era lungo circa due metri e rassomigliava ad una tigre o per lo meno ad un gatto, ma di dimensioni straordinarie. Aveva la testa grossa in proporzione al corpo, il muso poco sporgente, un collo corto ma robustissimo, una coda lunga settanta od ottanta centimetri, ed il pelame giallo-rossiccio che diventava più oscuro sul dorso, macchiato di grossi punti oscuri ed irregolari e le parti inferiori, compreso il petto e la gola, giallo-biancastre.
Sentendosi assalire alle spalle, aveva abbandonato la vittima che forse stava strangolando e dilaniando e si era affrettato a far fronte al pericolo con un coraggio piuttosto raro nelle fiere, le quali ordinariamente evitano l’uomo bianco armato.
Il cacciatore, sapendo quale formidabile avversario avesse dinanzi, si era arrestato e guardava intrepidamente la fiera che continuava a saettarlo con uno sguardo di collera e d’ardente bramosìa, mentre avvicinava lentamente alla spalla il calcio della carabina.
— Morte di Nettuno!... — mormorò Antao, rabbrividendo. — Un leopardo qui!... Preferirei dieci ippopotami a questo feroce mangiatore d’uomini!... —
Non si era ingannato: era un vero leopardo quello che stava per scagliarsi sull’audace cacciatore della Costa d’Avorio.
Questi animali sono forse più formidabili dei leoni e forse più arditi delle tigri indiane. Nessun negro oserebbe affrontarli, quantunque abbiano una statura ben inferiore dei re delle foreste e siano meno robusti, ma perchè sanno di quanta agilità e di quanta ferocia sono dotati.
Sono il flagello dell’Africa tenebrosa, come lo sono le tigri nelle pantanose pianure delle Sunderbunds del sacro Gange.
Abitano ordinariamente le foreste fitte, dove fanno delle vere distruzioni di selvaggina, sono voracissimi, divorano specialmente un numero enorme di scimmie, essendo i leopardi abilissimi arrampicatori, ma talora scelgono i loro covi in vicinanza dei villaggi e allora guai ai poveri abitanti.
Divorano prima a quei disgraziati tutti gli animali domestici, osando inoltrarsi perfino entro le capanne ed in pieno giorno, poi divorano i proprietarii. Sono così noncuranti dei pericoli, che anche scacciati ritornano dopo poche ore, entrano nelle abitazioni balzandovi per le finestre o guastando i malsicuri tetti, strangolano ferocemente le persone addormentate, uccidono le donne che si recano alle fontane, rapiscono i bambini. Vi sono taluni leopardi diventati famosi per le loro distruzioni, nè più nè meno delle tigri antropofaghe dell’India.
Non era quindi da sorprendersi se il portoghese, che aveva atteso a piè fermo i giganteschi ippopotami, fosse spaventato della presenza di quel leopardo e se Alfredo, che era così coraggioso e lesto di mano, fosse diventato estremamente prudente dinanzi a quel formidabile avversario.
La belva, come dicemmo, si era accovacciata come si preparasse a balzare addosso al cacciatore che la sfidava e che la minacciava colla canna della carabina, ma tutto d’un tratto si rialzò, spiccò un gran salto descrivendo una straordinaria parabola e andò a cadere fra i rami d’un ebano che era lontano dieci passi.
— Morte di Saturno!... Che salto!... — esclamò Antao.
— Guarda la vittima, — disse Alfredo, senza staccare gli occhi dall’albero.
— Credo che quella donna sia stata uccisa, poichè non la odo più a muoversi. Vedo una massa oscura distesa fra le erbe.
— È armato il tuo fucile?
— Sì, Alfredo.
— Mettiti dietro di me e sii pronto a passarmelo. Se le due palle falliscono, siamo perduti.
— Sono pronto.
— Sta bene. —
Alzò la carabina e mirò freddamente il leopardo, che si teneva imboscato fra i rami dell’ebano ma che pareva pronto, con un altro grande salto, a piombare addosso all’uno o all’altro dei due avversarii.
Alfredo mirò a lungo, con calma, cercando di irrigidire i nervi, poi lasciò partire il colpo.
La detonazione fu seguita da un rauco urlo, poi si vide il leopardo passare come un lampo attraverso i rami, descrivere un arco e cadere a dieci passi, ma con un sordo rumore che indicava come le sue potenti zampe non funzionassero più coll’agilità primiera.
Alfredo aveva fatto un balzo indietro gettando via l’arma scarica e afferrando di volo quella che gli porgeva Antao.
La puntò rapidamente per prevenire il secondo slancio della fiera, ma questa non si mosse e si limitò a far rintronare la foresta colla sua nota stridente e gutturale.
Si era coricata sul fianco destro e pareva che non fosse più capace di rimettersi in piedi, quantunque le sue zampe posteriori strappassero furiosamente le erbe d’intorno e cercassero di spingere innanzi la massa del corpo.
— Ha le gambe anteriori fracassate, — disse Alfredo. — Ora non lo temo più. —
Fece fuoco la seconda volta a sei soli passi di distanza. Quel colpo fu mortale: la belva, colpita in piena fronte, fece un ultimo balzo in aria, poi ricadde come una massa inerte e non si mosse più.
— Alla donna, Antao, — disse Alfredo.
E tutti e due, sbarazzati da quel pericoloso avversario, si slanciarono verso la povera vittima che giaceva in mezzo alle erbe della piccola radura.
CAPITOLO IV.
Il fanciullo rapito
Quando giunsero là dove il leopardo si era alzato, videro subito che non si erano ingannati. La vittima del ladrone delle foreste era veramente una donna, ma che non doveva però essere una tranquilla abitatrice di qualche villaggio, poichè appena Alfredo l’ebbe guardata, non potè trattenere una sorda esclamazione che tradiva una viva inquietudine ed una profonda collera.
Quella sconosciuta indossava un costume ben noto agli abitanti della Costa d’Avorio ed intorno a lei si vedevano certe armi non adoperate di certo dalle donne di Tofa, nè del Grande e Piccolo Popo.
Era una bella giovane di vent’anni, dalle forme assai sviluppate, dalle braccia muscolose, dalla pelle d’un nero meno carico delle donne della costa e di statura alta e squisitamente modellata.
Aveva il corpo racchiuso in un giubbetto verde stretto alla cintura da una cartucciera di pelle, le anche avviluppate in una specie di gonnellino di seta rossa, i piedi nudi, ma le gambe e le braccia adorne di parecchi anelli di rame e d’avorio.
Presso di lei stava un casco a due punte, di stoffa bianca e più oltre un fucile a pietra, una giberna di pelle dorata e un lungo e largo coltellaccio, una di quelle armi terribili che gli abitanti del Dahomey chiamano nyekpeo-hen-to.
Il carnivoro l’aveva ridotta in uno stato miserando, ma forse gli era mancato il tempo di finirla. Le robuste unghie avevano squarciata la spalla destra della povera giovane per una lunghezza di venti o venticinque centimetri ed i denti avevano straziate le carni della coscia sinistra, le quali erano ormai coperte di sangue.
— Disgraziata!... — esclamò Antao. — Un momento di ritardo ed era finita. Fortunatamente non mi sembra che svenuta.
— Fortunatamente!... — disse Alfredo, coi denti stretti. — L’avesse stritolata questa vipera!...
— Questa povera donna? — chiese il portoghese, stupito.
— Sì, Antao.
— Ma chi è adunque?...
— Chi?... Chi?... Guarda il suo costume guerresco, Antao; questa donna è una di quelle crudeli amazzoni che formano il corpo reale del feroce Geletè.
— Del re del Dahomey?...
— Sì, di quell’antropofago.
— Morte di Nettuno!...
— Fuggiamo, amico!... Ormai i miei dubbi sono diventati una realtà! Le genti del Dahomey ronzano intorno alla mia fattoria e sono guidate da quel furfante che da due anni mi minaccia delle sue vendette.
— Che si tratti invece d’una spedizione contro il re Tofa?
— No, Tofa non ha nulla da temere da Geletè, perchè è un suo parente e perchè si sa che è sotto la protezione degli uomini bianchi. Vieni, Antao.
— Ma non possiamo lasciare qui questa donna in questo stato.
— Ma tu non sai quanto sieno feroci e sanguinarie queste donne; tu non conosci le amazzoni del Dahomey.
— È una donna, Alfredo.
— È peggio d’un uomo e sarebbe capace di compensare le tue cure con un colpo di fucile, per regalare la tua testa al suo re. Vieni, fuggiamo!... —
Il portoghese stava per arrendersi all’invito del suo compagno quantunque molto a malincuore, quando la giovane donna emise un lamento così straziante, da toccare il cuore del più spietato nemico.
Antao si era subito arrestato e anche Alfredo, malgrado il suo odio misterioso verso quella suddita del re del Dahomey, aveva fatto un volta faccia, come se fosse indeciso fra il fuggire od il tornare.
— L’hai udita? — chiese il portoghese.
— Sì, — rispose Alfredo, corrugando la fronte.
— Non possiamo abbandonare quella disgraziata che potrebbe diventare la preda d’un altro leopardo.
— Ma la mia fattoria corre un grave pericolo.
— Non lo sappiamo ancora.
— Gamani è stato assalito e hanno fatto fuoco sulla nostra scialuppa. Cosa vuoi di più?... —
Un secondo gemito, più doloroso del primo, uscì dalle labbra della giovane donna seguìto da queste parole pronunciate in lingua uegbè, idioma parlato in tutti gli stati costieri del grande golfo di Guinea:
— Da bere, signore.... da bere.... —
I due cacciatori, un po’ commossi da quella invocazione che aveva un accento straziante, s’avvicinarono alla donna, la quale si era alquanto sollevata.
Il viso della giovane guerriera nulla aveva dell’ardita espressione delle amazzoni del barbaro re. Aveva una fisonomia dolce, dai lineamenti regolari, con un naso quasi diritto invece di essere schiacciato, come lo hanno le donne di razza negra, una bocca piccola con due labbra rosse che mostravano dei denti d’una ammirabile bianchezza. Anche i suoi occhi non erano così grandi, nè così sporgenti: erano invece tagliati quasi a mandorla, d’un nero lucente, pieni d’espressione ed intelligenti.
Vedendo appressarsi i due cacciatori, l’amazzone fece istintivamente un gesto come se cercasse il fucile od il coltellaccio, ma parve subito si pentisse di quell’atto e tese ambe le mani verso di loro, ripetendo con voce fioca:
— Da bere.... signori.... —
Alfredo, che comprendeva perfettamente la lingua uegbè, prese la fiaschetta che portava alla cintura, ripiena d’acqua mescolata ad un po’ di arak e si curvò sulla giovane donna che il portoghese sorreggeva per impedirle di ricadere, ma poi ritirò la mano, dicendo:
— Sì, io ti darò da bere, ma se mi dirai cosa facevi in questa foresta.
— Te lo dirò.... signore.... lo giuro sul mio _feticcio_[1] ma brucio.... soffro.... dammi una goccia d’acqua.... —
Il cacciatore, quantunque avesse i suoi motivi per odiare i sudditi del Dahomey, non era crudele. Comprese che quella povera donna doveva essere rôsa dalla febbre causatale da quelle atroci ferite e le porse la fiaschetta, senza più esitare.
Quando la guerriera si fu dissetata gliela restituì, dicendo con voce raddolcita:
— Grazie, signore.
— Ora parlerai: cosa facevi in questa foresta che è così lontana dal tuo paese?
— Aspettavo dei guerrieri che si sono recati sulle rive del fiume.
— Cosa cercavano quei guerrieri?... —
La giovane donna ebbe una breve esitazione, ma poi disse, abbassando il capo:
— Dovevano sorvegliare un uomo bianco che doveva cacciare gli ippopotami sull’Ouzme.... e....
— Continua.
— Prenderlo vivo o morto.
— Odi Antao? — chiese Alfredo, tergendosi alcune stille di sudore freddo. Hanno preparato un tradimento. —
Poi rivolgendosi verso la giovane:
— L’uomo che dovevano fare prigioniero sono io, — disse, — e sono io che ho ucciso il leopardo che doveva divorarti. —
L’amazzone non rispose e chinò il capo sul seno, come se volesse nascondere il viso.
— Dimmi, — continuò Alfredo, che era in preda ad una viva agitazione. — Vi sono altri uomini oltre questi boschi, verso le terre del re Tofa?...
— Sì, — rispose l’amazzone.
— Molti?...
— Sì, molti.
— Cosa devono fare?...
— Sorprendere la fattoria dell’uomo bianco.
— E li guida?...
— Il cabecero Kalani. —
Il cacciatore, udendo quel nome, si era rialzato mandando un urlo di furore.
— Ah!... Miserabile uomo! Il cuore me lo diceva! Vieni, Antao, vieni o sarà troppo tardi!...
— Ma questa donna?...
— A me!... —
Il cacciatore si lacerò la camicia, inzuppò rapidamente un pezzo nell’acqua della fiaschetta, lavò le ferite senza che la giovane guerriera facesse udire un gemito, riunì con lesta mano le carni, le fasciò, poi prese il coltellaccio ed il fucile a pietra e li mise accanto alla donna, dicendo:
— Se qualche animale ti assale, difenditi. Fra breve l’alba sorgerà e non correrai alcun pericolo. Se vorrai attenderci, ti prometto di salvarti.
— Grazie, mio signore, — rispose l’amazzone.
Alfredo stava per lanciarsi attraverso alla foresta, quando si arrestò un istante, poi tornando rapidamente verso la donna, le disse:
— Una domanda ancora. Io avevo lasciato un uomo nella radura vicina, uno de’ miei servi e non l’ho più ritrovato. Sai dirmi cos’è avvenuto di lui?
— È stato preso dai miei compagni.
— Lo hanno ucciso?...
— No, l’hanno fatto prigioniero e condotto via.
— Grazie. Andiamo Antao e più lesti dei cervi. —
I due cacciatori abbandonarono l’amazzone che era ricaduta fra le erbe e si misero a correre per la foresta, seguendo il sentiero che attraversava la radura del grande sicomoro.
Alfredo non rispondeva più alle domande del suo compagno. Tutta la sua attenzione pareva rivolta alla sua fattoria, che in quel momento stava forse per correre un grave pericolo cercava quindi di guadagnare più via che poteva.
Non camminava, correva come un’antilope, sfondando con impeto irresistibile i rami che si allungavano sul sentiero e recidendo, con furiosi colpi di coltello, le liane che gl’impedivano il passo.
Il portoghese, non abituato alle lunghe marcie e tanto meno alle corse prolungate, lo pregava di tratto in tratto d’arrestarsi per concedergli un po’ di respiro, ma il cacciatore invece precipitava sempre più la fuga.
Qualche volta però si fermava, ma per tendere gli orecchi, parendogli forse di udire in lontananza delle urla e delle detonazioni; poi correva più di prima, per riguadagnare i passi perduti.
Ad un tratto s’arrestò, dicendo con voce affannosa:
— Hai udito, Antao?...
— Non odo che il sangue che mi sibila agli orecchi e la mia respirazione disordinata, — rispose il portoghese con voce rotta.
— Mi sembra d’aver udito degli spari....
— Ma siamo ancora molto lontani dalla tua fattoria?
— Tre o quattro miglia.
— Morte di Nettuno! Tanto da scoppiare, se continui a galoppare in questo modo.
— Odi?... —
Una scarica lontana echeggiò verso il sud, ripercuotendosi distintamente sotto i grandi boschi, seguita poco dopo da spaventevoli vociferazioni.
— Eccoli! — urlò Alfredo. — Assalgono la mia fattoria. Corri, Antao, corri!... Voglio uccidere quel cane di Kalani! —
Entrambi si erano rimessi a correre, facendo appello alle loro forze. Il cacciatore della Costa d’Avorio, il cui volto ordinariamente era così tranquillo, aveva assunto un’aria d’odio feroce, faceva paura.
Colla carabina in pugno, arma terribile in quelle mani, gli occhi scintillanti, i capelli in disordine, avrebbe spaventato qualunque persona che lo avesse incontrato in quella cupa foresta.
— Avanti!... Avanti!... — ripeteva, con voce strozzata. — Me lo rapiscono!... Kalani si vendica, ma lo ucciderò!... —
Intanto le detonazioni continuavano sempre più distinte, rombando sordamente ed a lungo sotto i grandi alberi. Talora erano scariche nutrite che parevano fatte da una compagnia di truppe regolari ed ora invece colpi isolati, poi echeggiavano delle urla che parevano emesse più da belve che da gole umane. Senza alcun dubbio si combatteva con ferocia attorno alla fattoria e gli uomini che l’abitavano si difendevano furiosamente.
Già i due cacciatori non dovevano distare più di due miglia dal luogo della pugna, a giudicarlo dall’intensità degli spari e la grande foresta cominciava a diradarsi, quando verso il sud, al disopra d’una cortina d’alberi, si scorse una viva luce che aveva dei riflessi sanguigni, quindi una gigantesca colonna di scintille che saliva alta alta, come se volesse confondersi cogli astri.
— Un incendio laggiù.... Alfredo! — gridò Antao.
— Lo vedo, — rispose il cacciatore, con accento disperato. — Kalani si è vendicato e mi fugge di mano, ma lo raggiungerò, dovessi andarlo a stanare nel cuore di Abomey. —
Stava per riprendere la corsa, quando un uomo, un negro armato di fucile, che pareva si fosse fino allora tenuto nascosto sotto un fitto cespuglio, gli sbarrò il passo, dicendogli:
— Ove vai padrone?...
— Tu.... Asseybo!... — esclamò il cacciatore.
— Fermati padrone, laggiù vi è la morte.
— Non temo la morte io, — urlò Alfredo, con esaltazione. — M’hanno incendiata la fattoria?
— Sì padrone e l’hanno saccheggiata.
— E mio nipote?...
— Perduto.
— Gran Dio! Ucciso da Kalani?
— No, rapito.
— Da Kalani?...
— Sì, da lui.
— Sono fuggiti?...
— Stanno ritirandosi.
— Ma posso raggiungere ancora quei ladri.
— Non osarlo, padrone. Sono almeno duecento.
— Maledizione su di loro!... Me l’hanno rapito! Povero fanciullo!... Venite, lo voglio!...
— Alfredo, — disse Antao, arrestandolo. — I rapitori possono ucciderti. Non precipitiamo le cose e cerchiamo di essere prudenti per ora; i tuoi nemici possono attenderti presso le rovine della fattoria. Aspettiamo l’alba, poi vedremo cosa si potrà fare.
— Io non temo nè Kalani, nè i suoi uomini! — gridò Alfredo con furore. — Vieni Antao, vieni Asseybo!... Noi daremo addosso ai rapitori.
— Ma sono molti, padrone e tutti armati di fucili, — disse il negro.
— I miei uomini si uniranno a noi.
— Temo che siano stati tutti uccisi, padrone. Quando sono balzato dalla finestra per non venire bruciato vivo, non ve ne erano che due soli vivi.
— Non importa, siamo in tre e tutti armati. —
Era impossibile trattenere lo sventurato cacciatore, il quale era in preda ad una esasperazione indicibile. Il portoghese, comprendendo che se non l’avesse seguito sarebbe partito solo, si decise a cedere.
— Ebbene, andiamo, — disse, — e guai al traditore. —
Alfredo era già partito correndo, sperando di giungere sul luogo dell’incendio prima della ritirata dei rapitori, ma Antao, accusando una stanchezza estrema causata da quella lunga marcia, lo costringeva di tratto in tratto a rallentare la sua fuga.
Sfinito lo era in realtà, ma contava su quei ritardi per lasciare campo ai dahomeni di ritirarsi, comprendendo che una lotta con quei negri coraggiosi e sanguinari, almeno pel momento, non era opportuna. Quei duecento uomini non avrebbero certo faticato a schiacciare i tre cacciatori, essendo tutti armati di fucile.
Le scariche e le grida erano intanto cessate, ma al disopra degli alberi si vedevano ancora innalzarsi nuvoloni di fumo dai riflessi sanguigni e nembi di scintille che il vento notturno spingeva assai lontane, minacciando di provocare altri incendii nei boschi vicini.
Mezz’ora dopo i due cacciatori ed il negro, lasciata la foresta, giungevano sul margine d’una prateria, in mezzo alla quale, presso un piccolo corso d’acqua, sorgeva la fattoria d’Alfredo.
Un orribile spettacolo s’offerse tosto agli sguardi del disgraziato proprietario e dei suoi compagni.
Del vasto fabbricato e dei suoi magazzini, che poche ore prima contenevano ingenti ricchezze, non rimanevano che poche muraglie annerite dal fumo e degli ammassi di rottami, di sotto ai quali sfuggivano ancora vortici di fumo e delle lingue di fuoco che lanciavano in aria getti di scintille.
Le palizzate che circondavano i fabbricati erano state in gran parte abbattute per lasciare il varco agli assalitori, i cancelli strappati giacevano al suolo, mentre tutto all’intorno si scorgevano casse sventrate, botti sfondate, animali morti e più oltre parecchi cadaveri umani ammucchiati alla rinfusa, che stringevano ancora ferocemente i lunghi e pesanti coltelli, adoperati dai barbari guerrieri del Dahomey.
Alfredo, scorgendo quella desolazione, si era arrestato come fosse stato pietrificato, poi si era lasciato cadere al suolo ripetendo con voce soffocata dai singhiozzi:
— Me l’hanno rapito!... Povero fanciullo!... povero fratellino mio!...
CAPITOLO V.
L’odio di Kalani
Alfredo Lusarno, catanese, da dieci anni aveva preso stanza sulla Costa d’Avorio. Figlio di uno di quegli arditi negozianti di corallo, che un tempo si spingevano fino sulle coste occidentali dell’Africa per vendere ai negri del Senegal, della Sierra Leone e della Repubblica di Liberia i prodotti dei banchi coralliferi di Sicilia e di Pantellaria, ritraendo grossi guadagni, a ventiquattro anni aveva deciso di abbandonare l’isola natìa e di visitare i paesi che avevano fatto la fortuna del genitore.
Spirito irrequieto, avventuroso, avido di emozioni e soprattutto appassionato cacciatore, non aveva posto indugio ad effettuare il suo disegno. Con poche migliaia di lire in tasca, ma pieno di buona volontà, si era imbarcato sul primo postale in partenza da Marsiglia per le colonie francesi dell’Africa occidentale, visitando successivamente San Luigi del Senegal, Dakar, Free-Town, Monrovia, quindi le diverse cittadelle della Costa d’Oro soffermandosi a lungo a Whydah la stazione più importante e più commerciale di quelle regioni.
Disgraziatamente, o meglio per sua fortuna, un mattino svegliandosi aveva fatti i suoi conti di cassa e si era accorto che i suoi biglietti da mille erano quasi tutti sfumati e che non gli rimanevano che poche dozzine di ghinee ed alcuni risdalleri.
Non si era sgomentato per questo, ma aveva pensato che era giunto il momento di lasciare i viaggi e di ricostruire la sua modesta fortuna, così troppo presto sfumata.