Opening the book…

[Illustrazione: CLARA MAFFEI.]

RAFFAELLO BARBIERA

IL SALOTTO
DELLA
CONTESSA MAFFEI

E LA SOCIETÀ MILANESE

(1834-1886)

Con scritti e ricordi inediti di BALZAC, MANZONI, VERDI, E. VISCONTI-VENOSTA, PRATI, ALEARDI, CARLO TENCA, A. MAFFEI, GIULIO CARCANO, CORRENTI, TOMMASO GROSSI, NIEVO, GIANNINA MILLI, DANIELE STERN, LISZT, ecc., ecc.

Quarta Edizione

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1895.

PROPRIETÀ LETTERARIA

Riservati tutti i diritti.

Tip. Fratelli Treves.

_Questo libro, in cui parlano tre sommi, Balzac, Manzoni, Verdi; in cui si agita una folla di patrioti indomiti e puri della vigilia, di letterati, d’artisti italiani e stranieri, di gentildonne — questo libro di cui mi sorse l’idea ascoltando una sera le tue incantevoli osservazioni sulla vita sociale, consacro alla tua memoria o_ CELESTE mia, o mia Sposa; a Te, che m’incuoravi a scriverlo con elevatezza d’intenti, con serenità di giudizio; a Te che lo attendevi, non senza la lacrima del presagio della tua fine precoce!...

Milano, il 14 del ’95.

R. B.

CAPITOLO PRIMO.

LA FAMIGLIA DELLA CONTESSA.

Carattere e influenza del salotto Maffei. — Nascita della Contessa. — Il conte poeta e pedagogista Giambattista Carrara-Spinelli. — In casa Litta. — I parenti della contessa Ottavia Carrara-Spinelli. — Poeti, poetesse, cardinali. — Un conte che spezza la sua corona. — Rivoluzionarii e ribelli in casa Gàmbara. — Un racconto di Balzac.

Il salotto di Clara Maffei, nata contessa Carrara-Spinelli, durò mezzo secolo a Milano, e per questo tempo rimase il salotto più celebre di tutta Italia. Per cinquantadue anni, fu il centro di riunione di patrioti, letterati e artisti italiani, e degli stranieri illustri che visitando la nostra Penisola, passavano per Milano.

L’influenza, esercitata dal salotto Maffei nel decennio dal 1849 al 1859 nei destini di Lombardia e possiam dire d’Italia, non va trascurata. La sua patriotica irradiazione si diffuse oltre i limiti di Milano e della Lombardia, si diffuse in altre regioni italiane; e vi portò la parola d’ordine, la parola che ben presto divenne fatto. Anche fuori d’Italia, specialmente a Parigi, che pur vanta nella sua storia politica, letteraria e galante, salotti famosissimi, il nome di Clara Maffei era conosciuto e ripetuto con reverente simpatia: le salon Maffei veniva citato alle Tuileries come ritrovo d’uomini d’alta tempra sul cui senno e sul cui ajuto il grande statista del nostro risorgimento, Camillo Cavour, contava con fiducia. Non si tratta, adunque, d’un salotto provinciale, bensì d’un salotto degno d’una metropoli. Non lo segnalava certo il lusso esteriore, non il fasto da cui la gentil padrona di casa e i suoi amici abborrivano, bensì la riunione di elevati intelletti, di forti caratteri, di cuori ardenti, devoti alla patria, al culto dell’arte e della letteratura.

Poichè è doveroso tenersi lontani da ogni esagerazione, non si creda che Clara Maffei deva essere posta nella storia delle donne notevoli a lato d’una Roland o d’una Récamier; che fosse una mente direttrice, una di quelle regine quasi imperiose di salotti, dove i frequentatori sono più o meno sudditi. La sua potenza consisteva nell’arte, così ardua, di ricever bene, di riunire nobili elementi; di esser centro d’un ordine d’idee civili, liberali, senza farne mostra. Nessuna ostentazione, nessuna posa, nessuno sforzo in lei: sembrava nata per ricevere, per guidare una conversazione eletta, per ispegnere subito abilmente gli attriti, che nel calore delle discussioni possono insorgere. Era gentildonna nell’aspetto, nel discorso, nella delicata vivacità, nella scioltezza, nel gesto, nell’anima, e nella finezza colla quale sapeva porre ogni nuova persona presentata in grado di trovare ben presto nel salotto un compagno di attitudini, di gusti, di studii, un concittadino, un amico.

Tutti la chiamavano contessa benchè, quantunque nata contessa, avesse sposato il poeta Andrea Maffei cui non ispettava il titolo di conte; ma nessuna contessa d’Europa meritava più di lei quel titolo tributato più in omaggio alle sue qualità squisite che alla sua nascita illustre.

Clara Maffei nacque a Bergamo, patria d’un’altra dama amica di numerosi poeti e sapienti, la poetessa Paolina Secco Suardo-Grismondi, la buona Lesbia Cidonia del Mascheroni, lodata persino da Voltaire.

Dall’atto di battesimo si rileva che Elena Chiara Maria Antonia Carrara-Spinelli, figlia dei signori conti Giovanni Battista e Ottavia Gàmbara, conjugi, vide la luce il giorno 13 marzo del 1814, in quella città, e precisamente nella parrocchia di Sant’Agata nel Carmine.

Il padre di Clara, poeta di classiche eleganze e pedagogista, insegnava belle lettere in primarie case patrizie di Milano. A’ suoi tempi godeva bella fama letteraria; oggi, il suo nome è dimenticato. Nessuno finora si è occupato di questo scrittore lombardo che vestiva di elette forme eletti sentimenti; di questo tragèdo, che affollava i teatri più cospicui d’Italia.

Egli discendeva dai Carrara di Bergamo (l’ultimo dei Carrara di Padova cadde, nel 1435, sotto la scure dei Veneziani) e precisamente dal ramo dei Carrara-Spinelli di Clusone, che avea ottenuto nel 1721 dalla Repubblica Veneta il titolo di conte per ispeciali benemerenze acquistate in Svizzera. A loro spese (dice il Libro d’oro dei veri titolati della Serenissima Repubblica), i Carrara-Spinelli aveano lavorato per il “buon successo dell’alleanza stabilita con quei Cantoni„ e s’erano adoperati “nelle moleste turbolenze della Terraferma nell’occasione de’ passaggi delle truppe di estere Corone„.

Anche il padre del nostro gentiluomo poeta (esso pure nato a Clusone) dilettavasi di poesia.

Sparsi in volumi, in volumetti e nei periodici letterarii del tempo, si trovano almeno trenta lavori del padre di Clara Maffei. Le compagnie tragiche (correva allora la moda delle tragedie come oggi delle pochades) gareggiavano nel rappresentare la sua Isabella di Lara, gli Arsacidi, Davide, Guido della Torre; tutte tragedie di stampo alfieriano recitate da attori alfieriani, tiranni e vittime frementi.

Nelle odi egli imitò assai felicemente ora il Parini e ora il Fantoni. Lasciò una versione dell’epitalamio di Catullo, delle Georgiche di Virgilio e il Radamisto tragedia tradotta da Crébillon. Inneggiò alle nozze di Napoleone e alle nozze di amici; sciolse un carme all’_Arco della pace_ di Milano e un Canto ad amore. Le sue prose educative contengono consigli preziosi, frutto di lunga esperienza, forse amara.... Apparve nel 1841 l’ultima sua opera, specchio dell’animo suo rivolto a pensieri religiosi: e un Diario ascetico tutto meditazioni, preci e salmi penitenziali.

Al pari di tutti o quasi tutti i patrizi lombardo-veneti del tempo, il padre di Clara si fece riconfermare dal governo austriaco il titolo di conte, che gli apriva molte porte: eppure non isfoggiava le borie d’altri nobili flagellate dal Parini e dal Porta, questo patrizio dal tipo del bonario. Avea occhi piccoli tagliati a mandorla, capelli ricciuti, naso lungo, mento grosso mezzo sepolto sotto le volute del cravattone di moda. Bonario il suo aspetto, ma raffinato il suo sentire. Insegnò alla figlia Clara come una gentildonna deve ricevere gli amici in una pagina che la figlia, col suo sottile discernimento, deve avere meditata; certo ella ne seguì i consigli.

A Milano il conte Giovanni Battista guidò l’educazione del primogenito della duchessa Camillo Litta Visconti-Arese, nata contessa Lomellini di Tabarca, dama di palazzo dell’imperatrice d’Austria.

Da ciò ebbe origine l’amicizia che la contessa Clara nutrì fino all’ultimo suo giorno pei Litta. Ciambellani e principi dell’impero Austriaco, i Litta erano amici del conte Carrara-Spinelli, che non inclinava punto a lodare i moti democratici, peggio poi i moti demagogici a’ quali avea dovuto assistere.

La madre di Clara, contessa Ottavia Gàmbara, discendeva da patrizii di ben altri ideali. Il genitore della contessa Ottavia s’era segnalato a Brescia per le sue scalmane a favore di quel delirium tremens che fu la Repubblica Cisalpina. Racconta il Litta, negli alberi genealogici delle Famiglie celebri italiane, che quel nobiluomo, nel mutamento civile del 1797 fu de’ primi che distruggessero lo stemma patrizio; lo stemma dei Gàmbara consisteva in uno scudo con un bel gambero rosso in mezzo. Questo simbolo di regresso e l’aquila nera a due teste coronate, che sormontava lo scudo, garbavano così poco al conte, che nelle mani plebee del Governo provvisorio s’affrettò a rinunciare allo stemma e ai diritti feudali. Ma quanti reazionarii del più bel nero diventavano repubblicani del più bel vermiglio, attraverso il fuoco di quelle meteoriche rivoluzioni! È l’eterna storia del gambero: casca bruno nella pentola e n’esce rosso.

Questo conte demagogo, non ostante le sue smanie sovvertitrici, era un cuor d’oro. Illibati i suoi costumi, inesausta la sua carità verso i poveri. Appassionato pe’ fiori, un giorno si punse mondando una rosa. Non curò la puntura, ammalò alla mano che non volle gli fosse amputata, e ne morì nel 1805 a quarantun’anno, lasciando due figlie: Teresa e Ottavia, la madre appunto della contessa Maffei.

Teresa, maritata a uno scudiero d’Eugenio Beauharnais, visse ritirata, modesta, schietta, benefica: morì demente in seguito a un cattivo parto, nel 1834. Ottavia, che sposò il conte Giambattista Carrara-Spinelli, raccontava alla figlia Clara, bambina, le virtù di questa povera zia Teresa e gliela proponeva ad esempio.

Ma altre cose le raccontava la madre:

— Sai? tu ti chiami Chiarina in memoria d’una poetessa: Chiara Trinali, madre mia.

Questa Trinali era, difatti, una facile verseggiatrice della scuola anacreontica del Vittorelli. La virtuosa poetessa Veronica Gàmbara apparteneva anch’ella alla casa della madre di Clara Maffei: e nasceva in Pratalboino, feudo della famiglia Gàmbara sul Bresciano. Vi appartenevano anche una beata Gàmbara Costa, un Lorenzo Gàmbara, poeta latino, due cardinali e un terribile feudatario, morto nel 1801.

Il conte Alemanno Gàmbara del castello di Pratalboino s’era formato un nido temuto, co’ suoi bravi, appartenenti a quella razza che, come riferisce Stendhal nel Rome Naples et Florence, al principio di questo secolo nei dintorni di Brescia era tutt’altro che sterminata dalla gendarmeria di Napoleone lanciata a darle la caccia. Il volgo parlava di trabocchetti spaventosi in quel maniero, del quale poi rimasero sole poche rovine, ludibrio dei venti. Era vero che in quel castello si commettevano orribili violenze. Una volta, alcuni birri veneziani entrano nelle terre del conte per isnidarne un malvivente. Il conte li lascia venire e li invita ad allegro banchetto; ma al domani un pesante carro coperto di cavoli entra in Brescia, e sotto que’ cavoli stanno ammucchiate le salme dei gendarmi trucidati. Eppure quest’uomo sanguinario usava modi cortesi, soccorreva i poverelli e pronto li difendeva dall’altrui prepotenza. Sdegnando di sposare donne ricche, s’impalmò con una marchesa povera dei Carbonara di Genova. Costei s’incapricciò poi d’un conte Miniscalchi di Verona e condusse vita licenziosa colmando d’amarezza il cuore del marito che l’amava davvero. Bandito dalla Repubblica Veneta, Alemanno Gàmbara (il quale poteva servir di modello ai Masnadieri di Schiller) ottenne alla fine perdono e passò da Zara a Chioggia, quindi rivide la patria e morì vecchio e desolato nel castello di Pratalboino, testimone delle sue antiche baldanze.

I Gàmbara di Brescia diedero un altro ardente ribelle alla Repubblica Veneta, quel conte Francesco (uno dei tre figliuoli d’Alemanno) il quale al primo turbine della licenza giacobina, alla testa d’un’orda di bergamaschi e di bresciani, irruppe a Salò, vi rovesciò il Leone di san Marco, fece prigione il rappresentante Veneto, Almorò Condulmer, disarmò gli Schiavoni e aperse le carceri. Egli rideva nel veder “tremare la sedia della vecchia verginella„ (sue parole), la già superba Venezia. Ma Salò e i dintorni insorsero contro di lui; ed egli cadde prigioniero. La Serenissima (in mezzo a quei torbidi si chiamava ancora così!) si preparava a tagliargli la testa; ma Bonaparte, quell’omett del cappellin, giunse in tempo a salvarlo. Il cittadino Francesco Gàmbara fu uno de’ cinque che recarono a Napoleone la nomina a presidente della Repubblica Cisalpina. Più tardi si consacrò tutto alla letteratura: scrisse sui fatti contemporanei, compose un poema sulla lega di Cambrai contro Venezia, sfucinò una folla di tragedie e di commedie, fra cui.... Commedie ad uso degli stabilimenti di educazione! Era scritto lassù che questo ardente figlio della rivoluzione dovesse finire in mezzo a una rivoluzione: morì a Brescia nel 1848.

A ben più alta scuola di libertà fu educata, per fortuna, Clara Carrara-Spinelli; ben altri ideali alimentò in quell’anima di bambina la madre! Pure qualche goccia di quel sangue ribelle scorreva nelle sue vene.

Nel 1837, quando Balzac, allora nell’apogeo della gloria, venne a visitare la contessa Clara, questa suggerì, io credo, al grande romanziere il titolo d’un racconto, ch’era il cognome della venerata madre di lei, Gàmbara: il racconto Gàmbara di Balzac uscì difatti alla luce in quello stesso anno.

CAPITOLO II.

I FONDATORI DEL SALOTTO.

La prima amica. — Nozze della contessina Clara con Andrea Maffei. — A un ballo in casa Scotti. — Lutto. — Principii del salotto Maffei. — Tommaso Grossi e Massimo d’Azeglio. — Una poesia inedita del Grossi. — Francesco Hayez, i suoi racconti e i suoi quadri. — Chi gli forniva i soggetti? — Un Epigramma inedito di Andrea Maffei all’Hayez. — Relazioni degli artisti coi patrizii. — Giulio Carcano.

La contessa Clara confessava in una lettera a Giulio Carcano che l’infanzia era stata la “sola epoca non infelicissima della sua vita„.

Fu affidata al Collegio degli Angeli di Verona dalla madre, che la raccomandava con molte lagrime a una dama veronese, la contessa Paolina Mosconi nata Michiel e alla gentil figliuola di costei, Teresa, la quale studiava pure in quel collegio e contava sei anni di più della nuova sua piccola amica.

Le due fanciulle contrassero un’amicizia tenerissima, che durò tutta la loro vita. Teresa Mosconi, sposata poi al conte Spiridione Papadopoli di Venezia, fu la prima, la più intima e la più affezionata amica che la Maffei abbia avuto. In collegio, Teresa accennava alla compagna le conversazioni che la propria madre teneva col Pindemonte, con Giulio Perticari, col Monti, e con altri scrittori di grido: tali racconti accendevano in Clara il desiderio di conoscere anch’ella un giorno i poeti celebri d’Italia.

Dopo la morte della madre adorata, Clara, per volere del padre, passò a Milano, nell’istituto d’educazione di madame Garnier, ricordata tuttora per avere educate tre generazioni di fanciulle della buona società milanese. Che cosa s’insegnasse in quel tempo alle nostre damigelle non è un mistero: religione, lingua francese, bel portamento, ballo, un po’ di musica, e i quattro elementi: aria, acqua, terra e fuoco. Far buona figura in società, questo lo scopo principale.

Il padre, che tratto tratto andava ad abbracciare la figliuola, le presentò un giorno un bel giovinotto trentino, alto, elegante, del cui talento poetico tutta Milano parlava: il poeta Andrea Maffei. — “Questo è il celebre cavaliere Maffei,„ le disse. “Se ti aggrada, Chiarina, egli sarà felice di offrirti la mano di sposo.„

Un giovane poeta di grido era appunto il sogno della giovinetta: e il matrimonio fu stabilito presto. La fanciulla a diciott’anni lasciò il collegio per andare all’altare. Le nozze vennero celebrate il 10 marzo 1832 in un’antica chiesa di Milano, a Santa Maria alla Porta, nella cui parrocchia il conte Carrara-Spinelli abitava. La sposa era di statura piccola ma assai graziosa; di capelli neri, d’occhi bruni, pensosi, e di lineamenti finissimi.

Andrea Maffei, figlio di Filippo, cavaliere del sacro romano Impero, era nato a Molina in Val di Ledro nel 1798, non già nel 1800, come il parroco di quella chiesa, per ringiovanire di due anni l’illustre sposo, notava ne’ suoi registri. Egli contava, adunque, trentaquattro anni. Il conte Giambattista prestò il proprio consenso alle nozze della figlia minorenne: e certi Lucchi, commissario pontificio, e Colò impiegato testimoniarono. Nozze semplici, senza fasto, senza rumori. Andrea Maffei regalò alla sposa una nuova edizioncina delle sue armoniose parafrasi degli idillii di Gessner con un’affettuosa dedica in prosa che alludeva all’idillio dei loro cuori felici.

Ma, pur troppo, la felicità fu breve. Andrea Maffei s’accorse ch’egli non era tagliato per il matrimonio. Diceva: “il matrimonio è una cosa tanto seria che, prima d’incontrarlo, bisogna pensarci su tutta la vita.„ E a un amico che gli domandava un giorno perchè egli, tanto alto, avesse sposato una signora così piccina, rispose scherzando: “Quando si prende moglie, bisogna prenderne il meno possibile.„ Eppure avrà pensato che una donna è alta se arriva al cuore. E Clara Maffei voleva arrivargli al cuore. Un giorno disse: “Ah! s’io fossi sua sorella!„ Ella splendeva allora nell’incanto della primavera e di que’ pregi che il suo poeta aveva decantati: e già le speranze le mancavano di parola.

Gli sposi posero il loro nido al numero 1 della tranquilla via del Monte di Pietà, in una casa massiccia, costruita nello stile del primo Impero nel luogo dove un tempo sorgeva un convento di monache francescane di Santa Chiara, leggendarie per certi prodigi compiuti, dicevasi, all’epoca di Francesco I di Francia. La sposa attendeva ansiosa il suo Andrea quand’egli dovea ritornar dall’ufficio, e, Chiara anch’essa di nome, come la santa venerata dell’antico monastero, implorava anch’essa un prodigio: che il marito non s’indugiasse troppo al caffè Martini.

Lo zio dello sposo, il cavaliere Giuseppe Maffei, regio bavaro consigliere, cappellano aulico, autore d’una diligente storia della letteratura italiana, gli aveva, difatti, ottenuto un posto onorevole presso il Tribunale d’appello; ma egli preferiva le pindariche note alle emarginate note, e sulle carte d’ufficio (come già il Porta) componeva que’ suoi versi che sono una melodia.

Dopo l’ufficio, alcune volte accorreva premuroso alla sposa; altre volte, invece, accorreva fra gli amici nei caffè dove gli elegantoni, vestiti alla moda inglese o francese, questionavano sulle nuove opere, sui balli, sulle cantanti e sulle ballerine, delle quali volevano conoscere ogni menomo avvenimento: una visita misteriosa, il recapito d’una lettera con tanto di corona, gli amori, gli starnuti.

La contessina (continuarono a chiamarla così per molti anni come quando era ragazza) perdonava volentieri, sorridendo, le innocenti divagazioni del marito; il quale, una sera.... L’aneddoto è un po’ curioso; merita d’essere raccontato.

Una sera, Andrea Maffei conduce la sua graziosissima sposina a una festa di ballo in casa di donna Fulvia Scotti; ma, ben presto, scompare, promettendole che sarebbe tornato per riaccompagnarla a casa. La festa ferve e finisce: tutte le danzatrici sfilano e se ne vanno; si smorzano i lumi, e la povera sposina rimane sola soletta e non vede neppur la larva del marito. Angustiata, immagina chissà quale catastrofe; aspetta palpitante e soffre, invano consolata da’ suoi buoni amici. — Ma perchè Andrea non viene?... Me l’ha promesso!... — Niente. Il traduttore di Gessner, in preda a una delle sue poetiche distrazioni, s’era scordata la moglie.

La nascita d’una bambina parve cementare l’unione. Esultante, la contessa le impone il nome della madre sua, Ottavia; ma, dopo nove mesi, quella culla diventa una bara. La povera mamma strazia chi la vede nel suo dolore, dolore immenso ch’ella cerca di nascondere. Un velo di tristezza scende su quel volto che non sarà mai più ilare come prima. Un sonetto del poeta, forse il suo più bello, ritrae quella desolazione, velata invano dal sorriso onde la pia si sforza di consolare il marito pure addolorato.

Tu mi guardi, infelice, e d’un sorriso
Cerchi velarmi il tuo muto dolore?...
Oh, che tutto io lo veggo in quel pallore,
In quella stilla che ti bagna il viso!

Come dall’aspro falciator succiso,
Pria che schiuda la gemma un caro fiore,
La speranza morì che del tuo core
Fece per nove lune un paradiso!

Morì; chè farsi verità non cura,
Su questa terra di dolor, la speme
Che promette il diletto e dona il pianto.

Ma l’angelico sogno in creatura
Vedrem lassù converso, ove non teme
Alcun nodo d’amore essere infranto.

Per temperare la triste solitudine della contessa vengono a visitarla più spesso amici ed amiche. Il marito le conduce i poeti e letterati più in voga; le conduce qualche artista acclamato. Anche il padre, affettuoso, non manca di circondare la figlia di begl’ingegni: e così comincia, così si forma il celebre salotto, alla cui fondazione si può fissare, con esattezza, come data, l’anno 1834. È lo stesso anno nel quale appare alla luce Marco Visconti di Tommaso Grossi. È questi uno de’ primi fondatori del salotto con Massimo d’Azeglio, il bel giovane alto, slanciato, biondo, pittore e scrittore, il cui Ettore Fieramosca era uscito l’anno avanti fra gli applausi di tutta la società milanese che, nel ’27, non s’era, invece, quasi accorta della comparsa del grande modello, I Promessi sposi, definiti allora da una dama di spirito con una frase mordente che non ho il coraggio di ripetere. Massimo d’Azeglio frequentava artisti capi ameni; perciò aveva sempre in serbo qualche barzelletta da riferire infiorata dal suo caustico brio. Tommaso Grossi, — magro allampanato, che camminava per via colla testa un po’ curva e rivolta al muro in modo quasi da rasentarlo, — si faceva una festa di frequentare il circolo Maffei, nel quale la contessa era corteggiata regina e mira ai madrigali più squisiti. Di questi, oggi, scemato il culto della cavalleria verso la donna, verso la signora, sembra rotto lo stampo. E un madrigale sfavillante, degno de’ poeti più raffinati del Settecento, uscì dalla penna solita a narrare intime tragedie di fanciulle innamorate. Tommaso Grossi lo scrisse sull’album della contessa Clara, dal quale, dopo mezzo secolo d’ombra romita, esce alla luce. Il robusto dialetto milanese nella bocca della contessa risuonava graziosissimo; il Grossi n’era ammirato.... ma lasciamolo dire al geniale maestro:

Su quella soa bocchinna
Tant bella e tant graziosa,
La lengua meneghinna
L’è de color de rosa:
La gha on certo fà.... soi mi?
Savarev nanca dì.

Scaldaa in st’ideja: allon!
Ho ditt: fèmmes onor,
Scrivèmm in buseccon
Che l’è domà savor,
On ver lenguagg de strij
Pien de simonarij.

E ho scritt, ma sì: lalella!
Sta lengua del Verzee
No la me par pu quella
Che la parlava lee:
L’è fada slavia e flossa,
L’è tutt on’altra cossa.

Però, la vœur giustalla?
Prest faa, sura Chiarœu:
Basta domà passalla
Per quell so car boccœu
Furbett senza fa mostra,
Che ’l par ona magiostra.

E a on tratt la me deventa
Vergnonna, maliziosa,
Viscora, sbilidrenta
Comè ona bella tosa:
Bella?... l’è minga assee,
La me deventa Lee.

È il più leggiadro madrigale di tutta la letteratura vernacola lombarda, alla quale il pittore-poeta Giuseppe Bossi (uno dei ritrattisti delle bellezze svelate di Paolina Borghese) donò agili strofe oraziane. Si può tradurre la grazia del Grossi?... Per chi fra’ miei lettori non comprendesse il milanese, oso mettere in calce una approssimativa e scolorita versione[1], e passo a un’altra delle prime e più caratteristiche figure del salotto: a Francesco Hayez.

Il capo della pittura romantica è presentato da Andrea Maffei alla moglie, che lo riceve con grandi onori. Egli va nelle prime ore della sera a salutare la contessa, dopo d’aver lavorato tutto il giorno nell’ampio suo studio della casa Repossi, rallegrato da giardini di platani giganteschi. La mestizia della Maffei sparisce nell’udir l’Hayez raccontare arguti aneddoti autobiografici in quel dialetto di Carlo Goldoni che l’acclamato pittore veneziano conserverà sino agli ultimi anni della vita nonagenaria, non ostante il suo lunghissimo soggiorno in Milano.

L’Hayez le racconta che ha visto l’ultimo doge di Venezia, Lodovico Manin, scendere nel giorno dell’Ascensione dal bucintoro, dopo d’aver lanciato nel mare il mistico anello, fra il tuonar delle artigliere, fra lo squillar festoso delle campane, fra gli applausi del popolo. Egli rivede quel doge; egli ricorda que’ senatori dalle toghe rosse (che dipinge ne’ proprii quadri storici) e l’ultimo bagliore della Repubblica stanca di quattordici secoli di gloria.

— Go visto anca i Francesi ocupar Venesia e darla a l’Austria. Sicuro! Nella piazza San Marco stavano schierate, qua le truppe austriache, là le francesi tutte intente a guardare un bellissimo giovane generale che percorreva pomposo le file: Eugenio Beauharnais.

Il Cicognara, presidente dell’Accademia di belle arti a Venezia, prese a voler bene al piccolo Francesco innamorato dell’arte, e lo protesse come un figlio. A diciott’anni, l’Hayez fu inviato a Roma per divenire artista sul serio, ed ivi trovò un altro ajuto eccelso in Antonio Canova che lo accolse a braccia aperte.

— _Sàla, contessa! Canova, co ’l lavorava, el gavèva sempre in testa un baretin de carta. I lo gaveva fato marchese; ma, a lu, no ghe ne importava gnente. Baréta de carta.... e quele quatro righe de statue!_

Fra i letterati della scuola romantica, che incontrò in casa Maffei, l’Hayez attinse varii soggetti pe’ suoi quadri romantici, in buona parte inspirati dai crociati o dalla storia della Repubblica di San Marco. Egli fissò sopratutto l’attenzione su Valenzia Gradenigo della storica famiglia, fondatrice, dicesi, di Grado; tanto che la dipinse più volte. Dipinse il Foscarini, che ricusa di sposare Valenzia Gradenigo il giorno delle nozze perchè la trova bionda di capelli; dipinse Valenzia Gradenigo davanti agl’Inquisitori, quadro che nel ’35 compì per Clara Maffei, la quale ne adornò la parete più in vista del suo salotto; e dipinse ancora, per altre due volte, la stessa Valenzia Gradenigo al cospetto del padre inquisitore, con molta luce che scende da un finestrone e con quelle sue figurette ben disegnate, sì, ma somiglianti ad automi.

Francesco Hayez, in questo tempo e per lungo tratto dopo, fu il ritrattista più ambìto della società milanese. Ritrasse Clara Maffei nella sua aria dolcemente malinconica; e altre gentildonne e signori, il cui elenco sarebbe troppo esteso. Per Andrea Maffei (uno de’ suoi fornitori di soggetti) l’Hayez dipinse Francesco Foscari che vede il figlio per l’ultima volta, e La Meditazione. Il poeta lo ricambiò coi versi. Un epigramma allusivo alla gloriosa longevità del caro pittore fu scritto, più tardi, dal Maffei sull’album della consorte: era uno dei tanti scambii di omaggio e di cortesie che allora fiorivano fra letterati ed artisti:

La Natura, matrigna a Raffaello,
Nel fior degli anni gli troncò la vita;
Ma, buona madre, rispettò Vecello,
E te, rispetta, dell’error pentita.

Letterati, artisti e patrizii vivevano nell’epoca, di cui tocco, in bell’armonia. I patrizii si onoravano di onorare gli artisti. Le commissioni fioccavano a pittori e a scultori, che adornavano i palazzi di affreschi, di tele, di statue. L’arte arrideva, innalzava gli animi e riempiva un po’ anche il vuoto della vita, non agitata ancora da frementi aspirazioni. Chi sa dire quale educativa influenza esercitavano nei cuori, specialmente delle donne, poeti gentili come il Grossi e Giulio Carcano?... Dopo questi soavi scrittori, dopo la fioritura del romanticismo a cui le signore furono attratte, nessuna gentildonna milanese scriveva certo al suo intimo amico le espressioni volgari e peggio che la contessa Antonietta Fagnani-Arese intercalava nei bigliettini amorosi a Ugo Foscolo.

Giulio Carcano fu de’ primi amici della Maffei, uno dei fondatori del salotto, nel quale egli portava quella delicatezza ch’è l’eleganza della probità.

E ora che abbiamo assistito al sorgere del salotto Maffei, gettiamo un rapido sguardo su altri salotti che lo precedettero.

CAPITOLO III.

UNO SGUARDO AGLI ALTRI SALOTTI.

Salotti italiani nel secolo XVI. — La contessa Gallerana-Bergamini. — Significato dei salotti francesi. — Salotti italiani nel Settecento. — Salotti politici a Milano. — Salotti letterarii e mondani a Venezia, a Milano, a Verona, a Bologna. — Salotti di Berlino e di Bruxelles. — Il teatro alla Scala e Stendhal. — Varie fasi del salotto Maffei. — Aurore patriottiche.

A Milano e in altre città d’Italia, prima del salotto Maffei se n’erano visti altri, sorti sul genere di quelli fioriti nel Settecento e dopo a Parigi: salotti politici e salotti letterarii. Ma fin dal Cinquecento, bellissime letterate, discendenti dall’etèra Lira di Luciano, tenevano riunioni di poeti, d’artisti, di dotti, che in quelle sale rendevano omaggio più a Venere che alle Muse. Chi non ricorda, fra le Aspasie del secolo XVI, la poetessa veneziana Veronica Franco, che finì poi Maddalena penitente e benefica? E la romana Tullia d’Aragona, nelle cui vene scorreva sangue regale? Un’altra, un’avvenente milanese, Caterina da San Celso “virtuosa in sonare e cantare, bella recitatrice con castigata pronunzia di versi volgari„ (ricorda il Bandello) fu sposata da un ricco maggiorente milanese, Gian Francesco Ghiringhello. E quelle etère passavano nel mondo onorate, inchinate da principi, da re, persino dalle sante. La castissima, religiosissima e illustre Vittoria Colonna, la prima gentildonna del suo secolo, non lodò forse, e in rima, una Beatrice spagnuola, che nessuna delle nostre signore d’oggi si degnerebbe neppur di guardare?... Altri tempi, altri costumi, altri salotti!

Alcuni salotti del Cinquecento sembravano ed erano Corti: quello ad esempio della veneziana Caterina Cornaro, regina di Cipro, nel suo castello dell’amenissimo Asolo celebrato dal Bembo.

Un antenato, per dire così, del salotto artistico letterario e politico di Clara Maffei a Milano lo troviamo, pure a Milano, nel secolo della regina Cornaro: lo teneva una colta contessa, Cecilia Gallerana-Bergamini. “Tutt’i dì i più elevati e begl’ingegni di Milano e gli stranieri che in Milano si trovano (narra ancora il Bandello) sono in sua compagnia. Quivi gli uomini militari della loro arte ragionano; i musici cantano; gli architetti ed i pittori disegnano; i filosofi delle cose naturali questionano; e i poeti le loro e le altrui composizioni recitano.„ È un salotto di maschi: son essi gli attori: e la padrona di casa li applaude. Italiana è, adunque, più che francese, l’origine dei salotti, che in Francia apparvero più tardi, e riempirono il mondo civile dei loro fasti politici e galanti.

Il salotto in Italia, nacque per il semplice culto del bello e dell’amore: in Francia, nacque in opposizione alla Corte, formando una società temibile a parte. Ma anche l’Italia, anche Milano ebbe salotti temibili e temuti: quello della matronale dotta contessa Clelia del Grillo, genovese, moglie del conte Giovanni Benedetto Borromeo, nel secolo scorso; e quello della contessa Maffei, specialmente nel periodo della resistenza patriottica dal 1849 al 1859. Tutti e due questi salotti milanesi furono in opposizione al dominio d’Austria.

Maria Teresa non ebbe in tutti i suoi stati nemica più acerrima della contessa Clelia, che, nel proprio palazzo in via Rugabella (un giorno la più bella via di Milano) alimentava oltre gli studii severi dell’accademia scientifica (detta Clelia dei Vigilanti) il fuoco delle cospirazioni di alcuni patrizii milanesi desiderosi di ritornare sotto lo scettro di Spagna.

Il conte Giulio Antonio Biancani primeggiava in quel salotto-complotto. Perseguitato, è tenuto nascosto dalla contessa nelle sue fide sale; poi, stringendo il pericolo, ella lo aiuta a fuggire. Pur troppo, il Biancani, colto in un agguato, cade nelle mani dei nemici che lo riconducono a Milano, e qui l’infelice è decapitato, senza remissione, senza pietà.

Le persecuzioni che la contessa Clelia sostiene per ordine di Maria Teresa irritatissima, son note. La sua fronte proterva non si piega; e, fino a’ più tardi anni, in mezzo a un mondo di liti coi parenti, conserva lucido il forte intelletto, pronta la facezia, e sparisce proprio nell’età da lei profetata: a novantatre anni.

Nelle sue sale, passarono i più illustri stranieri che vennero a Milano: eseguironsi esperienze fisiche, cui si prestò un eccelso naturalista, il Vallisnieri. Nel 1777, la Pellegrina Amoretti, d’Oneglia, ch’ebbe le lunghe treccie (come cantava il Parini nella Laura) cinte dell’alloro giuridico nell’Università di Pavia, venne accolta festosamente dalla ligure dama, regina di Milano. — La contessa Clelia conosceva il latino, il greco, l’arabo, le scienze naturali e matematiche: insomma un portento.

Liberale, ma non così tremenda, fu un’altra dama della società milanese di quel tempo: Maria Vittoria Ottoboni-Boncompagni dei duchi di Fiano, moglie al duca Serbelloni, col quale non si trovava sempre d’accordo: tutt’altro. Spiritosissima, amante della buona conversazione, traduttrice del teatro di Filippo Néricault-Destouches, — a Gorgonzola dove villeggiava e a Milano, accoglieva i Verri, i Parini; Carlo Goldoni le dedicò la Sposa Persiana.

Nel periodo dal Settecento fin dopo il primo quarto del nostro secolo, Venezia, città espansiva per eccellenza, vanta specialmente tre salotti famosi: il politico di Caterina Dolfin-Tron, il mondano di Cecilia Zen-Tron e il letterario della saggia Isabella Teotochi-Albrizzi.

Bionda, cogli occhi azzurri, graziosa, piena di brio, pertinace nel volere, benchè malaticcia, la nobildonna Dolfin-Tron siede sul sofà come su un trono accogliendo tutti quanti nel suo circolo, — dice il grottesco e sventurato segretario del Senato Pierantonio Gratarol, suo nemico giurato e quindi giudice assai sospetto. La Dolfin-Tron, acuta politicante, prevede la prossima caduta della Repubblica; e si dichiara pronta a resistere contro i fiacchi che ne affrettano coll’inerzia la fine. In un sonetto veneziano che passa per suo, e che a me sembra veramente suo, ella esclama fieramente:

Ma mi, fia de un Dolfin, mugèr d’un Tron,
Bato grinta[2], per Dio! Mi no me mazzo.
E se casco, no casco in zenocion!

Il salotto dell’altra Tron s’apre con minori scrupoli a cavalieri e ad avventurieri; basta che rendano omaggio alla padrona di casa bella e fragile come un trastullo. E omaggio immortale le rende il Parini nell’ode Il pericolo, quand’ella, trovandosi a Milano nel 1787, vuol conoscere il vecchio poeta, che trema a quel fulgore di bellezza. — Il Parini, flagellatore dei cicisbei, non lesina elogi per un’altra bella veneta, alla famosa Elisabetta Caminer che tiene gran circolo letterario-amoroso; figlia di Domenico Caminer, veneziano, storico e letterato; moglie del medico e botanico vicentino Turra. Fautrice delle idee letterarie moderne, la Caminer pubblica a Venezia le “Composizioni teatrali moderne„ da lei tradotte dal francese per mostrare la necessità di creare in Italia un teatro il quale commuova coi casi della borghesia e del popolo, come già un altro teatro commuove coi casi degli eroi e dei re. Quante scene lugubri in quei drammi!... C’è da morire di spavento!... Per qualche tempo, ella dirige il Giornale dei letterati, fregiato dei nomi di Apostolo Zeno, di Scipione Maffei e di Antonio Vallisnieri. I madrigali, manco dirlo, piovono sulle sue bellezze, fra’ quali quelli immancabili del riminese abate ed ex-soldato Aurelio De’ Giorgi-Bertòla, apologhista morale e sonettista osceno.

Si diverte a burlarlo, questo abate, ne’ suoi rapidi e incisivi Ritratti, la contessa Isabella Teotochi-Albrizzi. La saggia Isabella, come la chiamano con lieve iperbole adulatoria, vera Minerva delle lagune, tiene uno de’ più celebri salotti poetici d’Europa. Vi praticano Ippolito e Giovanni Pindemonte, il Cesarotti, Ugo Foscolo (ch’ella ritrae al vivo), lord Byron, vergognoso di lasciarsi veder zoppicare, Walter Scott, e quel Chateaubriand, che ospite di Venezia, ne sparla.

Accarezzata con qualche degnazione dall’Isabella come una buona sorella minore, tiene a Venezia salotto letterario e scientifico, un’altra nobildonna, Giustina Renier-Michiel, nipote del facondo penultimo doge, autrice dell’_Origine delle Feste veneziane_ da lei descritte in italiano e in francese; tesoro di semplicità, di umiltà e di coraggio. Quel giorno che la Repubblica di Venezia precipita in preda ai demagoghi, la Giustina Renier-Michiel si rivolge sdegnata ai giovani patrizii che siedono in circolo nel suo salotto e: “Cossa feu vu qua? Andè a salvar almanco la cità, se no podè salvar la Repubblica!„ ella grida. A Ugo Foscolo scrive con intimità di sorella. A Luigi Carrer, limpido elegante ingegno, prima improvvisatore di tragedie, lodato da lord Byron, poi creatore della ballata romantica in Italia, alla guisa di Schiller e Goethe, la Renier porge savi consigli e lo annovera fra gli amici del salotto ch’ella conserva anche quando ha la sventura di perdere l’udito. Ma scherza colla solita finezza persino sulla propria sordità, e ama rallegrar la vecchiaia colle adunanze de’ giovani. Oltre la gioventù e la sua Venezia, preferisce tre cose: Shakespeare (di cui traduce per la prima in italiano i drammi), la botanica, e la luna splendente fra gli alberi. Sa disegnare e sa incidere. Muore nel 1832.

Rivale della Teotochi-Albrizzi è la patrizia veronese Silvia Curtoni-Verza, in Arcadia Flaminda Caritea. Bruna di carnagione, nerissima di capelli e di occhi; piuttosto alta, e bella, tranne ne’ piedi la cui esagerazione impertinente sa nascondere con vesti lunghissime.

Corre la moda di recitare commedie nei salotti. La Teotochi recita in francese, e la Verza recita in italiano, sostituendo, secondo il vezzo delle signore eleganti del tempo, la z a tutte le s; per cui pronuncia zi zignore, zarà zervito, zicuro!

Il bel salone del suo palazzo (dalla stupenda facciata del Sanmichieli) a Verona, è diviso in due scomparti a uso teatro: metà a stucchi e metà a specchi con maestosi cortinaggi di seta celeste e quadri rappresentanti gl’idillii di Teocrito, di Gessner e del veronese Pompei coi versi relativi. Il Bettinelli, uno dei tanti abati sorrisi dalle dame, chiama questo salotto “la grotta magica.„

Ippolito Pindemonte, ch’è anche ballerino dilettante da teatro, su queste scene salta colla facilità con cui scrive l’ode (saltellante) alla Malinconia, sua ninfa gentile. La padrona di casa apparisce sul palcoscenico adorna d’una preferita mezzaluna di diamanti fitta nel volume de’ capelli neri, e rappresenta le parti ora di Zenobia, ora di Tullia, ora di Berenice calcolando sopratutto sull’effetto della mezzaluna e de’ suoi occhi: effetto infallibile.

Il momento più splendido del salotto Verza fu nel 1822, quando il congresso dei potenti d’Europa vi condusse gran folla di forestieri. Allora, come nel salotto cosmopolita dell’Isabella, la grotta magica della Silvia risuonava di tutte le lingue.

È facile notare che, novantanove su cento, i mariti delle dee de’ salotti sono persone insignificanti, i quali cortesemente si ritirano nell’ombra perchè la moglie brilli sola. E il marito della Silvia, Francesco Verza, che si teneva volentieri in disparte, non tardò a lasciarla tutta sola.... passando fra i più. Glielo aveano fatto sposare, poverina, solo perchè quel nobiluomo non desse il proprio nome a una popolana di cui s’era ingattito!... Negli ultimi anni vediamo la Silvia, vestita di nero e devota, visitar gli ospedali e consolare gl’infermi. Ella si rammenta ancora di tutti i suoi amici, di tutt’i suoi viaggi; si rammenta di Milano, qui venuta ospite in casa Litta dove avea trovato le nostre dame (marchesa Cusani, contessa Castelbarco, ed oltre) intente a giocare al trucco. Morì nel 1835, nella bell’età di ottantaquattro anni; tredici mesi prima della sua rivale Isabella.

Ma più del salotto della Curtoni-Verza, sono celebri i salotti della contessa d’Albany a Firenze e di Cornelia Martinetti a Bologna.

Cornelia Martinetti gareggiava coll’Albrizzi nel sapere e nello spirito allegro, arguto, capriccioso: pare la superasse in bellezza, ond’era chiamata la Venere; ma oltre la bellezza ella possedeva la grazia. Suonava l’arpa, strumento in voga; conosceva il latino, il greco e sosteneva la conversazione in italiano, in francese, in tedesco, in inglese e in spagnuolo; se peraltro è tutto vero ciò che si racconta! Certo scriveva con facilità il francese. Un suo romanzo, apparso a Roma nel 1823, Amélie ou le manuscrit de Thérèse, è definito da un adulatore “un nido di farfalle.„

Nata contessa Rossi di Lugo, fu data ventenne, in moglie a “Mimino„, (ingegner Giovanni Battista Martinetti), uno dei personaggi che non parlano. Ricca e libera viaggiò molto e ricevè molto. Seduceva colla conversazione, seduceva col ballo, seduceva colla beltà. Ugo Foscolo la immortalò nelle Grazie.

La principessa Luisa Stolberg-Geldern, di origine regale, sposò Carlo Edoardo Stuart, ultimo degli Stuardi, che sotto il nome di conte d’Albany mal nascondeva la pretensione alla corona d’Inghilterra: ella passa nella storia solo per essere stata l’intima amica di Vittorio Alfieri. Questo conte repubblicano s’accese di pietà e d’amore per la sposa di quel re spodestato, quando la poveretta gemeva sotto i maltrattamenti del regio sì ma ubbriaco consorte. Egli l’ajutò a fuggire e viaggiò con lei l’Europa. Ottenuta alla fine la separazione legale e rimasta vedova, la contessa d’Albany fissò dimora col poeta a Firenze. La loro amicizia fu forte e l’amore fu sincero, benchè il ritrattista Fabre soppiantasse poi il tragedo nel cuor di Luisa; la quale si rese un po’ ridicola pe’ suoi nuovi amori tardivi. “Non credo fosse l’Albany mai troppo bella (diceva Gino Capponi): di forme massiccie ed anche nell’animo, se oso dirlo, materialotta; colta però ed assennata, ed un po’ duretta, ma non malevola; di poetico nulla affatto; vestita a mo’ d’una serva.„ Nel suo salotto sul Lungarno, a Firenze, che continuò la magnifica ospitalità italiana, sfilarono Chateaubriand, Lamartine, Canova, Sismondi, Byron, Roscoe, Rogers (poeta caro a Silvio Pellico) e il cardinal Consalvi che sfoggiava le tabacchiere ricevute dai sovrani. La contessa d’Albany, fra un’arguta maldicenza e l’altra, leggeva le lettere della Staël, o narrava della Récamier, le sole due potenze d’Europa, che, senza cannoni, tenessero testa a un Bonaparte. Nata a Mons sull’Hainau, l’Albany morì di settantadue anni a Firenze nel 1824; ora riposa in Santa Croce accanto all’Alfieri, nel monumento erettole dal Fabre.

Ma, tornando un momento a Venezia, dove lasciamo la vivacissima Marina Querini-Benzon? Per essa il più voluttuoso dei poeti vernacoli veneziani, Antonio Lamberti, scrive la più popolare delle barcarole, La biondina in gondoleta.... musicata dal bergamasco Simone Mayr maestro del Donizetti. La bella Querini-Benzon dagli occhi azzurri come il cielo, dalle carni bianche come il latte, dai capelli biondi come l’oro, volle vivere da graziosa peccatrice nel suo salotto ch’ella dominava colla conversazione scintillante. Accarezzata da lord Byron, lodata da Stendhal, ammirata dal Canova, corteggiata dal Pindemonte, dall’Arici e da altri mille segnati, brillò in un tripudio continuo, addolorata solo per la morte d’un figlio, Vittore, poeta gentile, cantor d’una Nella, amico di Luigi Carrer.

Colla fragorosa invasione francese, Milano si svegliò tutta d’un tratto a una vita che prima nessuno immaginava. Le espansioni scattarono; le conversazioni si moltiplicarono; i salotti militari-galanti s’improvvisarono presso le signore milanesi. Il salotto più clamoroso fu quello d’una poetessa, Annetta Vadori “una vera Aspasietta„ scrive Giovanni Rosini a Benassù Montanari. Amante dell’avvocato Gallino, consigliere di Stato a Milano, non lo sèguita quando nel 1799 egli si trasferisce a Pisa. Corre difilata a Parigi, e abita nella stessa camera dell’improvvisatore ed ex-sartore Gianni, il quale la introduce nelle conversazioni della madre di Napoleone. La Vadori le consacra l’ode: “O delle madri invidia, ecc.„ Bonaparte, andando un giorno a visitar la madre, vi trova la poetessa e, seccato di questa intrigante, prima d’andarsene dice a parte a Letizia, ma in modo d’essere inteso: “Ne ho abbastanza di questa italiana!„ Ciò vale uno sfratto: l’Annetta è consegnata al generale Fiorello, che se la pone sotto braccio e la riconduce a Milano; e qui ella s’incontra colla Cecilia Tron. Dove c’è una donna, c’è Ugo Foscolo; e il poeta dei Sepolcri e delle Grazie entra nel circolo vizioso della Vadori, la quale prima gli è amica, poi nemicissima, e accoglie gli avversarii di lui per farlo schiattar di rabbia. A tal grado sale il fanatismo ch’ella ostenta per il Monti rivale del Foscolo, che il cantor di Bassville, benchè punto sdegnoso di adulazioni, non può tralasciare di scriverle: “Cesarotti mi aveva già scritto i tuoi entusiasmi sulla Spada di Federico, ma per Dio, tu me ne parli in modo da farti credere spiritata!„

Annetta Vadori ebbe due legittimi mariti: prima il Buturini, poi il furente demagogo, velenoso giornalista e medico Rasori; medico inventore del contro-stimolo e così spaventoso seminator di cimiteri che l’autorità alla fine dovette intervenire e fermargli la mano. Vecchia, la Vadori si rifugiò a Napoli, dove aprì una scuola d’educazione; e là scomparve.

Circolo più temuto tenne a Milano sotto il primo Regno Italico Bianca Milesi, politicante, letterata e pittrice.

Il suo circolo era furiosamente politico. C’era qualcuno che volesse rovesciare sia pur colla violenza, sia pur col delitto il bello italo regno?... In casa della Milesi aveva ricetto. Il conte Federico Confalonieri, il general Pino, il nobile Benigno Bossi, un conte Gambarana vi s’affiatarono per finirla una volta coll’aquila napoleonica. Meglio l’aquila d’Austria, gridavano i più.... È nota l’orrenda giornata del Prina, che, avvertito in tempo del pericolo di morte, esortato a mettersi in salvo colla fuga, nol volle e rispose: I saria nen Piemonteis!

Taccio d’altri salotti italiani, di quel tempo, de’ quali nessuno, nè prima nè poi, si levò al grado dei salons di Caterina di Vivonne marchesa di Rambouillet e della figlia di questa Giulia di Montausier, ancor più nota della madre: in quelle sale si arricchiva la lingua della patria e si decretavano allori ai poeti.

L’Italia non può vantare salotti eguali a quello di madama Roland, la più formidabile politicante che sia mai apparsa in Europa; e neppur salotti del potere e dello splendor di quelli delle due nemiche di Napoleone I, la vaghissima Récamier (pura in un’epoca impura) e la baronessa de Staël dall’incantevole conversazione, anche allora che lodava le proprie floride braccia.

Nel salotto dell’una e nel salotto dell’altra venivano sollevati in soglio e atterrati i ministri. Talleyrand non dovette forse al salotto della Staël se fu ministro? La Récamier cantava sola soletta, all’oscuro, canzoni melanconiche; poi usciva dalle sue stanze col volto inondato di lacrime. Ispirava passioni violente agli uomini ed anche alle donne, talchè la regina Ortensia commise per lei incredibili follie. A Roma si davano entrambe appuntamenti di notte fra le rovine del Colosseo, poichè allora (si sa) continuava la moda delle pittoresche rovine, cominciata nel Settecento.

Il salon della Récamier a Roma divenne un centro artistico, illustrato dal Canova; e quello dell’Abbaye-aux-Bois, da lei signoreggiato per trent’anni, divenne un centro politico così temuto, che più di qualche diplomatico fu obbligato a rigar bene diritto. Napoleone I, avvezzo ad essere obbedito sempre e senza indugi, non potè spetrare quel cuore di donna, non potè goder di quelle grazie; talchè se ne vendicò facendo che il marito di lei, banchiere, perdesse in un momento un milione negli affari, e lei impoverisse: uno dei magnanimi tratti del grande “Robespierre a cavallo!„

Gli ossequii che tributavano a madama Du Pétieaux, visitandola nel suo salotto di Bruxelles, principi di real sangue e prelati frequentatori assidui, non veniano provocati dalla sola singolare bellezza, ch’ella curava con arti raffinate, ma anche dal vivacissimo spirito di quella regina dei cuori. Morì quasi nonagenaria e ancor bella. Nessun salotto italiano ebbe forse il lusso di quello della Du Pétieaux. Così in Italia mancò finora un salotto la cui signora indovinasse per la prima il genio singolare d’uno de’ suoi giovani visitatori, come avvenne in Germania. La poetessa Elisa de Hohenhausen, che ne’ primordii di questo secolo teneva a Berlino uno dei due più cospicui salotti (l’altro era quello di Rachele Varnhagen von Ense), fu veramente la prima che riconoscesse il valore di Enrico Heine; il quale, appena laureato in diritto, avea ottenuto di esserle presentato. Il salotto Varnhagen contribuì poi a sviluppare il genio del poeta. Il salotto di Rachele era principalmente votato al culto di Goethe; quello d’Elisa era votato al culto di Byron.

Rachele Varnhagen von Ense professava amicizia per Enrichetta Herz, figlia del celebre medico portoghese De Lemos. Nata a Berlino nel 1764, Enrichetta, l’avvenente ebrea, sposa del brutto storto, intelligentissimo medico Marco Herz, tenne salotto, celebre nell’alta cultura tedesca. Ella cercò nell’amicizia degli uomini più insigni compenso alle sue nozze senza figli e senza amore. Ludovico Börne, i tre Schlegel, i due Humboldt, il filosofo Engel, figuravano nella corona de’ visitatori di questa splendida rosa di Gerico. Rimasta vedova, lottò colla miseria, e trovò appena di che vivere mettendo a profitto la propria istruzione. Rifiutò la mano del conte che l’adorava per non contristare la propria madre colla conversione al cristianesimo; ma, morta la madre, si fece battezzare. Si serbò briosa fino alla sua morte, che avvenne nel 1847.

Quale attrice italiana ebbe il salotto di Adriana Lecouvreur o della dolce e mesta Contant, che durante gli orrori della Rivoluzione francese fu incarcerata e nella prigione si trovò a tu per tu con varie dame della Corte?... E chi ebbe un salotto filosofico come la D’Epinay, colei che chiamava Rosseau il mio orso?

Questi rapidi cenni servano, se è possibile, di qualche confronto colle memorie del salotto Maffei, la cui importanza pur tanto notevole, per un largo periodo andò crescendo. Non è possibile, peraltro, dimenticare che il teatro alla Scala, come già osservava Stendhal (il quale dal 1800 al ’21 soggiornò a Milano e ne frequentò la società più intelligente), fu per molto tempo, ed è ancora, il vero, il grande salon della città. Ma il salotto Maffei ebbe un carattere particolare, ebbe un indirizzo civile che altre adunanze non possono vantare di certo. Fino al ’48, esso fu un salotto letterario ed artistico, e insieme un salotto elegante. Dal ’48 al ’59 assunse uno spiccato colore politico liberale, e fu vivissimo focolare di agitazione a pro dell’indipendenza d’Italia. Dal ’59 al’76 fu politico, letterario, artistico e mondano insieme; poi, a poco a poco, andò decadendo, finchè sparve con la morte della contessa.

Un giorno, la vita sociale rimaneva circoscritta dalla difficoltà delle comunicazioni fra i paesi, dall’apprezzamento più vivo delle intime riunioni e dalla minor copia di bisogni e di vicende. Il salotto raccoglieva e addensava il meglio di quella vita; sembrava un’isola fiorente in mezzo ad un mare monotono, quando non pareva un vulcano. Le forme decorose, che mai dovevano scompagnare i dibattiti, nobilitavano i costumi; e la causerie, questa farfalla della conversazione, non escludeva la serietà dei propositi quando ne suonava l’ora. L’abate Galiani, che primeggiò nei salons parigini del secolo XVIII, quell’argutissimo abruzzese, del quale Diderot scriveva a mademoiselle Voland: “C’est un trésor pour les jours pluvieux„ giudicava un po’ troppo alla lesta, allorchè alludendo a quei salons diceva essere la Francia una nazione la quale ha bisogno di parlare per pensare e non pensa che per parlare: benchè sessagenario, egli morì troppo presto[3] per vedere gli effetti (e quali effetti!) del pensiero e della parola.

I serii e talor santi propositi dei salotti italiani lasciarono traccie durevoli. Bianca Rebizzo, che a Genova fondava gli asili d’infanzia, come la contessa Teresa Popadopoli, l’amica-sorella della Maffei, li fondava a Venezia, sarà benedetta finchè il bene avrà un culto. Il salotto della Rebizzo a Genova, frequentato da’ suoi alleati nella carità — quali Lorenzo Pareto, Giovanni Colla e ricche patrizie genovesi, — meriterebbe anch’esso un libro. Il salotto della signora Farina a Torino e quello di donna Emilia Peruzzi a Firenze emergono con altri nella società della nuova Italia.

Ho detto che fino alle Cinque Giornate il salotto Maffei fu artistico, letterario, mondano; pure una vena patriottica serpeggiava fin dai primordii. La contessa non tardò ad abbracciare la fede di Mazzini, primo raggio, unico raggio, che splendesse fra le nebbie. A due passi dalla sua casa, nella stessa via del Monte di Pietà, potenti memorie patriotiche parlavano allo spirito di lei e de’ suoi amici: qui, la casa dove nel 1818 si fondava dal conte Porro il Conciliatore e dove più tardi veniva arrestato Silvio Pellico; là quella di Federigo Confalonieri e della sublime sua compagna Teresa Casati, la cui immagine nelle ore di raccoglimento, la pensosa Clara avrà forse veduta balenare come un fantasma d’amore e di dolore senza fine.

CAPITOLO IV.

BALZAC NEL SALOTTO MAFFEI.

La contessa Fanny Sanseverino Porcìa. — Sue lettere, suo brio. — La contessa Bolognini nata Vimercati e la sua bambina Eugenia. — Balzac alla Scala: un ameno qui pro quo. — La poetessa dai riccioli d’oro. — Opuscoli milanesi in offesa e in difesa di Balzac. — Visita di Balzac ad Alessandro Manzoni. — Balzac e gli scultori Pompeo Marchesi e Puttinati. — Lavori di Balzac scritti o meditati a Milano. — Lettera di Balzac alla Maffei. — Confessione di Balzac alla signorina ***. — Dediche di Balzac.

Un giorno, la contessa Maffei riceve da una giovane amica questo biglietto:

“Parigi, 10 febbrajo, rue S. Honoré, 333.

“De Balzac, con Teofilo Gautier, suo amico, viene a Milano. Io lo raccomando alla mia gentilissima Chiarina e all’illustre Maffei. Il celebre letterato francese conosca così le grazie, e ammiri l’ingegno italiano. Egli troverà, ne sono certa, nella vostra casa, le cortesi accoglienze a cui ha diritto; ed io soddisfo, facendovi conoscere a lui, un orgoglio d’amicizia e di patria.

“L’aff.ma amica

“FANNY SANSEVERINO PORCÌA.„

E qualche giorno dopo, non più da Parigi, dov’era andata col marito a godere le feste di quell’alta società, ma da Torino dov’è passata, la contessa Fanny delinea alla Maffei un parlante ritratto del Balzac:

“Se lo immagina forse grande e snello, pallido e scarno, con una di quelle fisonomie che sono già un’ispirazione, una poesia? Si guardi, eh, da così bella aspettazione! Egli è un uomo piccolo, grasso, paffuto, rotondo, rubicondo, con due occhi però negri e scintillanti foco nel dialogo, il foco della sua penna. E sa ella chi lo accompagna?... Un paggio come nel “Lara„ di Byron, un giovinetto dalla voce soave, dai movimenti dolci e molli... una donna infine!...„

La contessa Fanny Sanseverino Porcìa, sorella del principe Alfonso Serafino, ciambellano dell’imperatore d’Austria, era un’amabile gentildonna di ventinove primavere, sposata da tre anni al conte Faustino Vimercati Sanseverino Tadini, cremasco. Le sue lettere alla Maffei, nelle quali descrive le feste dell’aristocrazia a Parigi, sono gioielli di finezza e di brio.

Il 19 febbraio del 1837, Balzac giungeva a Milano. Non contava ancora trentott’anni, e sui registri dei forestieri presso la polizia si designava: possidente. Non posso dire con precisione s’egli era accompagnato dal paggio misterioso (nessuno dei cronisti mondani del tempo ne parla); certo non avea seco Teofilo Gautier. L’autore di Mademoiselle Maupin desiderava scendere in Italia con Balzac, ma non potè effettuare il suo disegno, e vide il nostro cielo solo nel 1850.

Un poligrafo infaticabile, Defendente Sacchi, appena seppe dell’arrivo di Balzac, — per suggerimento, credo, del Maffei, cooperatore per la parte letteraria della Gazzetta privilegiata di Milano, — scrisse su questo periodico ufficiale un benvenuto cortese all’insigne ospite straniero:

La nostra città accoglie da due giorni fra le sue mura il signor Balzac, lo scrittore francese che in pochi anni fece il maggior numero di opere che descrivono in ogni maniera la vita dell’uomo e la società; quello ch’è anche il più popolare fra di noi, perchè i suoi scritti corrono nelle mani di tutti in originale e tradotti. Esso viaggia in Italia per raccogliere materiali onde scrivere le campagne de’ Francesi nella Penisola. Questa notizia tanto più ne riesce gradevole, perchè siamo certi che il genio di Balzac avrà dal nostro cielo le sue più belle inspirazioni.

Per verità, in quei giorni il cielo non poteva destare belle ispirazioni nè a Balzac nè ad altri: pioveva. E lo scopo di Balzac a Milano non sembrava punto quello di raccogliere documenti di storia militare.

Egli raccontava ch’era venuto a Milano con un incarico amministrativo! Il conte Emilio Guidoboni-Visconti lo avea voluto qui (soggiungeva egli) per regolare i suoi interessi intricati in seguito all’eredità lasciatagli dalla madre contessa Patellani....